venerdì, Settembre 24

Pechino apre al Dalai Lama? Sul tavolo potrebbe esserci un ritorno del leader spirituale tibetano in Cina

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Quando nel 2013 Xi Jinping assunse la presidenza della Repubblica popolare cinese, di lui si sapeva ben poco salvo che la sua appartenenza alla cerchia dei ‘principini rossi’, gli eredi degli eroi della Rivoluzione comunista, potesse essere di buon auspicio. Il padre Xi Zhongxun, ex Vicepremier dalle inclinazioni notoriamente liberali, era infatti legato al Dalai Lama da un’insolita amicizia, tanto che omaggiato da Sua Santità Tenzin Ghiatso di un orologio molto costoso, si racconta, abbia continuato a indossarlo per molti anni. In mancanza di dati concreti, l’ipotesi che Xi junior potesse seguire le orme paterne è stata accarezzata dagli esperti di ‘cose cinesi’ fin dai primi mesi del nuovo Governo. Quello passato, guidato dall’ex Presidente Hu Jintao (2002-2012), non ha certo brillato per rispetto dei diritti umani, macchiato com’è dall’arresto del Premio Nobel per la pace, Liu Xiaobo, e dalle politiche ‘neocolonialiste adottate in Tibet, ripagate con una lunga scia di autoimmolazioni che dal 2009 a oggi ammontano ad oltre 120 morti nel fuoco.

A due anni dal ricambio al vertice, anche i più ottimisti hanno dovuto riconoscere che il percorso seguito dalla Cina di Xi Jinping – almeno per quanto riguarda la tutela della società civile – non prevede alcuna brusca sterzata. Nonostante l’annuncio di riforme mirate ad implementare il sistema giudiziario, nell’ultimo anno il giro di vite ai danni di attivisti e dissidenti si è fatto più stringente. Ma mentre dalle organizzazioni per la difesa dei diritti umani piovono critiche, l’uomo forte di Pechino sembra, tuttavia, essere riuscito a tenersi stretto ancora un ultimo fan. Sarà per il ricordo paterno, ma nonostante la retorica di regime continui a definirlo «un lupo travestito da agnello» con velleità indipendentiste, recentemente il Dalai Lama è tornato a descrivere Xi come “più aperto” rispetto ai suoi predecessori. Complice le buone parole spese dal Presidente nei confronti della religione Buddhista nell’ambito di una campagna di rivalutazione dei culti autoctoni mirata a riempire il vuoto ideologico da cui la società cinese contemporanea è affetta.

Negli ultimi tempi è parso che qualcosa si stesse muovendo tra Pechino e Dharamsala, sede del Governo tibetano in esilio indiano dal 1960. Ufficialmente i rapporti tra autorità cinese e tibetane sono congelati dal 2010, il Dalai Lama non mette piede in Cina dal ’59, ma voci su un suo rimpatrio si rincorrono da mesi. Le indiscrezioni sono partite da un’intervista rilasciata a The Hindu’ da Wu Yingjie, Vicesegretario del Partito della Regione autonoma del Tibet, in cui si parla di colloqui in corso per un suo ritorno in Tibet: «Tutti i tibetani, compreso il Dalai Lama e le persone intorno a lui possono tornare, basta che riconoscano il Tibet e Taiwan come parte della Cina e rinuncino a mettere in atto sforzi separatisti». Ma alla domanda se il dialogo possa essere esteso alle autorità politiche di Dharamsala, Wu ha lasciato intendere che oggetto di discussione è soltanto il futuro del leader spirituale, non lo status del Tibet.

La notizia, ripresa in prima battuta quasi esclusivamente dai media indiani, è balzata all’attenzione della stampa internazionale nel momento in cui, il 17 settembre, un blog anonimo sul sito cinese Sina.com ha ripreso ulteriori rumors riguardo una visita del Dalai Lama al monte sacro Wutai, nella provincia settentrionale dello Shanxi. Lodandola come una situazione “win-win”, l’ignoto internauta ha fatto notare come una riappacificazione con Tenzin Ghiatso sottrarrebbe all’Occidente uno degli argomenti branditi più frequentemente contro la Cina e «permetterebbe al Segretario Xi di mettere a segno varie vittorie con una mossa sola»; il soft power del Dragone ne gioverebbe immensamente.

