sabato, Settembre 25

Pena di morte criticata

0

BangkokL’influenza dell’Indonesia sulla Comunità Internazionale potrebbe essere adombrata da venature di vergogna a causa delle recenti esecuzioni capitali comminate nei confronti di alcuni grandi spacciatori di droghe, fanno notare alcuni attivisti che operano nell’ambito dei Diritti Umani.

«L’Indonesia troverà non poche difficoltà nell’avere relazioni esterne oppure semplicemente avere negoziati con altre Nazioni, soprattutto quando si avrà a che fare col trattare temi connessi con i Diritti Umani», ha affermato il rappresentante indonesiano presso l’ASEAN per la Commissione Intergovernativa sui Diritti Umani, Rafendi Djamin, nella giornata di Martedì scorso.

A Gennaio, l’Indonesia ha sottoposto a esecuzione capitale sei condannati per materie affini allo spaccio di droghe, compresi prigionieri provenienti da Olanda e Brasile. Il Brasile e l’Olanda hanno richiamato i propri inviati diplomatici temporaneamente dall’Indonesia proprio per protestare contro l’uccisione di propri cittadini.

A proposito della crisi diplomatica, il Ministro per gli Esteri indonesiano, Retno LP Marsudi ha affermato che l’Indonesia non ha mai inteso essere ostile verso nessuno e verso nessun’altra Nazione e che continuerà a mantenere le proprie relazioni con questi Paesi.

Ricky Gunawan, il Direttore del Gruppo di Supporto Comunità legale (LHB Masyarakat), ha affermato che l’Olanda ha offerto assistenza e supporto all’Indonesia per lungo tempo, soprattutto in materia di rafforzamento della materia giuridica e legale.

«L’Olanda ha sostenuto da vicino l’Indonesia nel migliorare e potenziare il proprio sistema legale attraverso la fornitura di programmi di addestramento specifici e destinati nello specifico ai propri motiva tori giuridici locali. Il fatto che un suo cittadino sia stato sottoposto a pena capitale potrebbe indurre l’Olanda a togliere di mezzo quel supporto e sostegno di antica data», ha aggiunto Ricky Gunawan. Il quale ha anche affermato che le relazioni tra Indonesia e Brasile sono anch’esse sempre state molto buone, anche e non solo grazie ad una bene avviata e durevole partnership “Da Sud a Sud”.

Attualmente vi sono 35 persone provenienti da 15 differenti Nazioni sottoposte a pene detentive ed in attesa di essere poste alla pena capitale dopo essere state con tempi differenti condannate a pene correlate a reati per fatti di droga.

Il Presidente Joko “Jokowi” Widodo   ha rifutato di porgere clemenza ad otto trafficanti di droga. Tra di essi uno proviene dal Brasile, uno dalla Francia, uno dal Ghana, uno dalle Filippine, uno dalla Nigeria e due Dall’Australia.

A parere di Rafendi, il numero delle Nazioni che potrebbe interrompere più o meno temporaneamente le relazioni diplomatiche con l’Indonesia potrebbe estendersi notevolmente se il Governo indonesiano dovesse mantenere la pena di morte.

Al di là del poter perdere ancor più alleati all’interno della Comunità internazionale, contestualmente i tentativi di negoziazione dell’Indonesia di liberare i propri cittadini dalla sentenza di morte in Malaysia e Arabia Saudita potrebbero essere comunque respinte allo stesso modo.

«Come possiamo chiedere sostegno ad altre Nazioni affinché siano liberati i nostri cittadini dalla pena di morte se noi stessi ancora puniamo le persone con lo stesso tipo di sentenza? », si chiede Rafendi che è anche il Direttore Esecutivo del Gruppo di Lavoro per i Diritti Umani HRWG.

E’ stato documentato che circa 380 lavoratori provenienti dall’Indonesia sono attualmente sottoposti a processo e possono rischiare di vedersi comminata la pena capitale in Cina, Malaysia ed Arabia Saudita. All’interno di quel numero, 17 di essi sono stati incarcerati e condannati alla pena di morte.

Martedì scorso, il Direttore Esecutivo Cure per i Migranti, Anis Hidayah, ha affermato che le negoziazioni per liberare i lavoratori emigrati si sono di fatto immediatamente arrestate nel momento in cui l’Indonesia ha applicato la pena di morte sul proprio territorio.

Sia Ricky sia Rafendi hanno espresso il loro disappunto sul fatto che l’Indonesia abbia implementato uno standard doppio nella sua strategia per proteggere i Diritti Umani.

«Nella Comunità internazionale, l’Indonesia sembra rispettare i Diritti Umani. Al contrario, l’Indonesia viola i Diritti Umani imponendo la pena di morte. Tutto ciò è alquanto imbarazzante», ha aggiunto Rafendi.

L’Indonesia ha ratificato la Convenzione Internazionale sui Diritti Civili e Politici ICCPR nel 2005. Uno degli Articoli nella Convenzione ha stabilito che ogni Stato debba proteggere il Diritto alla Vita.

Allo stato attuale, il Codice Penale indonesiano prevede la pena di morte per alcuni reati come omicidio, terrorismo, reati connessi con le armi illegali, la corruzione, la rapina aggravate, il tradimento, lo spionaggio, una certa serie di reati militari e,appunto, la droga.

Nello specifico, la Legge 5/1997 che regolamenta la droga e i reati connessi prevede la pena di morte per chi produce o traffica sostanze psicotrope. In base a recenti stime, si ritiene che su una popolazione di circa 200 milioni di abitanti vi sia circa un milione e mezzo di tossicodipendenti, i quali spendono mediamente 100.000 Rupie al giorno per acquistare sostanze stupefacenti.

Le esecuzioni non sono pubbliche per espresso divieto contenuto nella Legge in materia, solitamente avvengono per fucilazione e vengono eseguite su spiagge deserte nelle prime ore del mattino oppure nel cuore delle foreste. Il condannato riceve la notizia della sua esecuzione solo 72 ore prima. Durante l’esecuzione al condannato viene coperta la testa con un cappuccio e gli si fa indossare una camicia bianca con un grosso segno rosso all’altezza del cuore, il condannato ha di fronte un plotone armato i cui membri, solitamente una dozzina, sono disposti in fila a breve distanza. Uno dei fucili è caricato a salve. Si attende dai tre ai cinque minuti prima di constatare l’avvenuto decesso. Si cerca di evitare il colpo di grazia alla testa poiché subito dopo l’esecuzione, il corpo del condannato deve essere restituito ai suoi parenti.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->