martedì, Maggio 18

Pechino e Seoul, nuova alleanza? La Cina guarda con favore alla Corea del Sud, ma non abbandona Pyongyang

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xi jinping and park geun hye

Una visita che è stata definita ‘storica’, quella di Xi Jinping, Presidente della Repubblica Popolare cinese, che agli inizi di luglio si è recato a Seoul per incontrare l’omologa sudcoreana Park Geun-hye. Si tratta del secondo faccia a faccia tra i due leader nell’arco di un anno (nel giugno 2013 era stata la Presidente Park a volare alla volta della Cina); un incontro, così come il precedente, in apparenza prevalentemente incentrato sui futuri sviluppi delle relazioni economiche tra i due Paesi, il cui volume di scambio bilaterale ha effettivamente raggiunto numeri significativi (220 miliardi di dollari nel 2013), evidenziando l’ennesimo ‘sorpasso’ della Cina nei confronti di Stati Uniti e Giappone, che si sono visti sottrarre il primato nella partnership commerciale con la Corea del Sud.

Nel corso dell’Economic and Trade Cooperation Forum. tenutosi a Seoul il 4 luglio, in un intervento intitolato significativamente «Work Together to Create a Better Future», il Presidente Xi ha colto l’occasione per evidenziare la necessità di migliorare sempre più il livello della cooperazione tra la Cina e la ROK (Republic of Korea) in una prospettiva a lungo termine, proponendo accordi per un trading diretto tra il won e lo yuan, rafforzando il coordinamento delle politiche macroeconomiche e le strategie di sviluppo, promuovendo uno sforzo congiunto nella facilitazione del commercio e degli investimenti, così come l’esplorazione dei mercati internazionali e la partecipazione al processo di integrazione regionale; ventilando, infine, l’istituzione di negoziati in direzione di un vero e proprio accordo di libero scambio.

Ma al di là dei reciproci interessi economici (suggellati dalla presenza di circa 500 rappresentanti di alcuni tra i maggiori colossi societari di entrambi i Paesi, come i coreani Samsung e LG Group e i cinesi Alibaba e Baidu), lo ‘storico’ meeting viene letto da più parti nel suo contenuto più smaccatamente politico.

Sarebbe infatti la prima volta che un Presidente cinese assegna la priorità alla Corea del Sud nella propria agenda – le relazioni diplomatiche tra i due Paesi risalgono appena agli inizi degli anni ’90 – lasciando in secondo piano lo storico alleato a nord del 38° parallelo. La visita del Presidente Xi a Seoul appare come un vero e proprio schiaffo morale alla Corea del Nord e alle sue reiterate provocazioni, che stanno creando a Pechino non poche difficoltà nel gestire la propria posizione nei confronti del sempre più scomodo alleato, così come nei confronti della stessa comunità internazionale, che vorrebbe una Cina maggiormente allineata al Consiglio di Sicurezza e alle politiche sanzioniste con cui esso tenta di tenere a bada le escalation del regime di Pyongyang.

Considerando inoltre le tensioni che caratterizzano i rapporti tra la Corea del Sud e il Giappone, che per ragioni di diplomazia (e di politica interna) si sta mostrando invece sempre più ‘disponibile’ a una maggiore apertura nei confronti di Pyongyang, va da sé che l’incontro tra il Presidente Xi e la Park assume tutti i connotati di quello che appare come l’inizio di un processo di ‘rimescolamento’ delle alleanze e degli equilibri nel Nordest asiatico. Ma a tal proposito gli analisti esprimono cautela.

«Senza dubbio, la visita di Xi a Seoul è una forte espressione del suo disappunto nei confronti della Corea del Nord e della direzione di Kim Jong-un, ma nonostante il castigo simbolico di Pechino nei confronti di Pyongyang e i presunti tagli della Cina alle sue esportazioni di petrolio verso la Corea del Nord, essa mantiene ancora la stabilità della Corea del Nord come una priorità assoluta», afferma ad esempio Scott Snyder, esperto di studi coreani presso il Council on Foreign Relations, in un’analisi per il quotidiano ‘The Guardian’.

Se è vero infatti, da una parte, che il sodalizio tra la Cina e la Corea del Nord, risalente all’epoca della Guerra di Corea (1950-1953), è attualmente messo a dura prova dalle continue violazioni delle risoluzioni ONU da parte di Pyongyang; il mantenimento della stabilità del regime dei Kim è di fondamentale valore strategico per Pechino, preoccupata per le conseguenze di un eventuale collasso del suo ‘Stato cuscinetto’ e per la destabilizzazione del quadro geopolitico regionale che ne deriverebbe.

