mercoledì, Ottobre 20

PD – M5S: il sogno di un’intesa che non c’è Più che mai politico il voto per le prossime Amministrative. Da Roma a Torino passando per Bologna l'intesa PD-M5S non c'è. Tutto in movimento anche il campo nel centro-destra

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Non fanno in tempo a mettere in giro la voce che ormai l’accordo è cosa fatta: il Presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti, è pronto a candidarsi per il Comune di Roma, e il M5S è rassegnato a sganciarsi in qualche modo da Virginia Raggi, in cambio ottiene la Presidenza della Regione: una sorta di staffetta. Via web un paio dicontrordine compagni‘. A dar fuoco alle polveri l’ex Ministro (anche lui del Partito Democratico) Roberto Gualtieri, candidato ufficioso tenuto in freezer dal PD stesso, via web, annuncia: «Mi metto a disposizione di Roma, con umiltà e orgoglio. Partecipo alle primarie del 20 giugno. Costruiamo insieme il futuro della nostra città: io ci sono!». Il segretario del PDincassa‘. Sempre via web, rilancia il post di Gualtieri accompagnandolo con unForza Roberto!‘. Significa che Zingaretti resta dov’è?, e non si va a impelagare direttamente nella campagna elettorale per il Campidoglio. Vai a sapere. Forse è solo un modo per rendere più sexy le ‘primarie’ che comunque si intendono fare, e non solo con candidati palesemente di bandiera. Oppure l’ipotizzata intesa con il Movimento 5 Stelle è più facile da dire e desiderare che da realizzare; e dunque ognuno per sé, ci pensi l’elettore, ammesso ne abbia voglia (i sondaggi unanimi certificano che si rischia un alto tasso di astensione). Senza lambiccarsi troppo, al momento il PD sembra cedere ai pentastellati, che non volevano gareggiare con Zingaretti.

Il M5S che fa? Parla Giuseppe Conte, che si sente molto coordinatore e leader del Movimento, anche se ancora formalmente non lo ha investito nessuno: «Il Movimento 5 Stelle su Roma ha un ottimo candidato: si chiama Virginia Raggi, il sindaco uscente. Il Movimento l’appoggia in maniera compatta e convinta, a tutti i livelli. Virginia sta dando un nuovo volto alla città».
Quale sia il ‘nuovo volto’ lo vede ogni romano che fa i conti con l’amministrazione capitolina, si tratti dei trasporti o dell’immondizia; dello stato delle strade o di rinnovare qualche documento. Ma al di là dei ‘volti’, Conte si mostra dispiaciuto per il fatto che a Roma non si siano realizzate le condizioni per pianificare con il Pd una campagna elettorale in quella che si augura diventi una stretta sinergia. Poi l’avvocato del popolo sfodera tutte le sue egregie capacità di politichese: «Non so chi verrà indicato dal PD come candidato ufficiale e rispetteremo le loro scelte. Ci auguriamo però che la loro decisione non metta in discussione il lavoro comune che da qualche mese è stato proficuamente avviato a livello di governo regionale, che merita di essere portato a termine fino alla fine della legislatura nell’interesse di tutti i cittadini della Regione. La campagna elettorale che attende Roma sarà una sorta di primaria nel nostro campo, rispetto al campo del centrodestra. Dobbiamo agire in modo intelligente e fare in modo che in caso di secondo turno il dialogo privilegiato del Movimento con il PD possa dare i propri frutti».
Raggi gongola e si concede giochini di parole: «Avanti uniti. Grazie del sostegno a Giuseppe Conte, al MoVimento 5 Stelle, a tutti coloro che si impegnano e si impegneranno per ROMA. Grazie a tutti voi! #AvantiConCoRaggio».
Raggi, che si è auto-candidata il 10 agosto scorso, sorprendendo gli stessi grillini, va riconosciuto coraggio, sì. Checché dica Conte, la sindacatura Raggi non è brillante; il suo lavoro oscilla tra il mediocre e il pessimo (‘pessimo’ è il termine usato, per esempio, da Marcello Sorgi, editorialista principe de ‘La Stampa‘).

