sabato, Ottobre 16

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CHINA-UKRAINE-DIPLOMACY

Dalla Primavera Araba alle proteste di piazza Maidan; ogni qualvolta una parte di mondo sfida i potenti per affermare i propri diritti, qualcuno in Cina si chiede quando a ribollire saranno le strade del Regno di Mezzo. La verità è che l’opinione pubblica cinese sembra essere più interessata ad alzare la voce quando si tratta di far chiudere una fabbrica inquinante che appesta il proprio cortile di casa, piuttosto che a battersi per la democrazia.

«Congratulazioni al popolo ucraino per la loro battaglia per la libertà» recitava uno striscione esposto da alcuni attivisti nella provincia dello Hunan. Eppure, buona parte dei cittadini cinesi sembra condividere le posizioni del governo, secondo il quale la Cina non ha bisogno di una rivoluzione violenta, perché la democrazia (come la intendiamo alle nostre latitudini) non può fungere da panacea per tutti i mali. Sopratutto non per tutti i Paesi, caratterizzati da trascorsi storici e background culturali differenti. La crisi ucraina non fa che aggiungere un’altra freccia alla faretra della realpolitik cinese.

Negli ultimi tempi il messaggio veicolato dai media governativi è stato sostanzialmente sempre lo stesso: il rovesciamento dello status quo non è necessariamente garanzia di un futuro migliore, come insegnano i casi di Siria, Libia, Egitto e Venezuela. “Il copione si ripete ogni volta che c’è un conflitto civile oltremare”, racconta a ‘L’Indro’ Gang Guo, professore associato di Scienze Politiche e Relazioni Internazionali presso l’Università del Mississipi “e sembra, tra l’altro, che il messaggio sia indirizzato prevalentemente alla beneducata classe media, ovvero ‘gli elettori indecisi’ della Cina di oggi”.

Pechino sospetta che le ‘rivoluzioni colorate’, compresa quella ucraina del 2004, siano state alimentate dall’Occidente per scacciare regimi considerati ostili. Una lunga marcia verso la democrazia guidata in principio dagli Stati Uniti sotto le amministrazioni Clinton e Bush, poi passata all’Unione Europea quando, con l’arrivo di Obama alla Casa Bianca, Washington cominciò a mostrare maggior interesse per altre regioni. Quello che di fatto sta cercando di fare l’Ue, secondo la vulgata semi-ufficiale del tabloid nazionalista cinese ‘Global Times, è attrarre Kiev all’interno del suo sistema politico-economico, entrando a gamba tesa negli interessi geopolitici che Mosca detiene storicamente nell’area. Il quotidiano-bulldozer di Pechino sottolinea come «Nazioni dell’Europa dell’Est, quali Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca, abbiano intrapreso una transizione morbida, mentre altri Paesi rimangono lacerati al loro interno, preda di perenni tumulti. Altri Stati, come il Kazakistan e il Turkmenistan, sono rinati grazie alle ricche risorse e a uomini politici forti. Eppure l’Occidente rifiuta di riconoscerle come democrazie (…) I Paesi occidentali non investiranno molto nella transizione pacifica dell’Ucraina semplicemente perché non  trarrebbero alcun vantaggio dal mantenimento della stabilità. Le vicissitudini del mondo esterno ci dicono che la Cina deve avviarsi lungo il sentiero della democrazia, traendo insegnamento dagli errori altrui (…) La rinascita cinese è destinata ad essere un processo di sforzi e riforme, e l’unica scelta che abbiamo è costruire un Paese democratico e liberale con caratteristiche cinesi».

Come spiega il ‘Quotidiano del Popolo’, megafono del Partito, prima di collassare nel 1991, l’Unione sovietica era stata in grado di silenziare le tensioni che scorrono tra la parte orientale e occidentale dell’Ucraina; «l’indipendenza ha scoperchiato un vaso di Pandora di attriti etnici e religiosi, risultante nella stagnazione economica del Paese e nell’allontanamento degli investimenti esteri». Oggi l’Ucraina ha un reddito pro capite che equivale al 60% di quello cinese. Spesso nazioni popolose, come l’Ucraina (che conta 46 milioni di abitanti), non riescono a risolvere le complesse divisioni etnico-religiose quando vengono travolte da cambiamenti politici repentini (la Jugoslavia insegna).

