sabato, Maggio 15

PD: le mani sporche?

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Sulla sua pagina Facebook, il Premier Matteo Renzi ha espresso la propria soddisfazione per l’approvazione definitiva del Jobs Act da parte del Senato con il voto di fiducia di ieri. «Finalmente è legge» ha scritto «Se ne parlava da anni, oggi riscriviamo le norme sul lavoro. Lo facciamo per dare garanzie innanzitutto a tutti quelli che sinora hanno lavorato come e più degli altri, ma senza gli stessi diritti». «Eliminiamo l’articolo 18, certo, totem di un passato che non c’è più» ha concluso «ma soprattutto diamo all’Italia un mercato del lavoro moderno e funzionale, con regole certe ed inclusive». Parole che grondano entusiasmo. Basterà, come ci ha abituato in questi mesi il Premier, ripeterle come un mantra ad ogni occasione per tendere contagioso quell’ostentato entusiasmo? Per adesso, la riforma del lavoro appena approvata ha incontrato ben pochi favori. Ma il test decisivo sarà la sperimentazione ‘in corpore vili’ nel corso dei prossimi mesi. Al momento la carne viva degli italiani freme, ma potrebbe non trattarsi di entusiasmo.

Nell’attesa, oggi è giunto un’inatteso l’endorsement di ‘Civilità Cattolica‘ a Renzi, che viene definito dalla rivista dei gesuiti «traghettatore dell’Italia in mare agitato» nella misura in cui «si pone ‘oltre’ i leader che lo hanno preceduto, (…) li ingloba, e sui loro insuccessi ricostruisce la sua proposta». Un ‘oltre’ che si esplica nella capacità dell’attuale premier di essere «flessibile e liberista, ma anche solidale e socialista». Un tratto di ‘coincidentia oppositorum’ che il Presidente del Consiglio ha in comune coi mistici.

Mentre Renzi agita le orecchie del toro sul Jobs Act, arrivano alcuni rilievi negativi dei tecnici del Senato su alcuni punti delicati della Legge di Stabilità, ovvero sul bonus 80 euro, sulle norme Irap, sul TFR in busta paga, sugli sgravi contributivi per le nuove assunzioni e sul Fondo buona scuola. I dubbi sollevati dai tecnici riguarderebbero la mancanza di relazione tecnica sul complesso della legge.

Immancabile, anche oggi, un’aggiunta al già nutrito dossier della successione al Quirinale. In un’intervista all’ ‘Huffington PostSilvio Berlusconi ha replicato a Renzi, secondo il quale «Nel patto del Nazareno non c’è l’agibilità politica del Cavaliere né il tema del Quirinale, sul quale vige un principio di buon senso, cercare una larga maggioranza». L’ex Cavaliere ha detto: «Mi aspetto un percorso di condivisione che consenta di avere un Presidente della Repubblica che non sia solo espressione della sinistra». L’ex Premier ha inoltre manifestato il fermo proposito di riottenere l’agibilità politica: «Presto sarà l’Europa a restituirmi quell’onore e quei diritti politici che mi sono stati incredibilmente e inaccettabilmente sottratti. E allora sarò in campo, a tempo pieno, per vincere». Poi, a render più esplicita l’antifona riguardante l’inviolabilità della sua leadership, un affondo rivolto agli altri leader del centrodestra: «Una parte dei nostri elettori, delusa si è rifugiata nell’astensione, mentre alcuni protagonisti politici, da Angelino Alfano a Matteo Salvini, hanno pensato che potesse essere venuto il loro turno. Io non ho mai sofferto di ambizioni politiche ma ancora oggi come allora non vedo nessun altro che possa esercitare una leadership in grado di unificare il mondo del centrodestra». Parole che suonano in netto disaccordo rispetto alle dichiarazioni di appena qualche giorno fa con il suo appoggio alla leadership di Salvini, ma che obbediscono a uno schema ampiamente usato da Berlusconi negli ultimi 20 anni. In questo caso, il ricorso a tale schema obbedisce alla necessità dell’ex Cavaliere di riportare un minimo d’ordine nel suo partito, già abbastanza in ebollizione per le spaccature e per la sonora sconfitta elettorale di 2 settimane fa. La sua conferma alla guida del proprio partito e del centrodestra è, almeno per il momento, l’unico collante minimo che riesce a tenere insieme FI.

Continuano i colpi di scena legati all’inchiesta ormai nota come ‘Mafia Capitale’. Il Prefetto di Roma Giuseppe Pecoraro ha detto di non escludere il commissariamento del Comune di Roma, qualora ce ne fossero gli estremi. Intanto il Sindaco Ignazio Marino ha incontrato Raffaele Cantone, che ha assicurato che l’Autorità Anticorruzione da lui presieduta attiverà un pool di esperti per analizzare possibili appalti sospetti. Dal canto suo, il presidente della Regione Lazio Nicola Zingaretti ha ordinato «un’indagine conoscitiva presso tutte le principali centrali appaltanti della Regione quali: ASL, ATER, Centrale Unica e Dipartimenti per conoscere se società legate all’inchiesta abbiano partecipato a gare e a bandi pubblici e il loro esito». Decisioni che potranno rivelarsi utili per delineare una fotografia dell’oggi, ma che sono non costituiscono idonei strumenti di prevenzione.

Renzi si è detto sconvolto dall’indagine romana che vede implicati alcuni esponenti del partito di cui è segretario; esponenenti nel cui novero rientra anche qualche attuale parlamentare, come Umberto Marroni, ex capogruppo al Campidoglio e oggi deputato, che pur non essendo indagato viene citato più volte nelle intercettazioni. Come provvedimento concreto, il Premier ha disposto il commissariamento del PD romano per sostituire il Segretario del PD di Roma Lionello Cosentino, definito da Salvatore Buzzi nelle intercettazioni (ma è tutto da dimostrare) «proprio amico nostro». Il Premier ha affidato la guida a Matteo Orfini che ha parlato di «vicenda agghiacciante per il sistema criminale che emerge e le responsabilità della politica. Emerge a Roma un partito da rifondare e ricostruire su basi nuove». Ricostruzione che, secondo il Presidente del PD, non può essere disgiunta da «una riflessione di sistema» che dovrebbe arrivare a mettere in discussione il metodo qualificante del PD in questi anni, vale a dire le primarie: primarie e preferenze, infatti, renderebbero «la selezione dei dirigenti più permeabile» a clientelismo e corruzione.
Lo tsunami, insomma, non solo continua, ma sembra che sia solo alle prime battute e promette di travolgere non poca parte della politica romana, di destra e di sinistra. Cosa rimarrà al momento del suo riflusso della Capitale e del Paese? Del Paese, sì, perché quello che accade oggi a Roma non è diverso da quello che è accaduto per gli appalti dell’Expo, per la Protezione Civile di qualche anno fa… gli esempi sono tanti, anzi troppi. E pensare che solo qualche settimana fa c’era chi metteva in dubbio la validità della Legge Severino e la necessità di una seria legge contro la corruzione. La coazione a ripetere di questo Paese avrà mai un termine?

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