martedì, Ottobre 19

Pechino sceglie la Grecia Con lo sviluppo del Pireo, la Cina rafforza la sua presenza nel Mare Nostrum. Italia snobbata

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Non solo porti, ma anche linee ferroviarie e infrastrutture aeroportuali. La Cina cementa la partnership con Atene e aggiunge un altro mattone al proprio avamposto occidentale. La tre giorni del premier cinese Li Keqiang in Grecia non ha fatto altro che confermare il sostegno di Pechino al Paese più debole dell’Eurozona, mantenuto a galla grazie ai prestiti di Unione Europea e Fondo Monetario Internazionale. L’ultima tranche di accordi vale 3,4 miliardi di euro e spazia dai prestiti delle banche cinesi per la realizzazione di almeno 10 imbarcazioni alla costruzione di parchi ad energia solare, passando per il commercio di prodotti agroalimentari. «Le due economie sono complementari», ha scritto Li alcuni giorni fa sul quotidiano locale ‘Kathaimerini’, «la Grecia sta accelerando le privatizzazioni e la costruzione di infrastrutture. La Cina vuole che le sue imprese ben consolidate svolgano un ruolo attivo in questo processo». E Pechino sa come tirare acqua al proprio mulino: nel 2011 i due Governi hanno istituito un fondo comune da 10 miliardi di dollari per offrire agli armatori greci prestiti a basso interesse, a condizione che le navi vengano costruite nei porti del Regno di Mezzo.

Ma al di là della retorica, i numeri evidenziano un volume di affari tra i due Paesi estremamente basso. Secondo alcuni dati forniti dalla Camera di Commercio e dell’Industria greco-cinese, i rapporti bilaterali nel 2011 si aggiravano sui 3,25 miliardi di euro e l’anno successivo rappresentavano solo lo 0,6% del totale degli scambi tra Cina e UE. Sembrerebbe, quindi, piuttosto evidente che l’attrazione del Dragone per Atene sia strettamente in funzione di un riposizionamento degli interessi cinesi nel ‘Mare Nostrum’ . Scambi virtuosi a parte.

Sebbene il porto del Pireo non sia ancora in grado di rivaleggiare con gli scali del Nord Europa quanto a capacità di traffico, tuttavia, risulta avvantaggiato dalla vicinanza al canale di Suez. Il che potrebbe permettere, in futuro, di risparmiare alle merci cinesi il trasporto su rotaia attraverso l’Asia Centrale, il Medio Oriente e il Caucaso. Come disse una volta il Capitano Fu Cheng Qiu: «Nessun’altro Paese europeo ha un tale potenziale. Noi pensiamo che il Pireo possa diventare il principale porto del Mediterraneo e uno dei più importanti centri di distribuzione». Nel 2012, il porto ateniese ha movimentato 625.914 teu, mentre secondo stime del Ministro dei Trasporti Militiadis Varvitsiotis, oltre la metà dell’export cinese e il 60% delle importazioni di petrolio verso la Cina passano attraverso armatori greci.

Tutte è cominciato quando il 3 ottobre 2010, mentre gli investitori occidentali abbandonavano l’Acropoli al collasso, l’allora Premier greco Giorgios Papandreou e il suo omologo cinese Wen Jiabao suggellarono un’intesa strategica che avrebbe reso la Grecia la porta d’accesso cinese all’Europa. Soltanto un anno prima, il colosso cinese della logistica marittima Cosco aveva ottenuto una concessione di 35 anni per lo sviluppo di due terminal del porto del Pireo. Un accordo da 4,3 miliardi di dollari, di cui gran parte dei costi sono stati abbattuti dal volume dei carichi, triplicato nel giro di tre anni. Il Pacifc Piraeus Terminal lo scorso anno ha visto i propri profitti incrementare del 16%, pari a 23,1 milioni di dollari, nonostante le critiche dei sindacati locali per le condizioni di lavoro ‘in stile cinese’ alle quali verrebbero sottoposti gli operai (bassi salari, ma anche un drastico taglio nel numero del personale. Mansioni per le quali i sindacati prevedono 9 lavoratori, sotto la Cosco vengono svolte da 4 persone). Fino a oggi, d’altra parte, l’intesa si è rivelata altamente remunerativa anche per il Governo di Atene, al quale il colosso della logistica ha versato oltre 100 milioni di dollari di affitto ogni anno.

Nel 2013, la compagnia cinese si è impegnata a spendere ulteriori 314 milioni di dollari per l’ampliamento del porto, che dovrebbero comprendere, tra le altre cose, la costruzione di una banchina per il rifornimento di oro nero. Al termine dei lavori, la capacità del Pireo raddoppierebbe dagli attuali 3,7 milioni di teu a 6,2 milioni. In cambio, la Cosco non pagherà più il contributo fisso all’Autorità portuale, previsto fino al 2020, consentendo alla società un risparmio di circa 250 milioni di euro. Mentre il prossimo passo potrebbe essere l’acquisto di una quota del 67% del porto dall’Hellenic Republic Asset Development Fund, il fondo statale per la privatizzazione.

