martedì, Aprile 13

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Una soluzione politica alla situazione di stallo in cui vertono i rapporti tra Pechino e Taipei non può essere rimandata in eterno. Lo aveva preannunciato il Presidente cinese Xi Jinping durante un breve colloquio con Vincent Siew, ex Vice Presidente di Taiwan e inviato dell’isola al forum APEC (Asia Pacific Economic Cooperation) tenutosi lo scorso ottobre a Bali. L’incontro fu al tempo definito una ‘pietra miliare’ nei rapporti tra lo Stretto e «un buon inizio di una interazione ufficiale normalizzata tra le due parti». Al margine del vertice indonesiano, il responsabile per la Cina dei rapporti con Taiwan, Zhang Zhijun, ha fatto un passo in più, invitando ufficialmente il suo omologo taiwanese Wang Yu-chi a visitare la Cina ‘a tempo opportuno’.

Dopo sole poche ore l’idillio veniva spezzato con la pubblicazione dell’annuale rapporto di Difesa Nazionale di Taiwan, in cui viene paventata la possibilità di un’invasione cinese entro il 2020. Campanello d’allarme i 1600 missili balistici puntati verso l’isola, tutt’oggi considerata da Pechino alla stregua di una provincia ribelle da riannettere al continente: nel 2005 Pechino ha varato una legge anti-secessione che autorizza l’uso delle forze armate qualora l’isola si dovesse dichiarare formalmente indipendente. Spaventa, inoltre, il budget militare del Dragone in continua crescita, contro l’ultima sforbiciata apportata dalla Repubblica di Cina alla propria Difesa. L’aggressività militare cinese è tale che nemmeno la protezione americana fornita dal Taiwan Relation Act, un lascito della Guerra Fredda, riesce ad assicurare tranquillità a Taipei, si legge nel rapporto.

Gli attriti tra le due sponde dello Stretto, eredità storica della guerra civile tra nazionalisti e comunisti conclusasi con la fuga dei primi sull’isola e l’istituzione di due governi indipendenti, sembrano oggi essere dovuti più che altro all’alleanza che lega Taiwan agli Stati Uniti, mentre le antiche pretese di Taipei si sono ormai tramutate nell’accettazione più o meno rassegnata di un’indipendenza de facto. Troppi gli interessi in gioco.

«Dopo quasi cinque anni di sforzi, lo Stretto di Taiwan è diventato oggi uno dei corsi d’acqua più pacifici e uno dei corridoi più tranquilli d’Asia», scandiva il Presidente Ma nel suo discorso in occasione del National Day, l’anniversario della rivolta di Wuchang, scintilla della Rivoluzione del 1911 che portò alla deposizione della Dinastia Qing e alla costituzione della Repubblica di Cina, «le due parti dovrebbero utilizzare frequenti contatti e interazione per rafforzare la fiducia politica, nonché continuare ad espandere e approfondire gli scambi in vari campi per favorire il benessere del popolo».

Detto fatto. A quattro mesi di distanza, quell’invito pronunciato durante il forum economico asiatico non è stato lasciato cadere nel vuoto. Sarà Nanchino, la vecchia capitale della Cina nazionalista fino al 1949, a fare da sfondo al faccia a faccia tra Zhang Zhijun e Wang Yu-chi in agenda per domani 11 febbraio. Un incontro storico quello tra il Ministro del MAC (il Consiglio per gli Affari Continentali) e il direttore del TAO (l’Ufficio per gli Affari di Taiwan del Consiglio di Stato), i funzionari dei rispettivi Paesi di più alto rango a stringersi la mano dal ’49. In passato i colloqui tra le due parti hanno sempre visto protagonisti un ufficiale in carica e uno in pensione, proprio come avvenuto tra Xi Jinping e Vincent Siew a Bali. Così se il precedente capo del TAO, Lai Shin-yuan, sperò invano per anni di raggiungere la mainland, riuscendo a visitare soltanto le regioni amministrative speciali di Hong Kong e Macao, così la sua controparte cinese Wang Yi non mise mai piede sull’isola democratica.

Nonostante il peso specifico del meeting che si prolungherà fino al 14 del mese, a sgonfiare le aspettative è stato lo stesso Wang: non si parlerà delle frizioni politiche con la Repubblica popolare, di diritti umani, né verrà menzionato il ‘principio di una sola Cina’. Piuttosto «si cercherà di promuovere l’interazione regolare tra MAC e TAO» al fine di normalizzare i rapporti ed evitare fraintendimenti. Pechino e Taipei discuteranno, inoltre, del ruolo di Taiwan negli organismi internazionali (la Repubblica di Cina è riconosciuta come Stato sovrano soltanto da 23 Paesi), dell’assistenza sanitaria per gli studenti taiwanesi nella mainland e della possibile creazione di uffici di rappresentanza su entrambe le sponde dello Stretto.

