giovedì, Agosto 5

Pechino elogia e "avverte" Macao

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Negli ultimi mesi il modello di ‘un Paese, due sistemi, ideato nei primi anni ’80 dall’ex leader della Repubblica Popolare Cinese (RPC) Deng Xiaoping con lo scopo di integrare Hong Kong e Macao nella Cina comunista, è entrato nella sua più profonda crisi. Quando, il 30 giugno del 1997, il Regno Unito cedette a Pechino la sovranità su Hong Kong, il PCC (Partito Comunista Cinese) e i suoi alleati nell’ex colonia britannica speravano che la visione politica di Deng avrebbe inaugurato una nuova era di prosperità e di fervore patriottico nella città.

Invece, Hong Kong è diventata un rompicapo per la leadership comunista. Dal 1997 ad oggi, ogni anno le strade di Hong Kong si riempiono di manifestanti insoddisfatti delle politiche di Pechino. Nel 1999, ad esempio, la Corte d’Appello Finale di Hong Kong decise che i residenti della Cina continentale con almeno un genitore di Hong Kong avessero diritto al permesso di soggiorno nella città; il Governo di Hong Kong non era d’accordo e si rivolse a Pechino, che annullò la sentenza della Corte. Quest’azione venne considerata dall’opinione pubblica come una negazione dell’indipendenza giudiziaria di Hong Kong stipulata nella Legge base, una sorta di costituzione dell’ex colonia. Ciò causò la prima grande ondata di proteste contro le ingerenze degli organi di Stato comunisti negli affari della Regione Amministrativa Speciale.

Nel 2003 circa mezzo milione di persone manifestò contro un controverso pacchetto di leggi antisovversione contro atti di tradimento, secessione, sedizione, sovversione, furto di segreti di Stato, e contro la partecipazione di organizzazioni politiche straniere a Hong Kong o della loro cooperazione con gruppi politici locali. Nel 2012, il Governo dell’impopolare Capo dell’Esecutivo Tung Chee-hwa fu costretto a ritirare una legge che avrebbe imposto alle scuole l’insegnamento obbligatorio dell’ ‘educazione morale e nazionale, un programma dai contenuti patriottici che avrebbe dovuto fare ‘riavvicinare’ i giovani di Hong Kong alla  ‘madrepatria’ cinese. Migliaia di cittadini avevano assediato la sede del Governo per 10 giorni. Questi sono solo tre esempi dei numerosi movimenti popolari che hanno trasformato Hong Kong in una patata bollente nelle mani dei leader comunisti, poco abituati ad avere a che fare con atti di opposizione così eclatanti.

Il movimento ‘Occupy Central, iniziato a settembre di quest’anno, è stato di certo il colpo più duro inferto al modello di ‘un Paese, due sistemi’ a Hong Kong. Studenti e gruppi filodemocratici hanno occupato alcune aree del centro cittadino per ben 75 giorni, paralizzando arterie vitali del traffico. Nonostante essi si fossero detti pronti a continuare l’occupazione per un anno, però, l’intransigenza del Governo di Pechino e dell’establishment filocomunista li hanno costretti a terminare la protesta. Ma le tensioni restano, e i manifestanti hanno promesso di continuare la loro lotta.

Dato che Hong Kong ha creato così tanti guai alla leadership comunista, Pechino ripone sempre più speranze in Macao, l’altra Regione Amministrativa Speciale della Cina. Macao ha molto in comune con Hong Kong. Essa è situata nel sud della Cina ed è culturalmente contigua alla provincia cinese meridionale di Guangdong. Anch’essa è stata una colonia occidentale. I portoghesi la amministrarono di fatto dal 1557 al 1887 e di diritto, con la firma del Trattato Sino-portoghese di Pechino, dal 1887 al 1999.

Sotto molti punti di vista la Cina gode di rapporti decisamente migliori con Macao che con Hong Kong. Uno dei motivi è da ricercarsi nello sviluppo socio-economico delle due ex colonie. Sotto il Governo coloniale britannico, Hong Kong visse uno dei miracoli economici più spettacolari e duraturi della Storia, divenendo una delle quattro ‘tigri asiatiche’. Fra il 1960 e il 1970, Hong Kong era ancora un’economia in via di sviluppo, con un PIL pro capite pari solo al 24% di quello statunitense. Nella metà degli anni ’80, con un reddito pro capite di 9,740 dollari, essa era ancora nella fascia media. Ma nel 1992, la Banca Mondiale la classificò come un’economia sviluppata. Nel 1997, nell’anno dell’annessione alla Cina, il suo PIL pro capite era di 27,330 dollari, inferiore ma vicino al PIL pro capite degli Stati Uniti, che era pari a 31,573 dollari. Hong Kong era, dunque, già una società ricca, e i suoi cittadini erano ormai nella posizione di poter considerare altri criteri, quali la corruzione, l’uguaglianza e la libertà, come indicatori di un buon Governo.

