lunedì, ottobre 22

Pensioni e salute: riforma della riforma Errori su errori e stiamo ancora qui

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Non è mai il caso di dimenticare la questione, spinosissima, legata alle pensioni. Una riforma, quella varata dalla coppia Monti-Fornero, che ha certamente salvato l’Italia in un frangente che evocava scenari di tipo greco.

Appare, però, sacrosanta l’intenzione del nuovo direttore INPS, Tito Boeri, di proporre correttivi in grado di rendere più umane situazioni particolari e sanare alcuni grossolani errori.

Stimolato da un amico molto acuto e attento, prospetto qualche riflessione.

È ben noto come, nel corso degli ultimi anni, la cosiddetta aspettativa di vita sia progressivamente aumentata. Alcuni studi prevedono che la tendenza andrà consolidandosi, addirittura aumentando anche in futuro. Proprio per questa ragione il DL 78/2010, convertito poi in legge 122/2010, ha previsto il progressivo innalzamento dei requisiti per l’accesso alla pensione (sia di vecchiaia che anticipata).

Tale innalzamento è stato poi confermato dalla Riforma Fornero. Nell’art. 24, comma 12, della legge n. 214/2011 è infatti previsto che gli adeguamenti alla speranza di vita vengano applicati a tutti i requisiti anagrafici necessari per l’accesso attraverso le diver­se modalità stabilite per il pensionamento.

Peccato però che la speranza di vita considerata dalla legge sia, ovviamente,  una media statistica. E che l’uso delle medie statistiche rischi spesso e volentieri di avere effetti paradossali. Come il caso, noto a tutti, del mezzo pollo mangiato in media da tutti, ma che di fatto può abbondantemente saziare un commensale lasciandone a bocca asciutta un altro.

In sostanza, appare molto strano che durante tutti questi anni la normativa relativa alla quiescenza abbia continuato a utilizzare un’entità statistica che non può essere applicata al singolo lavoratore, il quale fino a prova contraria una semplice entità statistica non è.

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