martedì, Settembre 28

Pechino comodamente tra Iraq e Kurdistan field_506ffb1d3dbe2

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Spesso si dice che a vincere la guerra d’Iraq, in realtà, sia stata la Cina. Prima dell’invasione americana (2003), l’industria petrolifera irachena soffriva l’isolamento causato dalle sanzioni internazionali contro il Governo di Saddam Hussein. All’indomani della fine del conflitto, culminato nell’esecuzione del dittatore, il Paese mediorientale riaprì al mondo l’accesso alle proprie riserve energetiche. Il gigante asiatico non si fece trovare impreparato. Pur di mettere le mani sul petrolio iracheno, accettò condizioni contrattuali limitanti incurante dei bassi profitti. Una propensione al rischio che gli deriva dalla libertà di cui godono i giganti nazionali degli idrocarburi, tutti di proprietà dello Stato e pertanto svincolati dalle responsabilità di cui normalmente le società private debbono rispondere davanti al proprio azionariato.

Risultato: oggi Pechino compra quasi la metà del petrolio che l’Iraq produce affermandosi come primo investitore straniero nel settore energetico locale. Le importazioni cinesi sono schizzate dai 300mila barili al giorno del 2012 ai 720mila dell’aprile 2014. Secondo quanto riportava lo scorso anno il ‘New York Times’ Addax Petroleum, la Cina ha investito nel Paese oltre 2 miliardi di dollari all’anno. 10mila cinesi lavorano in Iraq nel comparto energetico, edile e delle telecomunicazioni, fattore che moltiplica gli oneri delle autorità del gigante asiatico per quanto riguarda la tutela dei propri cittadini. Una questione diventata più pressante da quando, nel marzo del 2011, in seguito al collasso del regime del leader libico Gheddafi, Pechino fu costretto ad inviare mezzi militari in terra straniera per procedere con l’evacuazione di quasi 36mila cinesi. Nonostante i principali interessi del Dragone siano concentrati nel Sud dell’Iraq, la recente ondata di violenza e tensioni settarie scatenate dall’ISIS non può non preoccupare la Cina. Eventuali interruzioni delle forniture peserebbero per oltre il 10% delle importazioni totali di greggio. L’aumento dei costi che ne deriverebbe rischia di frenare ulteriormente la ripresa della seconda economia del mondo: si stima che un rincaro di 10 dollari dei prezzi del petrolio costerebbe alla Repubblica popolare una riduzione del Pil dello 0,2%.

Già in passato il pragmatismo dei cinesi, fautori del business tout court scevro da sfumature politiche e religiose, ha permesso a Pechino di smarcarsi da situazioni difficili. Quando, nel 2003, gli Stati Uniti sospesero le concessioni petrolifere del Dragone in Iraq, i cinesi non si persero d’animo; semplicemente cambiarono partner indirizzando le proprie mire energetiche in Kurdistan. Dal 1991 la regione settentrionale irachena gode di una certa autonomia, divenuta effettiva solo dopo la caduta di Saddam nel 2003. Da quel momento la regione è diventata la parte più stabile dell’Iraq con doti promettenti da ‘Dubai del futuro’. Secondo liste governative, al momento in Kurdistan operano 17 compagnie cinesi, tra cui la società petrolifera DQE e la statale Sinopec. Quinta azienda al mondo per fatturato, Sinopec è entrata nel mercato curdo nel 2009 con l’acquisizione della canadese Addax Petroleum, impegnata nello sviluppo del sito di Taq Taq. Ad oggi si tratta ancora della maggior acquisizione (7,2 miliardi di dollari) mai effettuata da una compagnia energetica cinese a livello internazionale.

Ultimamente Secondo fonti ‘Reuters’, la Cina, che consuma energia più di qualsiasi altro Paese al mondo, sarebbe in trattative con Erbil per la consegna di 4 milioni di barili di petrolio. Una mossa che, se confermata, potrebbe risultare indigesta a Baghdad, che considera le vendite di petrolio curdo ‘illegali’; il petrolio appartiene al Governo centrale che per il suo sfruttamento paga dei fondi al Governo autonomo del Kurdistan. Da parte sua, il KRG (Kurdistan Regional Government) ritiene il proprio business giuridicamente valido in base a quanto stabilito -in maniera poco nitida- dalla costituzione irachena. Il problema è che se il KRG necessita delle entrate per finanziare i suoi combattenti e fronteggiare l’emergenza rifugiati, per Baghdad gli introiti derivanti dalle vendite indipendenti di petrolio potrebbero venire destinati alla costruzione di uno Stato curdo indipendente.

Attualmente il Kurdistan è un’entità dotata di un’amministrazione autonoma e proprie forze armate; l’intesa raggiunta con grandi società petrolifere straniere, nei piani del KRG, dovrebbe contribuire al raggiungimento dell’indipendenza economica. Un obiettivo tutt’altro che impossibile. Secondo stime ufficiali, il Kurdistan ospita il 40% delle risorse petrolifere irachene. Dal mese di maggio, 11 milioni di barili di greggio curdo hanno preso il largo dal porto di Ceyhan, nella Turchia meridionale, verso mete ignote. Pare che dopo la mancata vendita di greggio negli Stati Uniti, sfociata quest’estate in un guazzabuglio legale, il Kurdistan sia in cerca di nuovi clienti. Tra luglio e agosto 140 milioni di dollari di petrolio sono rimasti bloccati a largo delle coste statunitensi. Sebbene Washington non vieti esplicitamente l’acquisto di ‘oro nero’ curdo, tuttavia non nasconde le molte incognite che adombrano le consegne nel tentativo di cautelare le compagnie americane. Stando alla ‘Reuters’, lo scorso mese, almeno tre carichi da 1 milione di barili ciascuno hanno lasciato Ceyhan diretti verso l’Asia. L’ex Impero Celeste potrebbe essere il misterioso capolinea.