Quello dei conflitti etnici è un problema contro il quale Pechino si scontra da anni. Dopo le proteste sanguinose nelle regioni autonome occidentali di Tibet e Xinjiang, negli ultimi mesi il Gigante asiatico ha assistito inerme ad un ‘attentato’ in piazza Tian’anmen e a un massacro a Kunming, nello Yunnan, provincia ad alta concentrazione di musulmani. Entrambi ‘attacchi terroristici’, che stando alle autorità cinesi, porterebbero la firma di un gruppo di estremisti appartenenti all’etnia minoritaria turcofona uigura, che abita lo Xinjiang. Per il Partito, un processo di democratizzazione di tipo nostrano certamente condurrebbe il Far West cinese in uno stato di caos ancora maggiore.

Negli ultimi dieci anni, tra i circoli accademici del Dragone si è fatta strada la convinzione che la causa della disgregazione dell’Urss sia da imputare all’incapacità di fare ordine nel brodo primordiale dei disordini etnici. Come ricorda Evan Osnos sul ‘New Yorker, quando nel 1986 i manifestanti kazaki scesero in piazza, l’allora Segretario generale del Partito comunista dell’Urss, Mikhail Gorbaciov, oltre a reagire militarmente, nominò un apparatcik kazako e attenuò alcune leggi sulla lingua particolarmente impopolari. La manovra, tuttavia, finì per innescare una levata di scudi da parte degli altri gruppi etnici.

Memore delle sorti toccate al blocco sovietico, la Cina non farà la stessa fine. E’ quanto sembra aver voluto assicurare il Presidente cinese, Xi Jinping, fin dai primi mesi del suo mandato, promettendo riforme, ma rigettando il modello Gorbaciov. Nel dicembre 2012, durante un meeting interno al Partito, Xi ha esortato la Cina a interrogarsi sulle ragioni del collasso dell’Unione Sovietica e del suo Partito comunista. «Una motivazione importante è che i loro ideali e le loro opinioni hanno vacillato», avrebbe dichiarato Xi, stando ad alcuni stralci del discorso rimbalzati sulla stampa straniera.

Se infatti le rivolte etniche sono la spina conficcata nel fianco del Dragone, la corruzione è il male che affligge la sua testa autoritaria: il Partito. Stando a quanto lamentato da alcuni netizen cinesi, dopo che la tv di Stato ‘Central China Television’ ha coperto ampiamente le proteste di Kiev, la vittoria del popolo, il colpo militare e la fuga del Presidente Janukovic, «l’attenzione è stata spostata sul revival militarista giapponese». Il governo «non ha osato raccontare l’odio dell’Ucraina nei confronti della corruzione dei funzionari», scrive l’internauta Xiao Li.

Il bagno di sangue in piazza Maidan ha riportato alla memoria di molti la repressione delle manifestazioni dell”89, quando i sodati cinesi aprirono il fuco contro gli studenti disarmati. Anche allora una delle scintille scatenanti delle proteste era stata proprio la corruzione serpeggiante nei palazzi del potere.

“Tuttavia, mi pare che, per la Cina, la crisi ucraina abbia a che fare con la corruzione molto meno di quanto non abbia a che fare con la lotta di potere internazionale tra Russia e Stati Uniti”, ci spiega Gang Guo. Nel commentare i disordini di Kiev un editoriale a firma di Lu Yu, pubblicato dall’agenzia di stato ‘Xinhua’, rimarcava che «è ormai tempo per le potenze occidentali di riconoscere le profonde connessioni storiche, culturali ed economiche tra Russia e Ucraina, e di abbandonare ‘la mentalità da Guerra Fredda’. E’ giunto il momento di smetterla di escludere la Russia da una crisi politica che loro sono stati incapaci di gestire, e di ammettere il ruolo di Mosca nel tracciare il futuro dell’Ucraina».

La situazione in Ucraina è stata argomento di discussione durante una conversazione telefonica tra il Ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov e il suo omologo cinese Wang Yi, i cui contenuti sono stati così riassunti dal portavoce del dicastero di Mosca all”Intar-Tass’: «I Ministri degli esteri dei due Paesi hanno avuto uno scambio di opinioni sulla situazione in Ucraina e hanno notato posizioni coincidenti». Eppure, i continui appelli al dialogo e ad una risoluzione pacifica dei disordini smentiscono un appoggio incondizionato di Pechino a Mosca. Piuttosto il Gigante asiatico sembra rifuggire posizioni nette, continuando a trincerarsi dietro il principio cardine della sua politica estera: quello della ‘non ingerenza negli affari altrui’. Proprio quello stesso principio che lo ha spinto a bloccare l’intervento internazionale in Siria e Libia, e di cui si fa scudo quando altri Paesi provano a mettere bocca sulle questioni di Tibet, Taiwan e dei diritti umani oltre la Muraglia. Così nella giornata di lunedì, a poche ore dal colloquio tra la diplomazia di Cina e Russia, il Ministero degli Esteri cinese ha confermato il rispetto di Pechino per «l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale dell’Ucraina». Come fa notare notare a ‘L’Indro’ il politologo di Hong Kong, Joseph Cheng, durante le conferenze stampa del 28 febbraio e del 1 marzo, il Ministro degli Esteri cinese non ha criticato apertamente l’intervento russo in Ucraina, né ha menzionato il Presidente ucraino Janukovic.