Macao, invece, ha vissuto il suo miracolo economico dopo essere divenuta parte della RPC. Nel 1992 il PIL pro capite della regione era di 12,126 dollari. Nel 1999 era aumentato di poco, attestandosi sui 13,908 dollari. Dopo l’unificazione con la Cina continentale, Macao si è letteralmente trasformata. Fra il 2000 e il 2013, il PIL di Macao è cresciuto di una media del 13% annuo. Il PIL pro capite ha raggiunto i 91,376 dollari nel 2013, cosa che ha permesso all’ex colonia portoghese di sorpassare la Svizzera, gli Stati Uniti (53,143 dollari), e la stessa Hong Kong (38,124 dollari). La fonte della ricchezza di Macao è il gioco d’azzardo, reso possibile proprio dalla sua integrazione economica con la Cina. Infatti, il Governo di Pechino ha concesso a Macao un monopolio sul gioco, dato che esso è illegale nel resto della Cina; e sono i turisti cinesi, arricchitisi grazie al boom economico del Paese, a spendere grandi quantità di denaro nei casinò.

Vi sono poi motivi politici per cui i rapporti fra Macao e Pechino sono storicamente migliori rispetto a quelli che Hong Kong ha con le autorità comuniste. I conflitti fra questi ultimi erano già iniziati nell’era coloniale. Londra non voleva cedere Hong Kong al regime comunista, e fu solo la minaccia di Deng Xiaoping di invadere la città a costringere l’allora primo ministro britannico, Margaret Thatcher, ad accettare le richieste del PCC. Prima del 1997 Chris Patten, l’ultimo governatore britannico di Hong Kong, fece infuriare Pechino con il suo atteggiamento dichiaratamente anticomunista, e con la sua decisione di riformare il sistema elettorale di Hong Kong, rendendolo più democratico (il Consiglio Legislativo di Hong Kong eletto democraticamente fu sciolto da Pechino immediatamente dopo il trasferimento di sovranità).

I negoziati fra il Portogallo e la Cina, che si conclusero nel 1987, furono anch’essi difficili, e questioni quali la nazionalità dei cittadini portoghesi di Macao e la data del trasferimento di sovranità crearono momenti di tensione. Ma, in generale, le due parti non ebbero scontri come fu invece il caso con i britannici.

Dopo il 1999 Macao è stata dinamica sul fronte economico ma calma su quello politico. I cittadini dell’ex colonia hanno beneficiato del miglioramento del loro standard di vita, di maggiori opportunità di lavoro e dell’aumento del turismo. Ciò non significa che Macao sia in tutto e per tutto priva di interesse per la politica. Nel maggio di quest’anno, ad esempio, migliaia di persone sono scese in piazza per protestare contro le pensioni d’oro che il Governo voleva concedere ad alcuni funzionari di Stato. Ma, se paragonate alle manifestazioni di Hong Kong, questi atti di protesta appaiono modesti anche agli occhi del Governo centrale.

Le differenze fra Hong Kong e Macao si manifestano anche nella questione dell’identità nazionale. In un recente sondaggio svolto dall’Università di Hong Kong, il 40% dei partecipanti si è definito hongkonghese, e solo il 20% cinese. A Macao, invece, in un sondaggio del 2009, il 77,4% dei partecipanti si è detto orgoglioso di essere cinese.

Non è dunque un caso che membri del Partito Comunista e i loro alleati di Macao abbiano pubblicamente elogiato la Regione come un esempio del successo della politica di  ‘un Paese, due sistemi’. Il periodo scelto per lanciare questo messaggio ha un duplice significato strategico. Il 20 dicembre, Macao festeggerà il 15° anniversario del suo ‘ritorno alla Cina’, con la presenza del presidente della RPC Xi Jinping. Ma esso coincide anche con la fine di Occupy Central, o quello che i media di Stato cinesi hanno definito una ‘sconfitta’ del movimento ‘illegale’ di Hong Kong.

