giovedì, Aprile 22

Pechino chiede acqua field_506ffb1d3dbe2

0

cina

Il Dragone è assetato. Secondo un recente rapporto della CIA (Central Intelligence Agency), la crescente scarsità d’acqua a livello globale costituirà una delle possibili cause di guerra nei decenni a venire. La Repubblica popolare, che conta per il 20% della popolazione mondiale, accede soltanto al 7% delle risorse di acqua dolce del pianeta. Circa 300 milioni di cinesi, quasi un quarto della popolazione nazionale, ogni giorno bevono acqua contaminata. La produzione di carbone, che fornisce grossomodo tre quarti delle risorse energetiche del Dragone, assorbe un sesto del prelievo idrico totale del Paese. 11 provincie su 22 vengono considerate gravemente soggette a scarsità di acqua; vale a dire che i residenti in quelle aree non raggiungono i 1000 metri cubi d’acqua per persona all’anno. E stando ad un rapporto congiunto di HSBC e China Water Risk, circa il 45% del Pil cinese proviene proprio da quelle province maggiormente affette da carenze idriche.

Negli ultimi trent’anni il Fiume Giallo, culla della civiltà cinese, si è ritirato di anno in anno. Lo Hebei, la regione settentrionale che circonda Pechino, ha già visto 969 dei suoi 1052 laghi prosciugarsi, tanto che parte della popolazione rurale si trova costretta ad irrigare i campi con liquami. Di questo passo tra 15 anni le falde acquifere saranno totalmente prosciugate, avverte l’ex Ministro delle Risorse Idriche, Wang Shucheng.

Il problema – che la Banca Mondiale stima incida per il 2,3% del Pil nazionale – è particolarmente sentito nella capitale, prescelta un tempo proprio per la sua vicinanza ai rigogliosi fiumi che attraversano la North China Plain, la più grande pianura alluvionale d’Asia. Nel 2012 Pechino ha consumato 3,6 miliardi di metri cubi d’acqua, contro i soli 2,1 miliardi di cui disporrebbe, mentre si stima che le risorse idriche annue per persona ammontino intorno ai 120 metri cubi; ben al di sotto dei 500 metri cubi, quantità limite stabilita dalle Nazioni Unite per identificare una ‘situazione di assoluta scarsità d’acqua’.

Come fare? Occorre «prendere in prestito un po’ di acqua dal Sud». L’idea non è nuova, era già venuta in mente a Mao Zedong nel 1952 sulla base di una semplice osservazione: la Cina meridionale ospita quattro quinti delle risorse idriche nazionali, di cui la maggior parte concentrata attorno al bacino dello Yangtze (Fiume Azzurro), il fiume più lungo d’Asia. Così per abbeverare il Nord del Paese industriale e assetato, Pechino nel 2002 ha varato un ambizioso progetto che si stima verrà portato a termine nell’arco di 50 anni. Il South-to-North Water Diversion Project (SNWDP): dietro il nome chilometrico si nasconde un gigantesco sistema di canali e acquedotti dal costo di oltre 250 miliardi di yuan (circa 29 miliardi di euro) che andrà a servire quasi 500 milioni di persone. Un’opera ciclopica, paragonata da molti alla Grande Muraglia, che pomperà 44,8 miliardi di metri cubi d’acqua all’anno dal letto dello Yangtze verso l’arido Nord per 4.350 chilometri.

Il progetto consiste di tre tratte: la Eastern Route, entrata in funzione lo scorso dicembre, porta acqua dal Fiume Azzurro a 71 contee, città e aree del Jiangsu, dello Shandong e dello Anhui; la Middle Route, che diventerà operativa quest’anno, scorre dalla Cina centrale fino verso Pechino e Tianjin; e infine la Western Route, il ramo più controverso del progetto, che dovrebbe collegare lo Yangtze al Fiume Giallo, attraversando le aree montuose del Sichuan e del Qinghai ad un’altezza di 3000-5000 metri. Il Dragone pare, tuttavia, aver (per il momento) messo una pietra sopra all’idea di catturare parte delle acque del Brahmaputra, che nasce in Tibet per poi piegare bruscamente verso gli stati indiani dell’Assam e Arunachal Paradesh, nell’ambito di un ulteriore piano pluriennale che dovrebbe coinvolgere sei fiumi del Sud della Cina, tra i quali anche il Mekong. Trattandosi di corsi d’acqua transfrontalieri, una loro deviazione finirebbe per ripercuotersi anche su Bangladesh, Laos, Birmania, Thailandia, Cambogia, Vietnam e, per l’appunto, India.

Spesso le opere colossali di Pechino vengono accompagnate dalle critiche dei detrattori che ravvisano nel governo cinese la hybris di un ‘deus ex machina’ pronto a rivoluzionare la natura del proprio Paese (e non solo) pur di macinare record. Il SNWDP sta suscitando polemiche analoghe a quelle che bersagliarono i lavori per la Diga delle Tre Gole, la più grande centrale idroelettrica al mondo, cominciata nel 1994 e inaugurata nel 2008. Sopratutto costi eccessivi, rischi ambientali e una delocalizzazione di massa, che finì per interessare oltre un milione di persone. Nel 2011 fu lo l’allora Premier Wen Jiabao a riconoscere che, nonostante i benefici, il progetto aveva lasciato sul tappeto una miriade di problemi. 

