martedì, Ottobre 19

Pechino e Ulan Bator tra alti e bassi Incastonata tra Russia e Cina, la Mongolia fa il suo gioco

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«E’ come fare visita a un parente» ma, si sa, con i parenti non sempre va tutto liscio. Questo il commento di Xi Jinping al suo arrivo giovedì nella terra di Gengis Khan, prima visita in Mongolia di un Presidente cinese in 11 anni, quella di più alto profilo da quando l’ex Premier Wen Jiabao vi si recò nel giugno del 2010. Nel frattempo una serie di meeting bilaterali hanno spianata la strada verso Ulan Bator. A maggio il leader mongolo Tsakhiagiin Elbegdorj, aveva raggiunto Shanghai per presenziare al summit sulla sicurezza asiatica CICA (Conference on Interaction and Confidence-Building Measures in Asia), mentre il Ministro degli Esteri Wang Yi ricambiò la visita un mese più tardi dando la netta sensazione che, sì, Pechino è finalmente deciso a recuperare il tempo perduto.

In un articolo scritto di proprio pugno («Galoppando verso un domani migliore per le relazioni sino-mongole») e pubblicato su un giornale locale, Xi illustra in quattro punti la sua visione della partnership strategica rimarcando i vantaggi traibili dalla prossimità geografica e dalla complementarietà economica dei due Paesi. Il Dragone condivide con lo Stato centroasiatico 4.710 chilometri di confine e un turbolento capitolo dell sua storia imperiale.

I rapporti diplomatici tra i due Paesi risalgono a ben 45 anni fa, ma hanno vissuto periodi burrascosi risentendo del deterioramento delle relazioni tra il gigante asiatico e l’Urss intorno al volgere degli anni ’60. Al tempo si parlava ancora della sovietica Repubblica Popolare della Mongolia. Acquistato nuovo smalto dopo il 1989, il «buon vicinato basato sulla mutua fiducia» è definitivamente stato promosso a «partnership strategica» nel 2011. E se già nei National Security and Foreign Policy Concepts del 1994 la Cina compariva come priorità assoluta della politica estera di Ulan Bator, di contro negli ultimi anni la diplomazia cinese pare aver trascurato la Mongolia per dare la precedenza a zone ritenute più ghiotte (pensiamo al reticolato di pipeline realizzate negli stan) o semplicemente più instabili (come il Mar cinese con le sue dispute territoriali).

Anche il 2014 è trascorso non senza intoppi: l’incapacità del Governo mongolo di sbloccare la situazione con Rio Tinto per l’espansione delle attività minerarie a Oyu Tolgoi rischia di interrompere lo sviluppo delle forniture di concentrato di rame alla Cina. A ciò si aggiunga l’ennesima posticipazione del rimborso di forniture di carbone per 130 milioni di dollari dovute dalla statale Erdenes Tavan Tolgoi JSC alla China Aluminum International Trading Co, e la notizia della morte improvvisa di Djashzeveg Amarsaikhan, ex Presidente della Petroleum Authority of Mongolia, deceduto in carcere dove si trovava con l’accusa di riciclaggio di denaro in combutta con PetroChina Daqing Tamsag.

Ciononostante, gli esperti sono concordi nel ritenere che «le relazioni relazioni bilaterali stanno vivendo il loro periodo si massimo splendore». Il volume degli scambi commerciali tra i due vicini è aumentato quasi 20 volte tra il 2002 e il 2013, lievitando da 324 milioni di dollari a 6 miliardi. Cifra che i due Paesi si sono impegnati a (quasi) raddoppiare entro il 2020. Secondo la rivista ‘Mongolian Economy’ la Cina conta per l’80% delle importazioni e il 30% delle esportazioni mongole, ovvero per più della metà del commercio intrattenuto dalla repubblica centroasiatica con l’estero. Circostanza che è già costata a Pechino accuse di ‘neocolonialismo economico‘ alla luce dei massicci investimenti cinesi nelle risorse minerarie mongole, unica vera ricchezza del Paese. Ma la prospettiva di una riduzione delle fonti energetiche inquinanti potrebbe portare ad una diversificazione degli interessi cinesi nelle steppe mongole. Meno carbone, infrastrutture e reciproca assistenza sullo scacchiere geopolitico.

Che è poi quello che il Dragone si propone di fare su scala regionale con la realizzazione di nuova Via della Seta, una cintura economica attraverso l’Eurasia che prevede nuove ferrovie, condotte e autostrade. Anche la Mongolia potrebbe essere tirata dentro al progetto. Ulan Bator ha in programma di spendere 5,2 miliardi di dollari per espandere le proprie ferrovie. Già a maggio il Governo mongolo aveva presentato al Parlamento una risoluzione per consentire una combinazione di binari a scartamento misto cinese e russo (fino ad oggi le politiche ferroviarie locali hanno imposto il modello russo più largo), che cambierebbe drasticamente il sistema degli scambi bilaterali lungo il confine condiviso rendendo più semplice ed economico l’export di carbone mongolo verso l’ex Impero Celeste. Allo stesso tempo, il perseguimento di un vecchio progetto per la costruzione di una ferrovia più a nord (con scartamento russo) presuppone la volontà di raggiungere nuovi clienti asiatici potenziando i collegamenti tra la Transiberiana e la Transmongolica. Tradotto: un divorzio da Mosca è fuori discussione.