Sono le prime mosse di una partita importante, e le proposte per amministrare grandi città (Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna, Trieste…) fatalmente passano in secondo piano; come quasi sempre accade. I partiti e gli schieramenti cominciano appena ora a schierare in campo i loro candidati. Ma è su Roma che si concentreranno le attenzioni. Raggi già nell’agosto scorso ha annunciato il suoprogramma‘, quando unilateralmente, e infischiandosene dell’imperativo grillino dei due mandati poi a casa, aveva annunciato: «Non ci sto ad apparecchiare la tavola per far mangiare quelli di prima»; e sarà pure stata un’allegoria, una metafora, ma rivela una concezione politica, propria e altrui: ‘tavola‘, ‘pranzo‘ (o ‘cena’) di altri…
Chi vive a Roma oggi non può non osservare con amarezza divertita squadre di operai in frenetico lavoro per cercare di sistemare in qualche modo quelle che ormai a mo’ di proverbio sono chiamate «buche della Raggi»; frettoloso (e maldestro) tentativo, di rimediare ad anni di inerzia: quando per rimettere in carreggiata una manutenzione più che carente si ipotizzavano funivie che avrebbero dovuto attraversare la città, o altre singolari idee come greggi di pecore per brucare l’erba nei selciati non curati. Idee brillanti che hanno fatto il paio con quelle annunciate da Danilo Toninelli, che da Ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti aveva in animo di edificare sulle macerie del Ponte Morandi una struttura simile a un parco giochi con ristoranti e luoghi di svago…

Se l’intesa PD-M5S a Roma sembra sfumare, anche a Torino si annuncia più che difficile. La capogruppo pentastellata Valentina Sganga non si nasconde dietro diplomazie: «Stiamo perdendo tempo prezioso in vista di un appuntamento elettorale troppo importante per la continuità del nostro progetto. Io continuo il mio lavoro sul territorio per non farci trovare impreparati se la strategia proposta dovesse fallire. Già da tempo ho dato la mia disponibilità a correre e sostenere la proposta politica del territorio». Parole rivolte, pare, a Laura Castelli, piemontese, vice-Ministro all’Economia e Finanze, convinta che «per vincere a Torino serve coraggio: superare vecchi steccati e non sprecare il patrimonio che abbiamo creato in questi anni di amministrazione». Non si comprende bene a quale patrimonio faccia riferimento, visto che la compagna di movimento, Chiara Appendino, ha detto da tempo che non ha alcuna intenzione di ricandidarsi a Sindaco. Fatto è che Castelli invita «gli amici del PD a essere meno timidi». Saranno anche ‘timidi’, ma il PD sabaudo da tempo è impegnato nella messa a punto delle primarie: il 12 e il 13 giugno si contendono il ‘titolo’ (per ora): Stefano Lo Russo, capogruppo al consiglio comunale; Enzo Lavolta, consigliere comunale; Francesco Tresso, consigliere di una lista civica; e perfino Igor Boni di Più Europa.

Giochisenza il M5S anche a Bologna. Ha già annunciato la sua intenzione di ‘correre’ la renziana Isabella Conti; il PD schiera Matteo Lepore, Assessore che fa capo (ancora?) a Zingaretti. Il PD bolognese è spaccato come non mai: il segretario cittadino Alberto Aitini fa sapere che appoggia Conti; il segretario provinciale Luigi Tosiani tuona: «Non è accettabile danneggiare la nostra amministrazione». Come sia, nessuno sembra prestare particolare attenzione al M5S. Movimento che del resto boccheggia: da una parte un ‘elevato’ Beppe Grillo sprofondato con quel suo inqualificabile video in difesa del figlio; dall’altra la faida con Davide Casaleggio, che batte cassa… Forse per i pentastellati è presto per decretare la fine; ma qualche necrologio lo si può ben cominciare a scrivere.

Tutto in movimento anche il campo nel centro-destra. Giorgia Meloni e i suoi Fratelli d’Italia vivono un momento magico: unico partito all’opposizione, si godono questa rendita. Matteo Salvini fa di tutto per accreditare una sua immagine di leader di governo responsabile e di opposizione determinata insieme. I sondaggi, unanimi, per quello che valgono, certificano che questa sua tattica non rende: ormai Lega e Fratelli d’Italia sono appaiati. Una cosa è certa: nonostante i sorrisi ostentati e i ramoscelli d’ulivo esibiti, i rapporti tra Meloni e Salvini sono tesissimi; la scelta dei candidati per le amministrative è sì importante, ma anche un pretesto. La vera posta in gioco è la leadership del centro-destra e la scalata a palazzo Chigi quando ci saranno le elezioni politiche. Il più insidioso avversario di Salvini è all’interno della sua stessa coalizione, di cui non è più il dominus incontrastato come fino a ieri credeva. La stessa Lega è meno granitica di quello che fino a ieri poteva sembrare. Chissà se Enrico Letta saprà approfittare della situazione. Per ora l’immagine è quella di un Gulliver ancora impigliato nei mille lacci che gli hanno teso una quantità di lillipuziani.

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