Il blog su Sina sembra suggerire un rilassamento da parte della Cina“, spiega a ‘L’Indro’ Robbie Barnett, Direttore del Modern Tibet Studies Program presso la Columbia University, “è rimasto online 36 ore e ha ricevuto oltre 50mila visualizzazioni prima di essere cancellato. Lo so bene perché mi sono occupato io stesso di monitorare costantemente cosa stava accadendo in quel lasso di tempo. La cosa più rilevante è che insieme al post è stata caricata una foto del Dalai Lama ritratto in maniera amichevole, sorridente. Ed è praticamente la prima volta che mi è capitato di riscontrare una cosa del genere sull’internet cinese da un parte di un server cinese“.

Le voci di corridoio sono state confermate dal leader religioso il 2 ottobre in un’intervista alla France Presse in cui accenna a colloqui “informali” per l’organizzazione di un pellegrinaggio nello Shanxi: «Di recente, alcuni funzionari cinesi, tra cui il Vicesegretario della Regione autonoma del Tibet, hanno menzionato la possibilità di una mia visita in quel posto sacro (…) nulla è stato ancora finalizzato ma l’idea c’è». La smentita del Ministero degli Esteri cinese non si è fatta attendere a lungo, e l’8 del mese il portavoce del dicastero ha chiarito che «la nostra politica riguardo il XIV Dalai Lama è chiara. Invece di parlare del suo ritorno in Tibet il Dalai Lama dovrebbe rinunciare sinceramente al proposito di dividere la Cina e interrompere le sue attività separatiste». E’ difficile capire cosa si nasconde dietro il botta e risposta tra Pechino e Dharamsala, ma Lobsang Sangay, il Capo del Governo tibetano in esilio da quando nel 2011 Tenzin Ghiatso ha lasciato la politica, invita alla cautela. «Quella di una possibile visita di Sua Santità al monte Wutai è una storia vecchia», ha dichiarato al ‘New York Times’ facendo notare come una concessione da parte di Pechino potrebbe essere strumentalizzata per indebolire il movimento indipendentista tibetano.

In realtà, prove concrete di un riavvicinamento tra il Dalai Lama e Pechino non ce ne sono, molto deriva semplicemente da speculazioni della stampa internazionale“, ci dice Barnett, “Il Dalai Lama, non essendo un diplomatico, utilizza un linguaggio colloquiale e si spinge a riferire più di quanto non facciano di solito i funzionari governativi. Tuttavia, che avvengano contatti informali tra le due parti non è una novità: ci sono sempre stati. Il problema è stabilire quando questi contatti sono veramente significativi. Resta il fatto che stando a quanto dichiarato dai funzionari di Dharamsala le affermazioni del Dalai Lama sulla questione sono state fraintese e liberamente reinterpretate“. Ma se di disgelo, in effetti, si tratta è possibile ravvisare un tentativo di alleggerire la pressione sul Tibet ora che la situazione nel vicino Xinjiang, funestato da una serie di “attacchi terroristici di matrice islamica”, si fa via via più esplosiva, suggerisce Barnett.

Per Lian Xiangmin, research follow presso il China Tibetology Researach Centre, il leader spirituale starebbe semplicemente cercando di attirare l’attenzione della comunità internazionale per convincere Xi Jinping a cambiare politica verso il Tibet. Dubbi condivisi da Tim Robertson, giornalista australiano esperto di Cina, Tibet e Sud-est asiatico. A ‘L’Indro’ riferisce: “Non posso immaginare un ritorno del Dalai Lama in Tibet perché questo implicherebbe un ripensamento di quanto sostenuto da Pechino fino a ora; per decenni il Governo cinese lo ha dipinto come un traditore separatista. Sarebbe difficile riuscire a convincere improvvisamente i cinesi han (l’etnia maggioritaria, ndr) che non è più così“.