Nel novembre 2012, Cosco ha siglato un accordo con Hewlett Packard, la principale multinazionale informatica a livello mondiale, per il trasporto dei suoi prodotti verso il Vecchio Continente e Medio Oriente attraverso il Pireo: una media annua di 20000 container di apparecchiature elettroniche ‘made in China’ viaggerà da Chongqing verso Atene. Lo scorso anno, il gigante dei trasporti ha firmato un’intesa con la compagnia di telecomunicazioni Zte Corporation (Zhongxing Telecomunication Equipment Corporation), riguardo l’utilizzo del Terminal Container del Pireo come centro logistico per lo smistamento e il transito dei prodotti Zte. L’intesa prevede che dallo snodo marittimo dell’attica i prodotti proseguano verso 12 Paesi europei, tra i quali l’Italia. Altre compagnie come IKEA, Dell, LG e Sony starebbero pensando a qualcosa di simile per velocizzare le spedizioni dall’Asia all’Europa, che risulterebbero più rapide di 4-6 giorni rispetto alla tratta via Rotterdam. Non a caso, nei pressi del Pireo, Pechino ha comprato un impianto di trasbordo nave-treno e un centro di confezionamento. L’idea è quella di formare un sistema di trasporto combinato, come si evince dall’entusiasmo dimostrato dal Governo cinese per altri porti a Creta e nella Tessalonica, oltre a non meno di 13 aeroporti regionali, compreso l’Athens International Airport che appartiene per il 40% alla tedesca Hochtief. Di più: il Ministro dello Sviluppo Nikos Dendias ha fatto cenno a un progetto per la costruzione di una linea ferroviaria ad alta velocità, mentre l’intenzione della Cosco di comprare l’azienda ferroviaria statale Trainose è cosa nota da diverso tempo.

Ma non sono soltanto gli affari a spingere il Dragone in terre tanto lontane. A febbraio era stata rilevata una consistente presenza di navi pattuglia cinesi e russe nel Mediterraneo durante il trasporto delle armi chimiche di Assad dalla Siria a Gioia Tauro. Un maggior interesse cinese per l’Egeo, crocevia tra Europa e Medio Oriente, sarà sempre più inevitabile davanti alla maggior partecipazione di Pechino ai dossier internazionali. Sebbene il Pireo non costituisca una base militare, qualcuno ha fatto notare come il porto si sia rivelato particolarmente utile, nel 2011, per l’evacuazione di 4600 cinese in fuga dalla Libia in tumulto. Per di più, pur essendo l’ultima della classe Eurozona, presto la Grecia dovrebbe acquisire importanza strategica diventando il cuore pulsante del Southern Gas Corridor, sistema di sicurezza energetica fortemente voluto da Bruxelles che mira a svezzare l’Europa dalla dipendenza del gas russo. A partire dal 2017 l’oro blu azero dovrebbe scorrere lungo la TAP (Trans-Adriatic Pipeline) che per due terzi si snoda attraverso la Grecia settentrionale per poi proseguire in Albania e verso il tacco dello Stivale.

A questo punto ci si potrebbe chiedere perché Pechino abbia preferito la Grecia all’Italia. Alla fine, la distanza tra il Pireo e Gioia Tauro, primo terminal per trasbordo del Mediterraneo, è minima. Stando a quanto dichiarato in occasione del Transport and logistic China da Saverio Spatafora, dirigente tecnico dell’Autorità portuale, nel 2012 il 70% del mercato dello snodo calabrese arrivava proprio dalla Cina.

La mia impressione, a suo tempo, fu che i cinesi avrebbero volentieri investito a Gioia Tauro, ma che si erano spaventati per l’inconsistenza delle autorità regionali e nazionali che non facevano che cambiare posizione. E le pressioni della criminalità organizzata certo non li ha invogliati” racconta a ‘L’Indro’ Stefano Silvestri, Presidente dell’Istituto Affari Internazionali dal 2001 al 2013 ed ex docente sui problemi di sicurezza nell’area mediterranea. “Non penso che strategicamente preferissero la Grecia all’Italia, ma che l’abbiano scelta per ragioni pratiche. Non saprei dar loro torto. Tremo nel pensare a cosa sarebbe potuto accadere se avessero tentato di portare in Calabria progetti di Alta Velocità e nuovi aeroporti… basta vedere l’indecorosa posizione della regione Puglia sulla questione del gasdotto TAP, che pure è di interesse strategico per l’Italia e che rischia anch’esso di essere dirottato o ridimensionato per la nostra inconsistenza decisionale. Ritengo che i cinesi abbiano quindi fatto una scelta prudente e intelligente, anche se mi dispiace per i mancati investimenti in Italia. D’altra parte, l’evacuazione dei cittadini cinesi avrebbe potuto, evidentemente, passare anche per Gioia. Ma è inutile piangere sul latte versato“.

Le parole di Silvestri trovano conferma negli eventi recenti; nel mese di marzo la Cosco ha minacciato di abbandonare Napoli per via dell’impossibilità tecnica di attraccare con imbarcazioni da 8000 teus, quelle più usate dagli armatori per abbattere i costi del trasporto. Da oltre tre anni i cinesi chiedevano inascoltati escavi e banchine più lunghe. Secondo quanto riportato da ‘Il Mattino’, le cifre dell’abbandono sono devastanti: il porto perderebbe 110mila teus all’anno, cioè il 35% dall’attuale traffico di container.

 

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