giovedì, Aprile 22

Peña Nieto, un anno in chiaroscuro field_506ffb1d3dbe2

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 Messico

 

Il I dicembre ha segnato il primo giro di boa per il Governo di Enrique Peña Nieto, concludendo un anno caratterizzato da una fervente attività istituzionale volta ad approvare le riforme strutturali, ma anche dal peggioramento degli indicatori macroeconomici. Quello che appare, specialmente con le più recenti segnalazioni da parte dei maggiori organi internazionali, è il quadro contrastante di un Paese avviato verso profondi cambiamenti del proprio assetto economico politico e, ciononostante, imbrigliato nei legacci dei propri problemi attuali.

È da settembre, ad esempio, che la crescita del PIL ha rallentato significativamente, al punto che lo stesso Segretario per l’Industria, José Videgaray Caso, dovette constatarne lo sviluppo «palesemente insoddisfacente», individuandone le cause nella debolezza delle finanze pubbliche. Un mese dopo, il Fondo Monetario Internazionale (FMI) confermava l’analisi, sottolineando tra i punti critici la contrazione della spesa pubblica, il calo nel settore edile e la scarsa domanda da parte degli Stati Uniti. Il calo dello 0,7% avvenuto nel secondo trimestre, il primo dal 2009, aveva convinto perciò l’organismo guidato da Christine Lagarde ad abbassare le stime di crescita per il 2013 dal 2,9% pronosticato a luglio al 1,2%, pur prevedendo una risalita al 3% per il prossimo anno. Sempre secondo l’FMI, sono previsti anche progressivi aumenti di deficit (1,3% quest’anno, 1,5% nel 2014) e disinflazione, entrambi rivisti al rialzo rispetto alle previsioni pubblicate esattamente un anno fa.

Proprio l’inflazione, però, rimane a livelli di guardia. In ottobre, secondo i dati forniti dall’OCSE la variazione rispetto a 12 mesi fa è stata di 3,4 punti percentuali: una cifra che, nell’area coperta dalla stessa organizzazione, è superata solo dall’Islanda (+3,6%) e dalla Turchia (+7,7%), ma che, Cina a parte, è ben inferiore a quelle delle maggiori economie emergenti che non ne fanno parte e che rappresentano, forse, i maggiori concorrenti per il Messico. Anche per questo motivo, sembra condivisibile la dichiarazione di Christine Lagarde, secondo la quale il Messico sarebbe tra le poche economie emergenti affidabili grazie alla stabilità del cambio tra Peso e Dollaro, a politiche fiscali e monetarie prevedibili, al beneficio della Linea di Credito Flessibile dello stesso FMI ed al processo di riforme che «rafforzeranno la sua economia», riforme che sembrano rientrare nel monito del Presidente della Banca Mondiale, Jim Yong Kim, per cui è preferibile che le economie emergenti si tutelino dai peggiori scenari economici prevedibili con riforme strutturali che ne «puntellino» l’apparato produttivo.

Già, le riforme strutturali: il leitmotiv di questo primo anno dal ritorno al Governo del Partido Revolucionario Institucional (PRI) è stata proprio la progressiva approvazione delle riforme previste nel Patto per il Messico, siglato con il Partido Acción Nacional (PAN) ed il Partido de la Revolución Democrática (PRD) proprio il giorno successivo all’entrata in carica di Peña Nieto. In un anno, non soltanto il Patto è servito come base per modificare (o iniziare a modificare) il sistema economico e politico nazionale, ma ha anche creato una difficile convivenza tra partiti molto distanti tra loro come il conservatore e liberista PAN ed il socialdemocratico PRD, i quali, però, uniti al PRD occupano nel Congresso 542 seggi su 628 complessivi. Una quasi totalità che, già a giugno, aveva approvato la riforma delle telecomunicazioni, la quale, oltre a ridurre lo strapotere di Televisa (il gruppo radio-televisivo ispanofono più grande al mondo) e América Móvil (la compagnia telefonica di proprietà del magnate Carlos Slim), ha aumentato le possibilità di partecipazione straniera fino al 49% nel campo della radiodiffusione e fino al 100% nella telefonia e nelle trasmissioni via satellite.

A settembre era stato il turno della Riforma dell’Istruzione, promulgata dallo stesso Peña Nieto in mezzo alle proteste da parte del corpo docente. Le manifestazioni della sigla CNTE, in particolare, avevano portato in più occasioni alla paralisi della capitale. Ad oggi, è lecito chiedersi se questa legge, che, secondo i critici, colpirebbe la gratuità dell’istruzione e i diritti dei lavoratori della scuola secondo un’impostazione neoliberista, possa risolvere le i problemi del settore: i dati PISA-OCSE relativi al 2012 mostrano come la scuola messicana sia in miglioramento, ma anche che potrebbero servire 25 anni per raggiungere i livelli attuali della media OCSE nella lettura e 65 per allinearsi in quelli relativi alla matematica. Va detto che la Riforma dell’Istruzione è stata appunto effettuata in accordo con la stessa organizzazione per lo sviluppo, presieduta però da un rappresentante del PRI, José Ángel Gurría, già due volte Segretario sotto il Governo di Ernesto Zedillo (1994-2000).

