martedì, Agosto 3

Peacekeeping australiano: rischi e benefici field_506ffb1d3dbe2

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Sydney – Continua l’impegno australiano nelle missioni di pace internazionali, non sempre caratterizzate da un andamento sicuro e prevedibile. L’Australia rappresenta, infatti, il caso particolare di uno Stato geograficamente isolato dai Paesi limitrofi che ha, tuttavia, mostrato un interesse storico per le missioni internazionali, di pace e non, in contesti geopolitici molto distanti dal proprio. La costante presenza australiana al fianco degli Stati Uniti nei conflitti internazionali, al pari della forte impronta lasciata nei Paesi più vicini dal punto di vista geografico, derivano dalla trasversale convinzione dei Governi australiani che prevenire l’instabilità internazionale sia più efficace che affrontarla in seguito e che inoltre, qualora ciò non fosse possibile, sia sempre preferibile avere un ruolo attivo nella gestione delle crisi internazionali.

Il concetto è stato più volte ribadito dai politici australiani nel corso degli anni, ma sono le parole dell’ex Ministro della Difesa Brendan Nelson, pronunciate in un discorso al parlamento nel 2006, a riassumere efficacemente la posizione australiana circa gli interessi strategici del Paese: «Non possiamo permetterci di avere Stati che falliscono nella nostra regione. Il cosiddetto ‘Arco di Instabilità’, che in sostanza passa da Timor Est a tutti gli Stati del sud est del Pacifico, implica per l’Australia non solo la responsabilità di prevenire ed assistere situazioni di emergenza, ma anche che non possiamo permettere che nessuno di questi Stati diventi un paradiso per il crimine internazionale, e nemmeno per il terrorismo».

L’impegno australiano negli anni ha interessato sia zone critiche nel proprio contesto, come i Paesi dell’Arco di Instabilità, sia aree instabili per la comunità internazionale, in virtù di diverse alleanze politiche e militari. Le missioni di peacekeeping in contesti internazionali, supportate attivamente dai governi australiani del passato, sono dunque numerose: Kashmir (1950-1985), Congo (1960-1961), Yemen (1963), Confine tra India e Pakistan (1965-1966), Sinai (1976-1979, 1982-1986), Confine tra Israele e Siria (1974), Libano (1978), Zimbabwe (1979-1980), Uganda (1982-1984), Iran (1988-1990), Namibia (1989-1990), Afghanistan (1989-1993), Kurdistan Iracheno (1991), Iraq (1991-1999), Sahara Occidentale (1991-1994), Somalia (1992-1995), Jugoslavia (1992), Ruanda (1994-1995), Mozambico (1994), Haiti (1994-1995), Guatemala (1997) e Sierra Leone (2000-2003). Altrettanto rilevante è stato l’impegno passato nel proprio contesto geopolitico: Indonesia (1947-1951), Nuova Guinea Occidentale (1962-1963), Confine tra Tailandia e Cambogia (1989-1993), Cambogia (1991-1993) e Bougainville (1994, 1997-2003).

L’azione dell’Australia nel prevenire che scenari instabili divengano terreno fertile per crimine internazionale e terrorismo risulta inoltre evidente dal numero di missioni tuttora attive: Corea (1953 – in corso), Israele (1956 – in corso), Cipro (1964 – in corso), Egitto (1981 – in corso), Sinai (1993 – in corso), Kosovo (1999 – in corso), Timor Est (1999 – in corso), Isole Salomone (2000 – in corso), Etiopia ed Eritrea (2000 – in corso), Sudan (2005 – in corso) e Darfur (2007 – in corso). Oltre alle già citate missioni internazionali, l’Australia contribuisce in diversi modi alla stabilità sociale, economica e politica di altri Stati, senza che vi sia necessariamente un impegno internazionale, come nel caso di Nauru, Figi, Tonga e Papua Nuova Guinea. La capacità organizzativa e di supporto delle truppe australiane è risultata, negli anni, nell’affidamento ad ufficiali australiani di sei organizzazioni e missioni internazionali, delle quali una delle più significative è stata la missione INTERFET a Timor Est, comandata dal Maggiore Generale Peter Cosgrove.

