giovedì, Settembre 16

Pechino, un player discreto in Afghanistan field_506ffb1d3dbe2

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Lo scorso 10 luglio, Pechino ha ospitato le prove generali del quarto incontro ministeriale dellIstanbul Process, piattaforma regionale nata nel 2011 per incoraggiare la cooperazione tra l’Afghanistan e alcuni vicini tra i quali Cina, Russia, Kazakistan, India, Pakistan, Iran e Turchia. Ma che prevede la partecipazione di Paesi extra-regionali (pesi massimi come Stati Uniti e Gran Bretagna) e organismi internazionali in qualità di ‘partner di sostegno’.

Nell’attesa che il vertice vada in scena nella città portuale cinese di Tianjin il prossimo mese, a dominare la sessione di giovedì è stata la difficile transizione politica dello Stato centroasiatico, che dopo le elezioni di aprile, il ballottaggio di giugno e le accuse di brogli, dovrà aspettare un’ulteriore revisione dei voti per conoscere il suo nuovo Presidente. Il tutto mentre il 2014, l’ultimo anno segnato dalla presenza massiccia di truppe americane, ha già scavallato la sua prima metà. Entro la fine di dicembre le forze armate statunitensi dovrebbero ridursi a meno di 15mila unità. Una prospettiva che impensierisce non poco Pechino, per il quale la stabilità in Asia Centrale è di primaria importanza tanto per fattori di business che di sicurezza nazionale. Il nuovo Grande Gioco ha sempre meno le caratteristiche di un risiko energetico e sempre più quelle di una comunione d’intenti tra potenze per evitare che la regione sprofondi nel caos.

Quanto la questione afgana stia a cuore al Dragone lo dimostra la decisione dell’agenzia statale cinese ‘Xinhua’ di lanciare un portale interamente dedicato allo Stato centroasiatico e il susseguirsi a stretto giro di meeting di alto profilo: il leader uscente Hamid Karzai e il Presidente cinese Xi Jinping si erano incontrati in occasione del CICA (Confidence Building Measure in Asia) summit dedicato alla pace in Asia, ospitato a maggio da una Pechino sempre più crocevia di interessi globali. Appena tre mesi prima il Ministro degli Esteri cinese Wang Yi era stato a Kabul durante la sua maratona mediorientale. In entrambe le occasione la stabilità del Paese aveva dominato i colloqui, con il Governo cinese che si era detto disposto ad «esercitare un ruolo costruttivo» per favorire la riconciliazione politica in Afghanistan, pur precisando che la stabilità del Paese dovrà essere mantenuta dagli afgani con i loro propri mezzi. Tradotto dal linguaggio felpato della diplomazia: il Dragone non vestirà i panni di gendarme della regione come fatto finora da Washington. Piuttosto sembra strizzare l’occhio ad una cauta collaborazione.

Secondo gli esperti, laddove il Pacifico continua ad essere motivo di fratture tra Cina e Stati Uniti, il ‘cuore dell’Asia’ sta diventando teatro di un allineamento delle posizioni cinese e americane nella regione. «I cinesi sono molto consapevoli del fatto che ora ci troviamo sullo stesso spartito in Afghanistan» spiegava un diplomatico statunitense al ‘Guardian’ a margine di un incontro tra funzionari cinesi ed esperti Afpak, tenutosi a Pechino nel mese di marzo.

Fino a cinque anni fa, l’Afghanistan era considerato Eldorado di materie prime e idrocarburi: petrolio, gas, rame, acciaio, oro e litio, nutrienti principali dell’economia energivora del Dragone. Pur vivendo all’ombra di colossi energetici quali il Turkmenistan (per il gas), Iran e Uzbekistan (per il petrolio), si stima che l’Afghanistan produca 22 barili di ‘oro nero’ pro capite, in linea con il vicino Pakistan, e sia ricca dei preziosi minerari indispensabili per l’industria hi-tech noti come ‘terre rare’.