Il timore di un’eccessiva dipendenza dal partner cinese spinge naturalmente Ulan Bator verso le braccia di interlocutori alternativi. Lo dimostrano il silenzio prolungato della Mongolia sulla crisi Ucraina (per non turbare la ‘Madre Patria’) e l’imminente visita di Putin in concomitanza con la ricorrenza del 75esimo dalla vittoria russo-mongola sui giapponesi a Khalikhin-Gol del 27 agosto. Se è vero che tutt’oggi la storia ha la capacità di turbare i rapporti attraverso l’Asia Orientale, questo in linea di principio non depone a favore di Pechino. D’altra parte, trattandosi della seconda potenza mondiale, gli strappi di vecchia data possono essere rattoppati senza troppi problemi. Le rassicurazioni sul fatto che «la Cina rispetta la sovranità, l’indipendenza e l’integrità territoriale della Mongolia», attendono una risposta analoga per quanto riguarda il riconoscimento dei diritti della mainland su Taiwan e Tibet -secondo i bene informati, il potere di persuasione cinese ha fatto saltare una visita del Dalai Lama a Ulan Bator in agenda proprio per questo mese. Un kotow oneroso per un Paese in cui il Buddhismo tibetano è la religione più seguita, ma ben ripagato.

Ad aprile il Premier mongolo Norov Altankhuyag ha ufficializzato l’ingresso della Nazione centroasiatica nel board dei membri fondatori dell’Asian Infrastructure Investment Bank, l’istituto creato da Pechino per soppiantare gli istituti appannaggio dell’Occidente. Letteralmente: «Data l’eccezionale importanza dello sviluppo delle infrastrutture per il Paese senza sbocco sul mare, il Governo mongolo ha accettato di diventare fondatore della banca». Il prossimo passo potrebbe essere un ingresso della Mongolia nell’APEC (Asia-Pacific Economic Cooperation), come lascerebbe intendere il supporto dimostrato da Xi Jinping a margine del summit CICA.

E’ evidente che la nuova geometria del potere prevede un crescente allontanamento dell’ex satellite sovietico da quello che in passato è stato visto come il partner chiave della ‘politica del terzo vicino‘: gli Stati Uniti. A lungo ha tenuto banco la teoria che il tentativo di divincolarsi dal soffocante abbraccio di Mosca e Pechino avesse reso Ulan Bator una pedina manovrata da Washington, il cavallo di Troia del ‘Pivot to Asia’ firmato Obama, una nuova promessa delle democrazia asiatica. Detto altrimenti, la Mongolia cercava uno scudo con cui pararsi dall’influenza sino-russa, Washington puntava ad accaparrarsi l’ennesima base militare con cui accerchiare il Dragone per contenerne l’espansione. La buona riuscita dell’intesa sembrava trovare conferma nelle numerose esercitazioni congiunte, così come nella partecipazione fianco a fianco di soldati americani e mongoli in Iraq e Afghanistan. Vero, ma solo per metà.

Come fa notare Jeffrey Reeve su The Diplomat’, dati gli interessi condivisi con Pechino, la ‘politica del terzo vicino’ non conviene più a Ulan Bator, che ora sta cercando di stemperare l’influenza cinese con i propri mezzi. Per esempio, limitando gli investimenti diretti stranieri e proibendo alle società statali di assumere il controllo di assets strategici. Anche sul versante militare la partnership con Washington sembra essere stata decisamente sopravvalutata, giacché consultazioni sulla difesa, esercitazioni anti-terrorismo e pattugliamenti alle frontiere avvengono regolarmente anche con le truppe cinesi e russe. Non a caso la Mongolia compare tra i membri osservatori della SCO (Shanghai Cooperation Organization), la ‘Nato asiatica’ diretta da Pechino e Mosca. Ma ciò che più conta, è la posizione neutrale affermata da Ulan Bator con la sottoscrizione dei Concetti di sicurezza nazionale e politica estera, documento in cui si vieta a qualsiasi esercito straniero di operare in territorio mongolo, anche se a stelle e strisce. Non solo un tentativo di stare alla larga dai bisticci tra le due potenze mondiali, ma anche di proporsi come possibile mediatore in caso la stabilità della regione venga turbata. La Mongolia è tutt’altro che una pedina e fa un gioco tutto suo.

 

 

 

 

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