È poi seguita la  Riforma finanziaria, in cui l’aumento di imposte come l’IVA ha sollevato le perplessità degli imprenditori, ma  è stata l’approvazione del Bilancio ad aver visto un’importante manifestazione di dissenso da parte del PAN, che contestava l’aumento delle accise sulla benzina e l’incremento del debito pubblico. Un segnale, uno fra i tanti avvenuti nel corso dell’anno, a conferma del fragile equilibrio su cui si basa il Patto per il Messico.  Un equilibrio così fragile che si è spezzato un’ultima volta durante l’approvazione della Riforma Elettorale, in realtà a causa della  ‘madre di tutte le riforme’, cioè quella energetica.

In questo caso, infatti, è il PRD ad essersi opposto da mesi ad un progetto che, modificando la Costituzione riguardo alla gestione delle risorse energetiche, per la prima volta dopo decenni aprirebbe le porte delle maggiori compagnie nazionali, primo fra tutti il monopolio petrolifero Pemex, all’investimento estero. Una politica che non piace al partito socialdemocratico, ma che rientra perfettamente nell’obiettivo che Peña Nieto si è dato, cioè quello di attrarre sempre più investimenti esteri in Messico. Già quest’anno ha visto il record di IED in un semestre, legato soprattutto all’acquisizione del colosso delle bevande Modelo da parte della belga Anheuser-Busch InBev, ma sostenuto anche dal crescente interesse delle economie asiatiche per il Paese centroamericano, al crocevia tra l’emergente America Latina ed il mercato statunitense.

Il Messico, insomma, sembra incamminato verso una revisione totale del modello adottato in decenni di politiche priiste, proprio in seguito all’attività di un Governo del medesimo partito. Le basi economiche, qui appena tratteggiate, non sembrano, però, garantire pienamente né il buon esito delle riforme avviate, né che le riforme siano quelle necessarie. Abbiamo chiesto perciò l’opinione di Alejandro Villagómez, ricercatore presso il Centro de Investigación y Docencias Económicas (CIDE) di Città del Messico.

 

Professor Villagómez, per cominciare, qual è il suo giudizio complessivo sul primo anno di Governo di Peña Nieto?
È stato un anno soggetto a valutazioni alterne. La cosa positiva è stata l’aver introdotto riforme nel Congresso, benché non tutte siano state quelle desiderabili. Tuttavia, la gestione macroeconomica non è stata adeguata, in particolare per quanto riguarda la spesa pubblica.

Nel corso dell’anno sono state approvate diverse riforme, ma quella energetica continua a rimanere controversa. In particolare, il PRD si oppone strenuamente perché, sinteticamente, la vede come un modo di cedere le risorse nazionali alle imprese estere: è un giudizio corretto?
Credo di no, ma dipende molto dal tipo di contratto che verrà stilato. In ogni caso, ciò non implica necessariamente una cessione!

Nel contempo, l’economia messicana, che alcuni pongono tra le nuove economie emergenti (MIST), dà segnali di rallentamento. L’FMI ha abbassato le proprie stime per la crescita del PIL e lo stesso Segretario all’Economia Videgaray ha dichiarato, a settembre, che la crescita è insoddisfacente: quali sono le cause strutturali?
La principale causa strutturale è il dinamismo limitato del mercato interno. Questo nonostante nel corso dell’anno ci sia stato anche un problema con la spesa pubblica, che, essendosi contratta in modo rilevante, ha influenzato molte imprese private, specialmente nel ramo delle costruzioni.

Ciononostante, lo stesso FMI aveva precedentemente confermato l’affidabilità del Messico, agevolando l’obiettivo di Peña Nieto di attrarre sempre maggiori investimenti esteri verso il Paese. Quali sono i motivi per cui un’impresa estera dovrebbe investire in Messico?
Il fatto che continui ad essere un’economia che, nel medio e lungo periodo, offre importanti vantaggi e opportunità, soprattutto a ragione della nostra prossimità agli Stati Uniti.

Un futuro aumento della presenza estera nell’economia messicana non potrebbe rendere quest’ultima più dipendente da decisioni prese altrove? Mi riferisco, ad esempio, al crollo di IED nel 2012 legato a un’operazione di Santander, o al boom di quest’anno grazie all’acquisizione del Gruppo Modelo da parte della belga Anheuser-Busch InBev. Ed anche l’influente CMHN rappresenta molte imprese transnazionali.
Quella del Messico è un’economia molto aperta, ragion per cui ci vorrà tempo prima che ciò che succede all’estero ci colpisca in maniera rilevante.

La riforma fiscale ha sollevato perplessità proprio presso le maggiori compagnie transnazionali: come influirà questa riforma specifica sui futuri investimenti?
Non credo che tale riforma eserciti una grossa influenza e credo che ci siano ragioni supplementari per i loro affari, incluso il basso costo della manodopera.

Da ultimo, quali sono le prospettive di un’economia come quella messicana, in cui, secondo l’OCSE, l’istruzione è in grave ritardo, la piccola impresa è in affanno anche per la violenza dei cartelli, e il patto rurale sta diventando un Godot per un settore in cui il 75% dei produttori (Dati FAO) si trova sotto il livello di povertà?
Ci sono molte sfide in vista, come quelle da lei menzionate. Credo che, qualora le riforme che stanno venendo approvate fossero fornite di strumenti adeguati, si potrebbero aprire possibilità importanti per una crescita maggiore. In caso opposto, però, avremo una crescita mediocre negli anni a venire.

 

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