Si suppone che a giugno Israele abbia ricevuto la sua prima spedizione di petrolio curdo“, spiega a ‘L’IndroYitzhak Shichor, Professore emerito e Direttore del Dipartimento di Studi dell’Asia Orientale presso l’Università di Haifa, “Dal momento che Gerusalemme ha ricevuto la maggior parte del suo petrolio dall’Azerbaijan e dal momento che il petrolio curdo è arrivato nel distretto meridionale di Ashkelon (dove inizia la Trans-Israel pipeline diretta a Eilat) è possibile che Israele non sia stata la meta finale e che il greggio curdo sia finito più a est“.

«Venduto a prezzi nettamente scontati, il crudo del KRG, sta prendendo varie strade attraverso il pianeta nonostante la riluttanza dimostrata dalle grandi compagnie davanti alla reazione stizzita della società statale irachena SOMO (State Organization for Marketing of Oil)», ha dichiarato una fonte ai microfoni dell’agenzia di stampa britannica. Non sembra, d’altra parte, che il coinvolgimento cinese nei giacimenti curdi possa mettere a repentaglio la solidità dell’asse Pechino-Baghdad, rafforzato dalla recente visita del Ministro degli Esteri cinese Wang Yi. Come conferma a ‘L’Indro’ Michal Meidan, analista dell’Eurasia Group ed esperta di geopolitica dell’energia, “i prezzi attraenti del petrolio curdo stanno conquistando i trader cinesi. Questo però non vuol dire che Pechino voglia stringere rapporti con il Governo di Erbil. Recenti report parlano dell’apertura di un primo consolato cinese nella regione autonoma, una manovra che riflette il tentativo di Pechino di rafforzare la propria presenza sia in Iraq che nel Kurdistan per meglio capire la situazione del Paese e limitare i rischi del proprio business. D’altronde, sarebbe stato impossibile per il Governo cinese aprire una sede diplomatica a Erbil senza prima avvertire Baghdad. Certamente lo shopping energetico cinese in Kurdistan non farà piacere alle autorità irachene, ma l’Iraq eviterà in ogni modo di minare i rapporti con la Cina che, oltre ad essere fonte d’investimenti per il settore petrolifero locale, è ormai anche un importante mercato per l’export“. Nel 2011 Al Jazeera riportava la nascita di una Chinatown a Sulaimaniyah, seconda città del Kurdistan iracheno, grazie all’introduzione di una nuova legislazione in materia di investimenti e immigrazione che concede agli investitori stranieri gli stessi diritti dei colleghi curdi.

«Ciò che rende il Kurdistan differente dal Kosovo e da altri movimenti separatisti è che qui la Cina ha forti interessi economici», scrive su ‘The Diplomat Ankit Panda, «Fino a oggi Pechino è riuscito a fare affari con il Kurdistan senza dover implicitamente appoggiare una balcanizzazione dell’Iraq. A seconda di come evolverà il conflitto con l’ISIS, alla Cina potrebbe convenire trattare con un Kurdistan indipendente». Toccherebbe, tuttavia, rinnegare uno dei pilastri della politica estera post-Mao: Pechino considera l’integrità territoriale, tanto in Patria (si vedano i casi di Taiwan, Tibet, Xinjiang, Mongolia Interna…) quanto all’estero, un fattore imprescindibile per il mantenimento dell’armonia sociale. Nella fattispecie irachena, se da una parte il regime cinese ha retoricamente condannato la persecuzione del popolo curdo, dall’altra ha invitato al rispetto dei diritti umani nei limiti previsti dallo status quo, giacché l’evolversi di istanze separatiste minaccia di esacerbare il fenomeno terrorismo.

La liaison tra Pechino e Baghdad risale alla fine della rivolta curda, nel marzo del 1975. Negli anni ’80 l’Iraq è diventato tra i principali mercati di sbocco per le armi di fabbricazione cinese, adoperate da Saddam nella repressione della minoranza etnica. Come racconta Shichor, fino ai primi anni 2000 la Cina ha mostrato scarso interesse per i curdi, mossi da velleità indipendentiste pericolose per la stabilità di Paesi con i quali Pechino intrattiene importanti relazioni diplomatiche (oltre all’Iraq, Turchia, Iran e Siria). Poi nel, maggio 2005, un incontro storico tra l’Ambasciatore cinese in Iraq e Massoud Barzani, Presidente del KDP (Kurdistan Democratic Party), ha avviato una serie di scambi tra il gigante asiatico ed Erbil nel segno di una maggiore partecipazione cinese alla ricostruzione del Kurdistan. Attenzione, di mezzo non c’è soltanto ‘oro nero’.

Per il Dragone la causa curda costituisce una preziosa moneta di scambio con cui fare pressione su Ankara. Dalla metà degli anni ’90, la Cina accusa la Turchia di dare ospitalità ai ‘terroristi’ uiguri originari della volatile regione autonoma cinese dello Xinjiang. In passato il Governo turco ha avuto seri problemi con i curdi e il PKK (il partito dei lavoratori), fronteggiato nell’ambito di una guerriglia durata 29 anni. Proprio negli ultimi giorni l’avanzata dell’ISIS in Siria ha riacceso l’emergenza profughi al di là del confine con la Turchia. Sfruttando l’analogia che intercorre tra le due minoranze, Pechino sa di poter imbracciare l’arma del ricatto: nascondere i separatisti uiguri costerà ad Ankara il sostegno cinese all’etnia curda.

 

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