Da quando nel 2008 Ma Ying-jeou, leader del Partito nazionalista Guomindang, ha assunto le redini dell’ex isola di Formosa i rapporti tra le due Cine sono entrati in una fase di distensione grazie a una serie di accordi economici culminati nell’ECFA, l’Economic Cooperation Framework Agreement siglato nel 2010. Oggi Pechino rappresenta il principale partner commerciale di Taipei, con interscambi che nel 2013 hanno raggiunto circa 120 miliardi di dollari.

Lo scorso anno 2,21 milioni di turisti cinesi sono sbarcati sull’isola grazie all’allentamento sul tetto massimo degli ingressi giornalieri, mentre il numero degli studenti della mainland, che prima del 2008 si aggirava intorno alle 800 unità, ormai è arrivato a superare la soglia delle 24mila. Alcuni anni fa il noto economista cinese Hu Angang paragonava la crescente dipendenza di Taiwan dal Dragone a quella che un malato di diabete ha per l’insulina. Una dipendenza che si riverbera nella debole risposta di Taipei all’istituzione della zona di identificazione aerea cinese (ADIZ), così come nelle varie dispute territoriali nel Mar Cinese.

Il nuovo round di colloqui potrebbe costituire un vero e proprio balzo in avanti nei rapporti tra i vicini asiatici. In mancanza di relazioni formali -dal 1949 non è mai stato firmato alcun accordo di pace tra le due entità- il SEF, ovvero la Straits Exchange Foundation, e l’ARATS, l’Association for Relations Across the Taiwan Straits, hanno rappresentato rispettivamente il principale canale diplomatico tra i governi di Taipei e Pechino, dai primi anni ’90 a oggi. «Ma, se l’incontro tra Wang Yu-chi e Zhang Zhijun dovesse inaugurare l’inizio di un ‘dialogo diretto’ face-to-face tra alti funzionari, le due istituzioni semi-ufficiali avranno ancora motivo di esistere?» si chiedono media ed esperti taiwanesi. Stando a quanto affermato da Wang in questi giorni, per il momento SEF e ARATS verranno mantenuti, in futuro però chissà. Tanto più che il meeting di Nanchino ha scatenato una girandola di voci su un possibile incontro niente meno che tra i due capi di Stato Xi Jinping e Ma Yingjeou. Magari in occasione del prossimo forum APEC, che si terrà a ottobre nella capitale del Regno di Mezzo.

Fino ad oggi il Presidente della Repubblica di Cina è stato escluso dal summit proprio per via delle opposizioni di Pechino, venendo generalmente sostituito da ex funzionari in vesti ufficiose. Ma, sottolinea l’agenzia statale taiwanese CNA‘, «dato che i partecipanti dell’APEC vengono identificati semplicemente come ‘leader’ invece che con il loro titolo ufficiale, il MAC ritiene che il summit potrebbe essere una buona occasione per un’interazione a pari livello dei leader di Taiwan e Cina». L’APEC si definisce organismo e non organizzazione internazionale proprio perché, essendo composto da economie e non da Stati, è privo di una piena personalità giuridica e ciò spiega come mai possano farne parte contemporaneamente la Cina continentale, Hong Kong e Taiwan; ossia tre realtà che, secondo Pechino e tutti i governi che intrattengo rapporti diplomatici con Pechino, territorialmente appartengono alla Repubblica popolare.

Il PDD (Partito Democratico Progressista), principale Partito d’opposizione taiwanese guidato da Su Tseng-chang, invita alla cautela sottolineando come un colloquio diretto tra Xi e Ma potrebbe venire sfruttato da Pechino al fine di imporre precondizioni per le relazioni bilaterali, spingendo Taiwan a fare concessione che rischierebbero di minacciarne l’indipendenza de facto. Al contempo -come evidenzia l’analista Wu Shang-su sul Diplomat‘- lo stesso PDD di recente è stato costretto a rivedere le sue posizioni nei confronti della Cina continentale, dopo l’ultima sconfitta alle presidenziali del 2012, nuovamente vinte da Ma Ying-jeou e dalla linea filocinese.

Stando a un sondaggio pubblicato a dicembre sul ‘Taipei Times‘, il 66% dei cittadini si dice a favore dello status quo, il 24% vorrebbe l’indipendenza di Taiwan, mentre soltanto il 7% auspica l’unificazione delle due Cine. E sebbene la ‘Resolution on Taiwan’s Future’, principale documento del DPP inneggiante all’indipendenza, non sia mai stata rinnegata, oggi tuttavia anche tra le fila dell’opposizione sono in molti a ritenerla superata.

 

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