Il contributo più importante nell’ambito delle missioni internazionali australiane è stato e continua ad essere quello della ADF (Australian Defence Force), l’insieme delle forze militari australiane formate dalla marina militare (Royal Australian Navy – RAN), dall’esercito (Australian Army) e dall’aeronautica militare (Royal Australian Air Force – RAAF), per un totale di 56.000 unità di personale militare attivo. Nonostante l’attuale governo conservatore guidato da Tony Abbott abbia iniziato ad applicare una spending review trasversale, la quale ha interessato soprattutto le missioni di pace all’estero ed il contributo a missioni militari con alleati, il personale che l’Australia ha tuttora a disposizione per le missioni all’estero è di 2.161 tra militari e para-militari australiani. L’Australia, inoltre, dedica alle proprie forze armate più di 25 miliardi di dollari australiani all’anno, una cifra pari al 1,6% del PIL nazionale che la rende il tredicesimo Paese al mondo per spese militari, nonostante sia il cinquantunesimo Paese al mondo per dimensione della popolazione.

Una delle principali aree di intervento australiano in ambito di peacekeeping è quella relativa al nation building ed allo state building, processi tramite i quali si stimola il rafforzamento di sentimenti comuni tra le popolazioni locali affinché queste possano superare le crisi interne grazie ad una rinnovata unità sociale, seguita dal supporto pratico per la creazione di nuovi istituzioni adatte al rinnovamento del Paese interessato.

I benefici che l’Australia ha tratto, nel corso degli anni, dal proprio incessante impegno sui fronti di guerra e nelle missioni di peacekeeping sono diversi, ma sostanzialmente sono distinguibili in quelli derivanti dai Paesi alleati e quelli derivanti dai Paesi oggetto dell’aiuto internazionale. In entrambi in casi, da un lato l’impegno australiano all’estero ha contribuito fortemente a mantenere e rafforzare i rapporti politico-militari con alleati storici come Regno Unito, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Paesi membri della NATO in generale mentre, dall’altro lato, ha supportato in modo fondamentale il rinnovamento dei rapporti con i maggiori partner economici del presente, ovvero Cina, Giappone, India ed Indonesia, molti dei quali interessati negli anni da attività umanitarie australiane. Un ulteriore ed innegabile vantaggio derivato dalla rete di missioni di pace dell’Australia è rappresentato dal supporto che Paesi aiutati durante le relative missioni, hanno dato e continuano a dare agli interessi australiani nei maggiori consessi internazionali di cui l’Australia è membro, quali ONU, Commonwealth delle Nazioni, G20, ANZUS, OCSE, WTO, APEC e PIF. Il caso più recente è rappresentato dall’appoggio ricevuto dall’ex Presidente di Timor Est, Ramos-Horta, affinchè l’Australia ottenesse un seggio non permanente all’ONU nel 2012, riuscendo nell’intento.

I rischi di una presenza così attiva nello scenario internazionale, d’altro canto, sono numerosi e non hanno mancato di presentarsi. Le voci più importanti riguardano le perdite in vite umane causate dalle molte missioni militari, alcune delle quali sono avvenute in circostanze poco chiare tanto da innescare dibattiti nazionali e l’istituzione di appositi tribunali. E’ necessario, inoltre, tenere in debita considerazione anche le conseguenze meno dirette dell’impegno australiano in territori instabili, le quali si sono talvolta tradotte nella comparsa di sentimenti di odio nei confronti della popolazione australiana sulla base di presunte incompatibilità sociali o religiose. E’ questo il caso del terrorismo di matrice islamica che, nel caso dell’Australia, non è sorto unicamente come conseguenza della presenza in Medio Oriente a fianco di Stati Uniti e Regno Unito, ma anche dalle attività di pace condotte con l’Indonesia, Paese islamico più popoloso del mondo. Ulteriori problematiche sorte dal tentativo di mantenere sotto il proprio controllo non solo il continente oceanico, ma anche l’intero Arco di Instabilità, sono poi sorte nel recente scandalo del Datagate australiano, in cui è stato confermato che l’Australia effettuasse registrazione, catalogazione ed analisi di dati sensibili di decine di milioni di persone in Indonesia, Cina, India, Giappone, Corea del Sud e Timor Est, intercettando anche telefonate private di Ministri, Capi di Stato e relativi familiari.

Come è dunque lecito aspettarsi da un Paese così attivo nello scacchiere internazionale, i vantaggi ed i rischi di una forte presenza militare e logistica in scenari di instabilità sono molti e spesso è impossibile analizzare gli uni tralasciando gli altri. Le recenti decisioni del Governo australiano di ridurre i fondi e, di conseguenza, l’impegno nelle missioni internazionali, rientrano nella nuova ottica di ottimizzazione della spesa pubblica, ma rimane chiaro come l’Australia rimanga pronta ad intervenire qualora l’accrescersi dell’instabilità nel proprio contesto geopolitico possa mettere a rischio gli interessi nazionali.

 

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