mercoledì, Luglio 28

Pena fisica: l'insostenibile arma contro gli errori umani field_506ffbaa4a8d4

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Quel che grida un popolo è quel che vuole un popolo. E quel che vuole un popolo, quel che desidera, dà forma all’immagine che quel popolo costruirà di se stesso. Un’immagine che, spesso, fa paura. Assassina, violenta, frettolosa di punire per prevenire, per purificarsi. Stare attenti a ciò che si desidera può sembrare un superstizioso invito a ricordarci che siamo oggetto di un qualche severo giudizio divino. Ma, stare attenti a quel che si desidera è, prima di tutto, la saggia decisione di riflettere su ciò che si vuole, perché ciò che si vuole dà forma a quei grandi colossi di fronte ai quali ci sentiamo impotenti, eppure di cui, collettivamente, siamo i soli padroni: colossi come ‘legge‘ e ‘Stato‘. Monumenti costruiti per sostenere, applicare e proteggere quello che un popolo desidera per se stesso. ‘Legge’ e ‘Stato’: il risultato delle cose che un popolo ha voluto e ha ottenuto per se stesso. ‘Giuste’ e ‘sbagliate’, sono categorie che lasciano il tempo che trovano, in fin dei conti, e questo ce lo insegna la storia. Quel che un popolo vuole può essergli fatale o può essere la sua salvezza. Ma, più di ogni altra cosa, quel che un popolo vuole può cambiare l’intero corso della storia.

La strana logica della storia umana non segue logiche, né direzioni precise. Anche ‘avanti’ e ‘indietro’ sono categorie obsolete. Nella grande e complessa corsa verso ciò che un popolo vuole, qualcosa rimane aggrappato, ancora oggi, come un istinto primordiale di cui è difficile sbarazzarsi: l’istinto feroce di punire con la morte o con castighi fisici, i delitti più spaventosi, i crimini più imperdonabili. Perché ad ogni reato imperdonabile corrisponde una pena feroce uguale e contraria. E cedere a questo istinto vuol dire creare l’arma più cruda, più semplice e più forte di cui un popolo può disporre. Un’arma che un popolo può dare allo Stato per fargliela usare, senza pietà, senza dignità. Un’arma che fa gola a moltissimi Paesi nel mondo, oggi più che mai. Nel sud-est asiatico e in Medio Oriente, i reati di droga sono punibili con la morte, alcuni Stati membri delle Nazioni Unite praticano ancora la pena di morte (USA, Cina, Giappone) e in ogni parte del mondo le pene fisiche vengono invocate in nome di una giustizia che non c’è. Eppure, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo non lascia dubbi:

Art. 3: «Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona».

Art.5: «Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumane o degradanti».

Dichiarare un diritto, però, non significa già proteggerlo. Il mondo deve convivere con la paura. La necessità di applicare una pena fisica germoglia nel terreno fertilissimo della paura, nutrendosi della più completa sfiducia nella giustizia, della certezza che i reati più imperdonabili non vengano puniti a dovere. Si tratta di un desiderio impellente, che oggi l’opinione del popolo grida a gran voce, per tutti quei reati indicibili che non meritano di ottenere perdono alcuno e che non possono attendere i tempi infiniti di una giustizia incompetente. Un desiderio, questo, che dà ascolto alla “tendenza forcaiola che dilaga sui social network”, come osserva Carmelo Vigna, filosofo italiano, che è stato professore di filosofia morale presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia e presso l’Università Cattolica di Milano e Presidente della Società italiana di filosofia morale (S.I.F.M.), autore de ‘Etica del plurale: giustizia, riconoscimento, responsabilità’.

Si tratta di una “tendenza di alcuni settori dell’opinione pubblica, per un verso, a drammatizzare l’emergenzacriminale‘ e, per un altro verso, a invocare, come strumento funzionale alla soluzione di questo problema, un indiscriminato aumento delle sanzioni: pene più severe. Esiste, quindi, il rischio di una ‘regressione’: la rinuncia cioè a quella progressiva ‘umanizzazione’ del sistema delle pene”, come ci fa notare Pietro Costa, professore di Storia del diritto medievale e moderno, presso l’Università degli studi di Firenze, autore di ‘Il diritto di uccidere: l’enigma della pena di morte’.

Ma, quali sono le fondamenta su cui poggia la necessità di appellarsi ad una pena fisica? Le fondamenta sono di due tipi e costituiscono due idee diverse di pena: “l’idea, tipicamente del passato, di una pena retributiva, cioè l’idea per cui una pena deve retribuire il colpevole con il male che egli ha procurato e l’idea di una pena che previene i crimini, per cui molti sostengono che la pena di morte farebbe nascere il timore di essere condannati a morte e, dunque, riuscirebbe a prevenire i reati”, come ci dice Ugo Villani, professore di Diritto Internazionale, presso l’Università degli Studi di Bari e presso la Facoltà di Scienze Politiche della Luiss ‘Guido Carli’ di Roma , autore di ‘Studi su la protezione internazionale dei diritti umani‘ e di ‘La pena di morte e gli atti internazionali sui diritti dell’uomo‘.

Entrambe le idee creano equivoci. L’idea, inapplicabile, di una pena retributiva fonda la cosiddetta ‘Legge del taglione’ che, come ci dice Pietro Costa, “sembra rispondere alla domanda ‘come fondare la legittimità della pena? Per quali ragioni è giusto punire?’. E la risposta della ‘legge del taglione’ è che alla morte della vittima corrisponda la morte del criminale. In realtà, però, si tratta di una risposta illusoria”. E l’illusorietà, nonché l’inapplicabilità della legge retribuzionistica, poggia sul fatto che “la legge del taglione non potrebbe mai essere applicata con precisione in un sistema penale. Quale pena infliggo a un nullatenente che mi ruba un prezioso diamante?”. Dal canto suo, l’idea di una pena che punti alla severità per prevenire altri crimini è anch’essa equivoca e imprecisa. I fatti parlano chiaro: “In realtà se noi vediamo i Paesi dove c’è ancora la pena di morte, i reati non diminuiscono, anzi lo Stato che adotta la pena di morte propaga un concetto di violenza che non limita il verificarsi di altri atti di violenza”, aggiunge Ugo Villani.

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