Nel 2011 China National Petroleum Corporation ha siglato un accordo da 700 milioni di dollari per operare in tre bacini petroliferi dell’Amu Darya, mentre tre anni prima Chinese Metallurigical Group e Jiangxi Copepr Co. si erano aggiudicati il diritto esclusivo di estrazione nel sito di Mes Aynak, nella provincia di Logar, per 3 miliardi di dollari. Al tempo la portata dell’affare sembrò giustificare i costi: quello di Mes Aynak si pensa sia il deposito di rame più grande del mondo. Se non che, sulla scia del rallentamento della crescita cinese, del deterioramento della sicurezza nel Paese e del calo dei prezzi del rame, la scorsa primavere Pechino ha fatto sapere di voler ritrattare i termini dell’accordo, minacciando i piani di Kabul che spera di fare leva sulle ricchezze del sottosuolo per rilanciare lo sviluppo nazionale. A confermare come l’Afghanistan stia lentamente diventando per il gigante asiatico una spinosa questione di sicurezza più che un’opportunità economica. Dopo che, nell’agosto del 2013, tre cinesi residenti a Kabul vennero uccisi e altri due rapiti, per molti imprenditori la scelta più saggia è stata quella di fare i bagagli e ripiegare oltre la Muraglia.

La svolta è avvenuta nel 2012, quando Zhou Yongkang, l’allora Zar della Sicurezza cinese -oggi dato da molti agli arresti domiciliari con l’accusa di corruzione- si è diretto a Kabul, la personalità di più alto livello a visitare il Paese dal 1966, quando a recarvisi fu il Presidente Liu Shaoqi. In quell’occasione fu dato l’inizio ad una cooperazione con il regime di Karzai per l’addestramento di 300 funzionari di polizia afgani, a cui ha fatto seguito un‘intesa sino-americana per la formazione professionale di diplomatici, operatori sanitari e tecnici agricoli. Prima volta che Pechino ha dimostrato la volontà di impegnarsi in una collaborazione con un Paese terzo in terra straniera, commenta sul ‘Guardian’ William Darymple, storico e autore di libri di viaggio ambientati in Asia Centrale. Tre sono gli incontri tenuti ogni anno dall’Ambasciatore James Dobbins, rappresentante speciale di Obama in Afghanistan, e la controparte cinese per discutere il futuro della regione; dimostrazione di una progressiva convergenza degli interessi delle due potenze mondiali, almeno per quanto riguarda il quadrante centroasiatico.

In più occasioni le attività minerarie cinesi a Logar sono state vittime di attacchi talebani, la cui origine viene tracciata in Pakistan. Per anni Kabul e Islamabad si sono accusati a vicenda di dare rifugio ai gruppi insurrezionali. E stando all‘intelligence statunitense, la leadership di al-Qaeda, che subito dopo l’intervento militare USA del 2001 spostò la sua roccaforte nelle aree tribali del Pakistan, starebbe già preparando il suo ritorno in Afghanistan. Secondo fonti del Jerusalem Center for Public Affairs, circa 1000 jihadisti cinesi si starebbero addestrando nella ‘Terra dei puri’ in attesa di contribuire alla guerra civile che da due anni insanguina la Siria.