Allo stesso tempo, se da una parte il Ministero degli Esteri smentisce qualsiasi marcia indietro riguardo il leader spirituale, dall’altra evita di argomentare “il dietro le quinte”. Secondo Barnett, è sensato ipotizzare che Pechino gradisca molto poco la loquacità dimostrata da Sua Santità Tenzin Ghiatso davanti ai media d’oltremare, paventando che la conferma di un’apertura al dialogo possa venire interpretata come un segno di debolezza. “Negano qualsiasi cosa venga riportata, per cui è quasi impossibile farci un’idea della situazione reale sulla base dei comunicati ufficiali“.

Come dicevamo, tutto è cominciato con le dichiarazioni rilasciate dal Vicesegretario della Regione autonoma alla stampa indiana. Ma “anche in questo caso si tratta di fonti di seconda mano“, puntualizza Barnett,”E’ indicativo il fatto che la rivelazione sia stata fatta proprio ai media indiani. Anche il post con il Dalai Lama ridente è apparso su Sina.com giusto il giorno prima del summit tra Xi Jinping e il Premier indiano Modi. Possiamo ipotizzare che questo sia stato fatto per rendere Delhi più ricettiva alle richieste della Cina, ma è soltanto una supposizione“.

La questione tibetana continua a rientrare nel novero dei dossier su cui Pechino e Delhi faticano ad intendersi. Modi aveva rischiato di irritare pericolosamente Pechino fin dal primo giorno del suo incarico invitando il Premier tibetano Lobsang Sangay alla cerimonia di giuramento. S’era poi ripreso, tre mesi più tardi, ringraziando «il Governo locale della Regione autonoma del Tibet della Repubblica popolare cinese» per accogliere i pellegrini induisti nei suoi territori. A rimarcare esplicitamente la sovranità di Pechino sul Paese delle Nevi.

Le indiscrezioni circa un possibile rimpatrio del Dalai Lama si innervano sulle polemiche per le ambigue dichiarazioni rilasciate dal leader tibetano al ‘Welt am Sonntag’, a metà settembre. Da quanto riferito al giornale tedesco pareva che Tenzin Ghiatso stesse ipotizzando di dissolvere l’istituzione religiosa dopo quasi cinque secoli. L’affermazione sibillina (letteralmente: «Dato che il XIV Dalai Lama è molto popolare, finiamo con un Dalai Lama popolare»), in seguito ritrattata, non giunge del tutto inattesa. Non è la prima volta che il leader spirituale ricorre a questo genere di “minacce” scatenando le ire di Pechino che con un’ordinanza dell’ottobre 2007 si è arrogato il diritto di individuare i futuri ‘Buddha viventi’.

Tra gli osservatori si è fatto notare come il balletto tra Pechino e Dharamsala sia stato accompagnato da una ripresa delle autoimmolazioni dopo oltre cinque mesi di stop: due soltanto tra settembre e ottobre. Una pura coincidenza? Considerati i serrati controlli con cui il Governo centrale dosa il flusso di notizie riguardo il Dalai Lama, è assai improbabile che nelle regioni tibetane siano a conoscenza delle ultime evoluzioni, ci dice Barnett. “Le auto-immolazioni sono argomento di grande dibattito tra la comunità tibetana; non sono mancate aspre critiche da parte di intellettuali che le ritengono inutili perdite di vite. Tuttavia, la posizione ambigua assunta dal Dalai Lama -che non ha mai chiesto apertamente l’interruzione delle immolazioni- ha vanificato gli sforzi del Governo tibetano in esilio per fermare il protrarsi della pratica. Non penso abbiano nulla a che fare con le ultime indiscrezioni“.

