lunedì, Maggio 10

Pechino ci (ri)mette la faccia Washington rinvia a giudizio 5 militari cinesi per spionaggio industriale. Il governo cinese nega

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Era il 2012 quando due alti funzionari del Dipartimento di Stato americano e del Pentagono tennero una riunione straordinaria in quel di Pechino. Per la prima volta Washington poteva mettere alle strette il Governo cinese, spiattellandogli in faccia le prove inconfutabili delle attività di hackeraggio condotte dal PLA (Esercito popolare di liberazione) ai danni di compagnie statunitensi. Il rapporto illustrava dettagliatamente quali dati erano stati sottratti, come e quando. La reazione? Allibiti e oltraggiati, i padroni di casa pare abbiano risposto qualcosa del tipo: «Ma come? Voi venite qui e ci accusate? Noi queste cose non le facciamo mica!»

Una risposta molto simile è stata rispolverata la scorsa settimana, quando il Grand jury della Pennsylvania ha accusato 5 militari cinesi dell’unità 61398 di aver rubato dati sensibili dai computer di sei società americane operanti nel settore nucleare, solare e siderurgico. Tra le vittime compaiono grandi nomi come Alcoa, United States Steel Corporation, Westinghouse Electric e Solar World AG. «Le attività di hackeraggio sembrano essere state condotte con l’unico scopo di avvantaggiare società e ‘altri interessi’ in Cina alle spese delle aziende americane», ha scandito in conferenza stampa il Procuratore generale Eric H. Holder, «questa è una tattica che gli Stati Uniti condannano categoricamente».

Le ultime indagini si riferiscono ad attività svolte nel periodo 2006-2014 e arrivano sulla scia del rapporto stilato dall’agenzia di intelligence statunitense Mandiant, la quale lo scorso anno aveva identificato l’origine di tentativi di spionaggio informatico in un palazzo di 12 piani nel cuore finanziario di Shanghai, a Pudong, proprio dove l’unità militare 61398 ha i suoi uffici. Secondo alcune stime, i danni arrecati alle società colpite ammonterebbero a 400 miliardi di dollari l’anno. Il tutto mentre, strangolate dalla crisi, decine di aziende americane sono state costrette a chiudere i battenti e migliaia di impiegati hanno perso il lavoro.

Dal canto suo, Pechino respinge le accuse definendole «fatti inventati», bacchetta il nuovo ambasciatore americano, Max Baucus, entrato in carica da nemmeno sei mesi, e taccia Washington di ‘doppiogiochismo’. Letteralmente: «L’arroganza dello ‘zio Sam’, probabilmente il più grande hacker del mondo, è semplicemente ridicola. Ci sono molte prove del regolare spionaggio americano ai danni di società straniere per trarre benefici economici, avvalorate dalle testimonianze del whistleblower americano Edward Snowden», scriveva sabato l’agenzia di stampa cinese ‘Xinhua’.

Sapendo di calpestare un terreno scivoloso, il Governo americano ha tentato fin da subito di fare un chiaro distinguo tra spionaggio nobile e spionaggiosleale‘, dove nella prima categoria rientrerebbero i casi che coinvolgono la sicurezza nazionale, nella seconda tutti quegli episodi rubricabili come furti di proprietà intellettuale e che, pertanto, hanno una natura prettamente economica. In sostanza, la tesi americana ricalca quanto dichiarato da Barack Obama nella Presidential Policy Directive 28, documento confezionato appositamente per ridimensionare lo scandalo innescato dai leaks di Snowden, che vieta «la raccolta di informazioni commerciali private o segreti commerciali di Paesi stranieri…per permettere un vantaggio competitivo alle compagnie e al business statunitense».

Viene da sé che una tale distinzione risulta pressocché incomprensibile in un Paese dove potere militare e civile sono separati da un confine poroso, dove lo Stato coincide con il Partito, e dove le aziende statali principali beneficiarie dello spionaggio cinese contribuiscono alla sicurezza nazionale e incarnano il rapporto perverso che intercorre tra il mondo degli affari e i poteri forti. In occasione del Terzo Plenum del Pcc, lo scorso autunno la dirigenza cinese ha annunciato al mondo ‘riforme epocali’ e la nascita di una Commissione di Sicurezza Nazionale presieduta da Xi Jinping, che oltre a ricoprire il ruolo di Presidente della Repubblica Popolare e Segretario generale del Partito, è anche capo della Commissione Militare Centrale. Il nuovo consiglio -che risponde direttamente al Comitato permanente del Politburo e non è da considerarsi un organo governativo in senso proprio- ha il compito principale di far fronte alle ‘minacce non convenzionali’ (forze estremiste e contaminazioni ideologiche in stile occidentale) con un particolare focus sulla cybersicurezza. Più recentemente Xi Jinping ha assunto anche la guida di un gruppo centrale per la sicurezza di internet e dell’informatizzazione, a rimarcare come tra i palazzi del potere il cyberspazio sia ormai ampiamente ritenuto una delle maggiori fonti di instabilità.