Da parte sua Pechino, comincia a nutrire il sospetto che Islamabad non si stia impegnando a dovere nella lotta contro il terrorismo, un fenomeno che il Dragone avverte come una minaccia reale da quando le fiammate di violenza -attribuite ufficialmente alla minoranza musulmana uigura hanno oltrepassato i confini della remota regione occidentale dello Xinjiang (che confina tanto con il Pakistan che con l’Afghanistan), arrivando a colpire persino il cuore politico della Repubblica popolare cinese: piazza Tian’anmen. Nota è la presenza di combattenti provenienti dallo Xinjiang nelle aree di frontiera tra Afghanistan e Pakistan: nel dicembre 2001, i jihadisti uiguri furono tra i primi a morire sotto i bombardamenti statunitensi post 11 settembre sferrati sulle montagne di Tora Bora. Secondo i ben informati, oggi gli uiguri si addestrano poco più a est, nel Waziristan del Nord, Pakistan settentrionale, anche se le organizzazioni internazionali sono più caute nel quantificare la presenza uigura nei due ‘-stan’, che il Governo cinese riallaccia alla controversa sigla terroristica dell’ETIM (East Turkestan Islamic Movement), un’organizzazione che gli Stati Uniti hanno rimosso dalla loro black list alcuni anni fa.

L’inefficacia delle misure intraprese da Kabul contro i miliziani pesa notevolmente sulle cinquantennali relazioni con la Cina, ma gli analisti non escludono che la vicinanza cinese sia al Pakistan che all’Afghanistan possa facilitare una pacificazione tra le due parti. Ma affinché questo avvenga “sono necessari cambiamenti sostanziali e dimostrabili, come l’istituzione di meccanismi istituzionali o il raggiungimento di un’integrazione economica“, commenta Richard Ghiasy research fellow presso l’Afghan Institute for Strategic Studies (AISS) di Kabul. 

Pechino è certamente l’interlocutore più logico per disinnescare le tensioni tra Pakistan e Afghanistan“, spiega a ‘L’indro’ Michael Kugelman, ricercatore associato del Woodrow Wilson International Center for Scholars per l’Asia Meridionale e del Sudest, “esercita una notevole influenza sul Pakistan e a differenza degli Stati Uniti -che come la Cina offrono ingenti aiuti al Paese- gode di notevole fiducia ed è ben visto dagli afgani. Il rispetto di Kabul la Cina l’ha ottenuto grazie ai vari investimenti nel Paese. Pechino è molto preoccupato per la crescente instabilità in Pakistan e Afghanistan per via della questione uigura, e capisce che, per ridurre l’instabilità in ognuno dei due Stati, è necessario prima smorzare le tensioni che intercorrano nei rapporti tra i due. Entrambi dovranno prima far fronte ai problemi che hanno in casa propria. Per il Pakistan questo vuol dire interrompere la sponsorizzazione di stato dei militanti; per l’Afghanistan vuol dire affrontare la questione dei talebani sconfiggendoli sul campo di battaglia o più realisticamente avviando una riappacificazione politica. Nonostante Pechino stia cercando di migliorare le relazioni con Nuova Delhi, tradizionale nemico del Pakistan, tuttavia Islamabad sarebbe sufficientemente dipendente dalla Cina da poter cedere alle sue richieste anche alla luce di un riavvicinamento cinese all’India. Il punto è che le frizioni tra Afghanistan e Pakistan sono profonde, risalgono nel tempo e non sarà possibile per nessun mediatore esterno, nemmeno per la Cina, risolverle”.

Nonostante le schermaglie di confine, Pechino e Delhi si avviano verso una maggiore cooperazione non soltanto sul versante economico (a febbraio il gigante asiatico è diventato il primo partner commerciale dell’India). Anche Delhi si trova coinvolta nel Paese centroasiatico per via dei 10 miliardi di dollari investiti a Hajigak, un deposito di minerali di ferro 100 chilometri a ovest di Kabul. Lo scorso gennaio Pechino ha ospitato un meeting trilaterale con Mosca e il Governo indiano per discutere le sorti dell’Afghanistan all’indomani del disimpegno Usa nella regione. Un argomento che domina l’agenda della SCO (Shanghai Cooperation Organization), blocco antagonista della NATO a guida russo-cinese, al quale Pakistan e India partecipano soltanto in qualità di osservatori. Il conflitto tra Governo indiano e pakistano per l’attribuzione del Kashmir -controllato per due terzi da Delhi e rivendicato interamente da Islamabad- ha fino ad oggi ostacolato il loro ingresso nell’organizzazione.