Li Gang, direttore dell’Ufficio di Coordinamento del Governo centrale a Macao, ha elogiato l’ex colonia portoghese. «I 15 anni di sviluppo [economico]di Macao sono stati anche anni di successo per la politica di ‘un Paese, due sistemi’», ha dichiarato.  «Sono convinto che attraverso la cooperazione del Governo Centrale e del Governo della Regione Amministrativa Speciale Macao continuerà a godere di prosperità economica e armonia sociale». Egli ha messo in evidenza il rispetto dei cittadini della Regione nei confronti della Legge base e del Governo di Pechino.

In un discorso tenuto il 2 dicembre ad un convegno organizzato dall’Associazione per la Promozione della Legge Base di Macao, Li Fei, il vice segretario generale del Comitato Permanente del Congresso Nazionale del Popolo di Pechino, ha avvertito Macao di non seguire le orme di Hong Kong. Egli ha detto che chiunque voglia dar voce alle proprie opinioni deve farlo in modo «razionale» e «rispettoso delle leggi», e senza «politicizzare le proprie richieste». Ha aggiunto che Macao non deve copiare i modelli politici di altri Paesi – un riferimento ai sistemi democratici – e non deve «cadere in una spirale di dispute politiche senza fine», chiaro riferimento al ‘caos’ di Hong Kong e dei Paesi occidentali.

Zhang Dejiang, il direttore del Congresso Nazionale del Popolo, in un incontro con politici di Macao tenutosi a Pechino, ha dichiarato che la Legge base e ‘un Paese, due sistemi’, sono ormai radicati nei cuori della gente di Macao e divenuti loro valori fondamentali.

Fernando Chui, il Capo dell’Esecutivo di Macao, rieletto il 31 agosto senza sfidanti da un comitato elettorale di 400 persone, ha ribadito che il suo Governo «non deluderà le aspettative del popolo e del Governo centrale», ponendo le autorità di Pechino sullo stesso piano dei cittadini i quali è chiamato a servire.

Le dichiarazioni dei politici della Cina continentale e di Macao sono stati interpretati come avvertimenti velati nei confronti di Hong Kong nonché dei gruppi filodemocratici della stessa Macao. Il messaggio è chiaro: Macao ha fino ad ora seguito le direttive del Governo centrale e deve continuare a farlo, mentre Hong Kong è ricalcitrante e vuole un’autonomia troppo ampia che mai le verrà concessa.

Ma la leadership comunista sa che anche Macao, benché più docile di Hong Kong, pone delle sfide per il futuro. La crisi del gioco d’azzardo ha portato ad un nuovo crollo del giro d’affari dei casinò pari al 19,6%. I movimenti democratici di Macao, ispirati da quelli di Hong Kong e Taiwan, sono meno offensivi, ma continuano a crescere.

Alcuni membri del PCC ne sono consapevoli. In un discorso tenuto a Shenzhen il 14 dicembre, Zhang Rongshun, vice presidente della Commissione Affari legislativi del Congresso Nazionale del Popolo, ha detto che Hong Kong e Macao hanno bisogno di essere istruite sul significato di ‘un Paese, due sistemi’. «Dopo il ritorno alla Cina, i cittadini di Hong Kong, Macao e della Cina continentale vivono sotto la stessa bandiera nazionale. Ma ci sono alcune persone a Hong Kong e Macao che continuano a non sentirsi parte di una sola nazione». Secondo Zhang, vi sono alcuni gruppi di opposizione che hanno «tratto in inganno» la popolazione, sviandola dal vero significato di ‘un Paese, due sistemi’.

Sembra dunque che la morsa di Pechino sulle due ex colonie non si allenterà, e che il Governo centrale continuerà ad insistere sulle proprie prerogative. Quale sia l’effetto di queste prerogative sullo Stato di diritto delle due Regioni si è visto pochi giorni fa, quando due giornalisti di quotidiani filodemocratici di Hong Kong sono stati fermati alla dogana di Macao e respinti. Secondo le autorità, essi ponevano un «rischio per la sicurezza pubblica». Evidentemente, la loro presenza in concomitanza con le celebrazioni per il 15° anniversario del ritorno di Macao alla Cina e l’arrivo di Xi Jinping era sgradita. Rimane da vedere se i cittadini accetteranno queste interpretazioni arbitrarie del concetto di Stato di diritto, o se i movimenti democratici continueranno a disturbare la pace e la stabilità a cui Pechino tanto aspira.

 

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