Stati Uniti e Cina hanno politiche economiche profondamente diverse. Lo spionaggio di Washington colpisce l’innovazione tecnologica di altri Paesi, ma i dati non vengono inoltrati alle società americane, che sono comunque aziende private. Nel caso cinese, invece, le conoscenze acquisite illegalmente vengono passate ai colossi di Stato per accrescerne la competitività a livello internazionale“, spiega a ‘L’Indro’ Alice Miller, docente di Storia e Politica cinese presso l’Università di Stanford.

I file di Snowden, d’altronde, comprovano frequenti incursioni americane nei server di Huawei, leader nella produzione e commercializzazione di apparecchiature di rete e telecomunicazioni. Ma se l’interesse di Washington per il colosso cinese nasce sopratutto dalla volontà di fare chiarezza sui rapporti ambigui che intercorrono tra il gruppo e il PLA, allo stesso tempo, il Governo americano avrebbe cercato di trarre vantaggio dall’ingresso nei server di Huawei nel momento in cui la tecnologia dell’azienda fosse stata venduta in altri Paesi. Fattore che rende la paternale del Dipartimento della Giustizia Usa ancora più inconsistente dal punto di vista cinese.

E’ ancora poco chiaro quali benefici la Casa Bianca spera di ottenere sottoponendo Pechino alla pubblica gogna. “Le accuse riflettono la frustrazione degli ufficiali americani dopo i molti ed inutili avvertimenti. Si sta cercando di uscire da una fase di stallo“, ci dice David Lampton, Direttore di Studi Cinesi alla Johns Hopkins e Presidente dell’Asia Foundation. Sembrerebbe trattarsi di un atto dimostrativo volto sopratutto a placare la comunità degli affari statunitense, stufa di raccogliere le sfide impossibili della concorrenza sleale cinese. Nessuno si aspetta che Pechino estradi i 5 hacker, né che la smetta di ficcare il naso nel business americano. Ma considerata l’importanza attribuita in Asia ‘al salvare la faccia’, ci sono buone probabilità che l’umiliazione incassata dalla Cina davanti al mondo intero indisponga ancora di più i leader di Zhongnanhai. Per il momento le accuse del Grand jury hanno avuto come effetto immediato l’interruzione dei lavori del U.S.-China Internet Working Group, primo esperimento di cooperazione tra Pechino e Washington nel settore della sicurezza cibernetica.

Nella giornata di martedì, il Governo cinese ha rilasciato i risultati di una ricerca indipendente dell’Internet Media Reserach Center, che confermerebbero quanto già sostenuto da Snowden. Ovvero che «gli Stati Uniti sono andati ben oltre la legale logica dell’anti-terrorismo». Ancora da confermare le possibili rappresaglie ai danni di IBM, avvertita dalle autorità cinesi come un pericolo per la sicurezza nazionale. Secondo quanto riportava ieri ‘Bloomberg’, Pechino starebbe facendo pressione sulle proprie banche affinché sostituiscano i server di fascia alta dell’azienda statunitense con surrogati ‘made in China’. Mentre la scorsa settimana era già arrivato il no al sistema operativo Windows 8 nei computer utilizzati dagli organi di Stato.