Il 10 novembre 2013 nella capitale indiana si era tenuto un incontro simile suggellato dall’augurio generale per una ricostruzione economica diretta da Kabul, in cui la partecipazione della comunità internazionale deve essere solo di ‘sostegno’ e non motore trainante. Interessante notare che a promuovere tale ‘sostegno’, secondo quanto riportato nel communiqué finale, debbano essere istituzioni regionali e multilaterali, prime fra tutte la già citata SCO, la South Asian Association for Regional Cooperation, la post-sovietica Collective Security Treaty Organization, e -soltanto infine- la NATO.

Ma a dettare il destino della crescita afgana, che è principalmente export-oriented, sarà sopratutto la capacità o meno di fortificare il settore della logistica. Lo Stato centroasiatico risulta pressoché isolato a causa della fragilità delle infrastrutture di trasporto. Come ricorda Vaughan Winterbottom su ‘The Interpreter’, il progetto americano per il Northern Distribution Network, serie di accordi logistici che collegano i porti del Baltico e del Mar Caspio all’Afghanistan passando per la Russia, Asia Centrale e il Caucaso, è stato guastato dai risentimenti regionali. A febbraio eurasianet.org riportava di bisticci tra i vari ‘-stan’ circa la realizzazione della tanto attesa linea ferroviaria TAT (Turkmenistan-Afghanistan-Tajikistan); un progetto annunciato nel 2011 dall’ex Segretario di Stato americano Hillary Clinton, nell’ambito della ‘strategia della nuova Via della Seta’, la cui sorte è oggi incerta. Non ha avuto più fortuna il Central Asia Regional Electricity Trade Project, pensato per trasmettere il surplus energetico di Tajikistan e Kyrghizistan al Pakistan via Afghanistan, ma ancora in fase embrionale nonostante l’interessamento dell’Asia Development Bank. E se Pechino sta lavorando da anni con Islamabad al potenziamento del Corridoio di Gwadar-Karakoram, ponte tra il Pakistan e la regione cinese dello Xinjiang, tuttavia il progetto sembra essere finalizzato sopratutto ad assicurare al Dragone un accesso commerciale e militare al Mar Arabico. Non certo a regalare dinamismo al vicino Afghanistan.

D’altra parte, ci sono buone motivazioni per sperare che il crescente attivismo cinese in Asia Centrale, annunciato urbi et orbi con il piano di una cintura economica attraverso l’Eurasia (un’altra ‘nuova Via della Seta’, stavolta firmata Xi Jinping), porti qualche beneficio anche in Afghanistan. Anche se “prerequisito sarà riuscire ad affinare l’infrastruttura morbida“, (sopratutto infrastrutture digitali e protocollo doganale), perché per una collaborazione economica non basta investire nell”hard’, chiosa Ghiasy.  

L’iniziativa per una ‘nuova Via della Seta’, in caso di successo, potrebbe contribuire a rafforzare la crescita dell’Afghanistan in un momento in cui la sua economia è molto debole“, commenta Kugelman, “farebbe aumentare il commercio, il flusso dei trasporti attraverso la regione e creerebbe forti mercati energetici nell’Asia Centrale e Meridionale. Si tratterebbe di un’integrazione regionale e quindi andrebbe anche a vantaggio di Kabul. Purtroppo, però, la buona riuscita nella realizzazione della Via della Seta si scontra con grandi sfide: prima di tutto bisogna tener presente che i rapporti politici nella regione sono molto labili, date le tensioni tra Pakistan e Afghanistan, Pakistan e India, e tra la Russia e i suoi vicini. In secondo luogo, la situazione della sicurezza all’interno dell’Afghanistan non permette un ambiente adeguato a consentire investimenti massicci, la costruzione di condotte e altri progetti che richiedono molto lavoro e condizioni stabili“.

 

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