Ma la presenza di Xi a Seoul non rappresenta una mera ‘scaramuccia diplomatica’ nei confronti della Corea di Kim Jong-un. L’incontro dello scorso luglio, al di là dell’evidenziare la crescente intesa economica tra il Dragone e la Repubblica di Corea, si inserisce in una più ampia manovra diplomatica da parte di Pechino, che appare intenzionata a trarre profitto dalla fragilità delle attuali relazioni nippo-coreane per ottenere, di riflesso, un indebolimento dell’influenza degli Stati Uniti nella regione. Una frattura dell’asse Tokyo-Seoul (entrambi partner importanti per Washington sia dal punto di vista commerciale che strategico) rappresenterebbe infatti il sintomo più evidente dell’inefficacia strutturale del programma del ‘pivot to Asia’ promosso dall’amministrazione Obama.

Come riportato dal sito del Ministero degli Affari Esteri della Repubblica Popolare Cinese, la Presidente Park non ha mancato di sottolineare che tanto la Repubblica di Corea che la stessa Cina «condividono sofferenze storiche simili», ricordando che il prossimo sarà «un anno significativo per entrambi i Paesi e per altri Paesi asiatici, in quanto esso segna il 70° anniversario della vittoria della guerra antifascista, così come della liberazione della penisola coreana», rimarcando la necessità, per le due Nazioni, di trovare un allineamento comune su questioni altrettanto «rilevanti».

Ed ecco il secondo schiaffo morale, questa volta rivolto al Giappone di Abe Shinzo, il Primo Ministro giapponese che ha fatto del revisionismo storico il cavallo di battaglia della sua agenda politica. Se infatti non fosse bastato il comune ‘coinvolgimento emotivo’ nei confronti delle affermazioni negazioniste riguardo ai crimini compiuti dall’esercito giapponese nella seconda guerra mondiale, o delle visite al controverso santuario Yasukuni, considerato da molti come un vero e proprio monumento al militarismo nipponico; Cina e Corea del Sud trovano ora nella recente revisione della Costituzione pacifista giapponese, che permette l’utilizzo esteso della cosiddetta autodifesa collettiva, un’ulteriore motivo per far fronte comune contro quella che viene da entrambe percepita come la minaccia di una nuova escalation autoritaria e militarista del Giappone.

Nonostante il rafforzamento delle relazioni tra Pechino e Seoul sia senza dubbio incoraggiato da diversi fattori, tra cui un proficuo interscambio economico, la presenza di un comune ‘sofferto’ background storico e il fatto che non vi siano all’attivo contenziosi territoriali particolarmente significativi (come invece nel caso della disputa tra Giappone e Cina per la sovranità sulle isole Senkaku/Diaoyu, o tra Giappone e Corea del Sud, che si contendono la territorialità sulle isole Takeshima/Dokdo), appare prematuro parlare di una vera e propria alleanza, quantomeno dal punto di vista strategico, considerando che, sul piano della difesa, la Corea del Sud risulta tuttora dipendente dalle forze militari statunitensi – circa 30,000 soldati – stanziate in territorio coreano. La presenza americana svolge un’essenziale azione contenitiva nei confronti della minaccia nucleare di Pyongyang, e il tentativo di Pechino di marginalizzare il ruolo degli Stati Uniti non potrebbe certo essere considerato con favore da parte della Corea del Sud. Senza contare poi la ‘divergenza’ metodologica con cui Pechino e Seoul si approcciano alla questione del nucleare nordcoreano, praticamente la sola ‘arma’ diplomatica, nonché garanzia di stabilità interna del regime, che non può prescindere in alcun modo dall’alleato cinese (da cui dipende circa il 90% dell’economia della Corea del Nord) e dalla sua azione di ‘scudo’ nei confronti delle sanzioni imposte dalla Comunità internazionale.

Così come gli USA continueranno a rappresentare un caposaldo strategico per la Corea del Sud, la stabilità del Regno eremita rimane un interesse fondamentale per la Cina che, nonostante le indisposizioni causate dalle continue provocazioni dell’imprevedibile e indisciplinato regime nordcoreano, continuerà ad avere un occhio di riguardo per l’alleato. Cosa che, verosimilmente, Pechino potrebbe iniziare a fare anche nei confronti del suo interlocutore a sud della zona demilitarizzata, posto che vengano gettate le basi per cui i comuni interessi economici e politici possano svilupparsi in una cooperazione strategica concreta.

 

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