Il nuovo piano idrico non farà che esacerbare una situazione già sufficientemente delicata, avvertono molti. Come riportato dal ‘China Economic Weekly’ a febbraio, i costi dell’acqua pompata attraverso l’Estearn Route, come detto già in funzione, supereranno largamente quanto i cittadini dello Shandong e del Jiangsu si trovano al momento a pagare regolarmente di tasse. Stando a quanto riferito da Luo Hui, funzionario coinvolto nel progetto, la responsabilità delle spese per le infrastrutture aggiuntive, necessarie a collegare il SNWDP alla rete di approvvigionamento idrico delle varie città, dovrebbero ricadere sui governi locali, i quali tuttavia non hanno un budget sufficiente per farlo. Non resta, quindi, che scucire qualcosa dalle tasche dei residenti nelle zone interessate, una tecnica ormai consolidata in Cina. Tra il 1992 e il 2009 tutti i cittadini avevano dovuto pagare un’integrazione sui prezzi dell’energia elettrica per andare a rimpinguare i fondi per la costruzione della Diga delle Tre Gole, già invisa ai più per via dei molti dubbi circa la sua sostenibilità ambientale. Inoltre, stando a quanto riporta il settimanale cinese, da quando sono cominciati i lavori per la tratta orientale, nel 2002, le risorse idriche dello Shandong si sono rivelate sufficienti ad appagare i bisogni locali senza necessità di attingere acqua da altre provincie. Ciò nonostante, un’imposta di base verrebbe ugualmente addebitata ai consumatori sebbene, in realtà, questi non si trovino ad usufruire del piano. 

Proprio l’aspetto economico costituisce un’equazione con molte incognite. Dopo che il budget iniziale di 124 miliardi si è rivelato insufficiente, qualcuno comincia ad avanzare l’ipotesi che nemmeno gli attuali quasi 300 miliardi basteranno più. E se il progetto non dovesse ripagare i costi – coperti per il 45% attraverso prestiti bancari«assisteremo a un terribile deafult» chiosa James Nickum, Vicepresidente della International Water Resources Association. Spesso e volentieri dietro alle grandi opere cinese si celano casi di corruzione, che -a lungo sottaciuti- emergono a conferma dei timori popolari quando ormai è troppo tardi. Proprio alcuni giorni fa il Dipartimento anticorruzione di Pechino ha rivelato che diversi funzionari della Three Gorges Corporation, società incaricata di costruire la Diga delle Tre Gole, si sono macchiati di nepotismo, oltre ad aver effettuato transazioni immobiliari opache e gare d’appalto sospette. All’inizio del 2013 un primo caso ha coinvolto un’ex capo di villaggio, condannato a 11 anni di prigione per un furto d’identità al fine di ottenere compensazioni nell’ambito del South-to-North Water Diversion Project.

Tra i maggiori oppositori al SNWDP vi è il noto ambientalista, Ma Jun, direttore dell’Institute of Public and Environmental Affairs. Secondo Ma, il progetto avrà un impatto irreversibile sull’ecosistema dello Yangtze, finendo per pompare l’acqua inquinata delle provincie del Sud, locomotiva della crescita iperbolica dello scorso trentennio. A ciò si aggiungano i lunghi periodi di siccità durante i quali lo Yangtze, che giusto nel 2011 ha raggiunto il livello più basso degli ultimi 50 anni, si trova a corto d’acqua. Il rischio che il piano influisca ulteriormente sulla navigabilità del fiume è molto alto. Come emerso da cablaggi di Wikileaks, pare che nel 2008 persino Washington si fosse espresso negativamente sulla questione, ritenendo insensato mettere in piedi una costosissima opera, quando la priorità assoluta dovrebbe essere la «conservazione delle acque e il miglioramento delle pratiche agricole».

Ma ad allarmare gli esperti è sopratutto il fattore umano. Come riporta ‘Quartz, autore di un dettagliatissimo reportage sull’argomento, 345mila persone sono già state cacciate dalle loro abitazioni per far posto alle nuove infrastrutture. Si tratta della migrazione forzata su più vasta scala dai tempi della Diga delle Tre Gole. Dal 1949, in Cina, oltre 45 milioni di persone sono state costrette a lasciare la propria casa, di cui almeno 12 milioni per far posto a progetti idrici. Nel 1989 fonti ufficiali riferirono che il 70% della popolazione, delocalizzata per la costruzione di dighe, serbatoi d’aqua, e altre infrastrutture idriche durante i precedenti trent’anni, viveva ancora in condizioni di estrema povertà. E sebbene nel 2000 l’ex Premier, Li Peng, avesse dichiarato che il reinsediamento dei residenti costituiva ancora un’eredità problematica, da allora l’avvio di progetti ciclopici è continuato incessantemente: dighe, miniere, urbanizzazione a tappe forzate, fino alle Olimpiadi di Pechino 2008 e all’Expo di Shanghai nel 2010. 

Progetti che rispecchiano l’impronta autoritaria del regime cinese, con la sua propensione a sacrificare la natura sull’altare del turbocapitalismo e la mania per le opere maestose ereditata dall’epoca Maoista. Vezzi che in una democrazia, probabilmente, avrebbero trovato una strada lastricata di ostacoli.

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->