Lasciato ogni incarico politico nel 2011, Sua Santità Tenzin Ghiatso continua a mantenere esclusivamente il ruolo di leader religioso promuovendo la risoluzione degli attriti con Pechino attraverso l’implementazione di una ‘via di mezzo’; una politica moderata che reclama per il Tibet «autonomia sotto un’unica amministrazione», quella cinese. Nel 1950 il Paese delle Nevi è stato invaso dall’Esercito popolare di liberazione e annesso con la forza con lo scopo conclamato di portarvi progresso e modernità. Negli ultimi venti anni, il regime comunista ha destinato al Tibet 15 miliardi di dollari per rafforzarne le arretrate infrastrutture e altri 15 miliardi sono previsti per i prossimi anni. Oggi una rete capillare di strade, cinque aeroporti e due linee ferroviarie uncinano la regione alla Nazione, facilitando l’arrivo di turisti; 12 milioni nell’ultimo anno, per la maggior parte cinesi.

Ma come avvenuto nella provincia musulmana dello Xinjiang, dietro la generosità del Governo centrale si nasconde l’attrazione fatale per una regione ricca di materie prime. Il cruccio delle autorità rimane quello di riuscire a portare sviluppo e sottrarre risorse senza fomentare il malcontento della popolazione autoctona davanti all’arrivo in massa degli han. Lo scorso dicembre il Governo ha introdotto una legge volta a proteggere la lingua tibetana, per dissipare i timori di quanti intravvedono nell’immigrazione/modernizzazione cinese il pericolo di un’erosione della propria identità culturale.

Nel tentativo di decifrare gli ultimi indizi, gli accademici hanno rilevato un ammorbidimento della retorica pechinese nei confronti del leader spirituale, sempre più spesso identificato con il suo titolo per esteso piuttosto che nella forma abbreviata (dispregiativa) di “Dalai”. E’ di giovedì scorso la notizia che il nuovo Alto Commissario per i diritti umani dell’Onu, Zeid Ra’ad al Hussein, sarebbe in contatto con la dirigenza cinese per una visita nella regione autonoma; visita avvallata in linea teorica con la revisione dell’Universal Periodic Review del 2013. L’evento assumerebbe portata quasi storica considerato che il primo e ultimo Commissario Onu a calpestare suolo cinese (e tibetano) è stata Mary Robinson nel 1998. Le richieste dei suoi successori sono rimbalzate contro il muro di gomma eretto da Pechino per proteggere quelli che considera “fatti propri” da interferenze esterne. Zeid non ha escluso che la missione potrebbe essere estesa allo Xinjiang, sebbene sia «prematuro» parlare di un itinerario preciso.

In attesa di aprirsi allo scrutinio delle Nazioni Unite, verso la metà di agosto Lhasa ha ospitato un convegno internazionale -con oltre 100 partecipanti provenienti da 30 Paesi- volto a sparare bordate contro “la cricca del Dalai Lama” e a sponsorizzare le politiche adottate dal regime in Tibet. Proprio mentre negli stessi giorni, a Kardze, nel sud-est della regione autonoma, la polizia reprimeva nel sangue le proteste per l’arresto del capo di villaggio, lasciando sul campo almeno sette vittime e diversi feriti.

Non è insolito che a presunti segni di distensione segua un’inversione a U. Nel giugno del 2013, fonti locali -citate da Radio Free Asia– riportarono un allentamento delle restrizioni imposte ai monaci tibetani residenti nel Qinghai e nel Sichuan, province cinesi che fanno parte del ‘Tibet storico’ dove, per quieto vivere, spesso i funzionari locali chiudono un occhio davanti alla religiosità dei tibetani. Cominciò a circolare la voce che esporre le foto del Dalai Lama e parlarne in maniera positiva – anche se «solo in quanto leader spirituale»- non fosse più motivo di persecuzione. Le speranze sfumarono il mese successivo con un comunicato fatto circolare via sms dal portavoce del Qinghai Nationality and Religious Affairs Committee in cui si respingeva categoricamente un’inversione della politica adottata da Pechino nei confronti del ‘Dalai’. Una posizione confermata alla fine di luglio da un nuovo giro di vite .

 

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