“Penso che i leader cinesi protendano verso la Russia, ma non vogliono dichiararlo apertamente”, continua Gang Guo, “I resoconti della situazione in Ucraina, così come riportati dalla stampa cinese, rendono questa posizione quasi ovvia. Pechino ritiene che l’azione russa sia giustificata da ‘una condizione particolare’, come ha reiterato il portavoce del Ministro degli Esteri durante una recente conferenza stampa. D’altra parte, il Ministro degli Esteri cinese ha discusso il problema per telefono con il suo omologo russo, mentre per il momento non ci sono state iniziative simili per aprire un dialogo con l’Unione Europea, e questo è già un chiaro segno”. Nella giornata di martedì, al telefono con Vladimir Putin, Xi Jinping ha definito la situazione in Ucraina «accidentale» ma «inevitabile»

La spiegazione di tanta ambiguità è semplice: una denuncia esplicita dell’intervento russo minerebbe i fruttuosi rapporti che Pechino intrattiene con Mosca, oliati ultimamente da un aumento nelle forniture di petrolio e da un accordo sul gas che, stando ad alcune origliature, sarebbe ormai cosa fatta. Allo stesso tempo, prendere le parti dell’Occidente vorrebbe dire parteggiare per le forze d’opposizione, per i ribelli che popolano i peggiori incubi della leadership cinese, agitando il fantasma di una rivolta oltre la Grande Muraglia.

Al momento, peraltro, gli alti papaveri cinesi sembra essere in altre faccende affaccendati.Pechino ha scarsi interessi economici in Ucraina, che rappresenta soltanto una frazione degli scambi che la Cina ha con l’esterno. Di contro Kiev importa dalla Cina più che da ogni altro Paese, esclusa la Russia. Dubito che il governo cinese si farà coinvolgere più di tanto nel braccio di ferro tra Mosca e Ucraina, preso com’è dalle ‘due sessioni’ (gli incontri annuali dell’Assemblea Nazionale del Popolo e della Conferenza Politica Consultiva del Popolo, ndr), e dall’attacco terroristico di Kunming”, conclude Guo.

Quando, all’inizio di dicembre, Janukovic lasciò il suo Paese in balia delle proteste per volare nell’ex Celeste Impero, Pechino fece ben poco per appagare nell’immediato il bisogno di liquidità di Kiev. La visita si concluse con accordi nel settore agricolo, del turismo e delle attività estrattive per un valore di 8 miliardi di dollari. Tra questi rientrano i progetti per un porto con acque profonde nel distretto di Saki e la ricostruzione di una darsena per i pescherecci a Sebastopoli, entrambi in Crimea. Il piano, in una seconda fase, dovrebbe includere 7 miliardi per la costruzione di una raffineria e altre infrastrutture, ma -data la situazione attuale nella penisola- è lecito ipotizzare quantomeno un rallentamento dei lavori. Pare che Pechino abbia già fatto la voce grossa con Kiev per il mancato rispetto dei termini di un contratto per la fornitura di 3 miliardi di dollari in granaglie, in cambio di un prestito.

“La Cina non ha simpatia per i governi saliti al potere con le ‘rivoluzioni colorate’ e non ha simpatia nemmeno per il nuovo governo ucraino”, spiega a Joseph Cheng, “preferiva avere a che fare con facce note e istituzioni con le quali aveva ormai stabilito relazioni durevoli. Allo stesso tempo è probabile che non veda di buon occhio neanche l’intervento armato di Putin, data l’inquietante somiglianza che intercorre tra lo status della Crimea e quello di Taiwan. Eppure l’ipotesi di un ingresso di Kiev nell’Ue rappresenta per Pechino il male peggiore, in quanto imporrebbe all’Ucraina di seguire le indicazioni europee che prevedono un embargo contro la Cina per quanto riguarda le armi sofisticate. Fino ad oggi i due Paesi hanno collaborato nella produzione di motori e turbine per aerei da combattimento, riporta ‘Asia News’; persino la Liaoning, la prima portaerei cinese, è stata acquistata proprio dall’Ucraina nel 1998.

 

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