Da anni tra le due sponde del Pacifico è in corso una battaglia commerciale che colpisce trasversalmente vari settori, dagli pneumatici ai servizi di pagamento elettronici, passando per i pannelli solari. United States Steel e Allegheny Technologies, Solar World e United Steelworker avevano tutte e quattro pubblicamente chiesto aiuto alla WTO (Word Trade Organization) o al Dipartimento del Commercio americano per far fronte alle politiche commerciali disinvolte di Pechino; pare che soltanto due delle società identificate dai procuratori federali come bersagli degli hacker cinesi non avessero già dispute in corso con il Dragone. A questo punto non è da escludere che il Governo cinese decida di indirizzare la propria vendetta sugli investitori americani in Cina, con costi che si prefigurano salatissimi per i brand a stelle e strisce. Sopratutto alla luce di un 2013 particolarmente turbolento per le molte multinazionali straniere oltre la Muraglia, finite sotto la lente d’ingrandimento della NDRC (National Development and Reform Commission) a causa di presunte irregolarità. Due nomi: la casa farmaceutica britannica GlaxoSmithKline e Fonterra, il gigante neozelandese del settore lattiero.

Ma non è soltanto il business a vacillare. Come fa notare Robert Daly, direttore del Kissinger Institute on China, accusando membri dell’Esercito di crimini internazionali (con tanto di manifesti ‘wanted’), gli Stati Uniti rischiano di incrinare i rapporti militari tra i due Paesi, reduci da un laborioso processo di distensione che -salvo ripensamenti- dovrebbe culminare la prossima estate nel debutto cinese al Rimpac 2014, l’esercitazione marittima internazionale più grande del pianeta. 

Come riporta il Washington Post’, nel 2012 l’amministrazione Obama ha intrapreso un cambio di strategia, spostando il confronto con la Cina da un ambito strettamente privato ad uno più pubblico. Così, stando a quanto riferito dai funzionari del Dipartimento della Giustizia, accuse plateali sul genere della scorsa settimana in futuro saranno la «normalità». Per la prima volta, nel febbraio 2013, il DHS (Dipartment of Homeland Security) ha distribuito alle aziende americane indirizzi IP e segni distintivi degli hacker collegati al PLA. Una manovra giunta a stretto giro dalla pubblicazione dal rapporto della Mandiant sull’unità 61398. Dopo pochi giorni, Tom Donilon, allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale, sfruttava il palco dell’Asia Society per invitare Pechino ad abbandonare lo spionaggio informatico e a fissare congiuntamente delle norme di condotta nel cyberspazio, prima imbeccata ufficiale da parte di un funzionario statunitense. Tutto era pronto per l’incontro ‘in maniche di camicia’ tra Xi Jinping e Obama nella tenuta di Sunnylands. L’inquilino della Casa Bianca già pregustava il momento in cui avrebbe avrebbe interpellato l’ospite su quella spiacevole storia del furto di dati. Poi, a soltanto due giorni dal meeting, le rivelazioni shock riportare dal ‘Guardian’: il caso Prism veniva scoperchiato con un tempismo che ha spinto i più maligni ad ipotizzare un complotto cinese. Un imbarazzato Obama e un serafico Xi Jinping promettevano in conferenza stampa collaborazione sui dossier di interesse comune, annunciando «una nuova relazione tra grandi potenze». Una chiara vittoria per Pechino.

Parimenti, le circostanze temporali delle ultime accuse non sono sfuggite agli esperti. Washington è tornato all’attacco esattamente il giorno prima che Putin volasse a Shanghai per partecipare al CICA (Conference on Interaction and Confidence-Building Measures in Asia), alternativa asiatica alla NATO in cui a fare la parte del leone sono Repubblica Popolare, Russia e Iran. Mentre il capo del Cremlino si trovava in Cina, Gazprom e CNPC hanno raggiunto un’intesa storica sul gas siberiano che conferma un ribilanciamento delle forniture russe verso l’Asia, oltre all’ottima performance delle relazioni sino-russe. Una pura coincidenza?

E’ giusto inquadrare le accuse in un contesto geopolitico più ampio” ci dice James Lewis, senior fellow nonché direttore dello Strategic Technologies Program presso il CSIS (Center for Strategic & International Studies), “tuttavia il Dipartimento di Giustizia ha cominciato il processo di accusa più di un anno fa e la strategia della Casa Bianca risale a due anni fa. I cinesi sono stati avvertiti (privatamente) 18 mesi fa e di nuovo nel giugno 2013 dal Presidente Obama. Inoltre, i pubblici ministeri godono di una certa autonomia nel rilascio delle informazioni. Tutto questo sarebbe accaduto a prescindere dal contratto sul gas con Mosca. Il problema è un altro. Il problema è che la Cina sta continuando ad ignorare i ripetuti avvertimenti di Washington comportandosi con arroganza. E questo lo vediamo anche nelle varie dispute marittime“.

 

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