‘Pentiti’: per le loro famiglie è un inferno Quando le colpe dei padri le pagano i figli

Un altro ‘evaso’ definitivo. Melfi, provincia di Potenza. Sera del 27 ottobre. Un detenuto (X.Y.), di 41 anni decide di farla finita; il ‘solito’ lenzuolo, come al ‘solito’ arrotolato; come al ‘solito’ annodato alle grate di una finestra; come al ‘solito’ ci si lascia andare, un colpo secco, il ‘buio’.

Questa ennesima ‘evasione’ viene comunicata dalla segreteria regionale della Uil-pa Polizia Penitenziaria. I soccorsi non si sono fatti attendere; non c’è stato ugualmente nulla da fare. Il detenuto aveva organizzato bene la sua evasione, aveva studiato orari e situazione più opportuna. Non una decisione improvvisa; al contrario: il risultato di lunga, meditata decisione, attuata con determinazione.

La nota del sindacato parla di «bollettino di guerra a livello nazionale…si manifestano eventi critici di ogni genere, da gesti di autolesionismo e/o auto-soppressivi ad aggressioni ai baschi azzurri per futili motivi, solo perché forse, sono le prime persone con cui hanno contatto i detenuti che sfogano la propria rabbia per le difficili condizioni di vita detentiva, anche a seguito del sovraffollamento carcerario, che è un fattore principale di negatività per raggiungere le finalità e gli obiettivi trattamentali sanciti dall’art. 27 della Costituzione».

Cosa aggiungere che già non sia stato detto, e ancora detto, e ancora detto? Sempre in tema di giustizia che con la giustizia ha poco o nulla a che spartire. I cosiddetti ‘pentiti‘ (che più propriamente andrebbero chiamati ‘collaboratori di giustizia’), spesso hanno famiglia; spesso con figli. Sul capo di questi ultimi – che al pari dei padri vanno tutelati e protetti – spesso cadono le colpe di chi li ha generati.

Non se ne parla; la cosa non fa parte dell’agenda politica; non sono notizie divertenti che appassionano i dibattiti in TV, gli editorialisti e i commentatori hanno altro cui pensare. Per i figli di quei padri, la vita è un piccolo, quotidiano, inferno. Non sono pochi: quasi duemila. Nati in famiglie criminali, sono stati testimoni di episodi raccapriccianti, data la ‘professione’ del padre. Poi quest’ultimo decide di saltare il fosso; tutti i familiari stretti entrano nel sistema di protezione, e in poche ore si trovano scagliati in una dimensione del tutto nuova, diversa; difficile da governare. Altra casa, altra città, rotti i ponti con tutti i vecchi amici e conoscenti… Per ragioni di sicurezza, sempre nascosti, con altri nomi, il timore di essere scoperti, e di poter finire nel mirino di possibili vendette… Sembrano cose ‘piccole’: ma per chi non ha più l’originaria identità, tutto diventa difficile, complicato; anche le cure mediche, le vaccinazioni, la possibilità di beneficiare di un asilo o un ‘nido’, e cresciuti, le cose normali: il cinema, la discoteca, le ragazze, il ‘semplice’ andare a scuola …

L’ultima relazione presentata alla Camera dei deputati sulle speciali misure di protezione per i collaboratori di giustizia, sulla loro efficacia e sulle modalità generali di applicazione, offre un quadro che fa pensare: ragazzini che crescono vittime di mille problemi psicologici: «Tra i minori sotto protezione prevalgono disturbi di adattamento e della sfera cognitivo-emotiva, principalmente connessi con le difficoltà scolastiche e le reazioni comportamentali di disadattamento».

Problemi, sembra incredibile, anche di comunicazione con il prossimo. Spesso i figli di ‘collaboratori di giustizia’ si esprimono solo in dialetto; come passare inosservati quando – a Brescia o a Pinerolo, a Pordenone o a Carpi, si parla solo stretto dialetto calabrese o casertano? Sono centinaia di ragazzini: 387 con meno di 5 anni; 517 tra i 6 e i 10; 623 tra gli 11 e i 15; 329 tra i 16 e i 18.

La relazione assicura: «Tutti i minori sotto protezione frequentano le scuole dell’obbligo e una larghissima percentuale prosegue regolari corsi di istruzione…Moltissimi ragazzi si dedicano ad attività sportive, interagiscono normalmente col gruppo dei pari e praticano attività culturali extrascolastiche». Il ministro dell’Interno Luciana Lamorgese ha affrontato la problematica dei testimoni di giustizia. Ora nella sua agenda c’è quest’altro grosso problema da affrontare e gestire.