mercoledì, Aprile 21

Pd: l’eterno tiro mancino della sinistra Una presunta ‘comunità politica’, nella realtà bande non armate se non di trucchi, trabocchetti, fumisterie, falsità, inganni

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Mentre scrivo queste note mi sono preso del tempo, e ciò che potete qui leggere va dal 5 marzo giorno in cui il Segretario del Pd, Nicola Zingaretti, si dimette irrevocabilmente, naturalmente su Facebook, con parole mai sentite prima «Mi vergogno che nel Pd, partito di cui sono segretario, da 20 giorni (ma sono molti di più, mio) si parli solo di poltrone e primarie». Terribile. Arrivano queste riflessioni al 14 marzo in cui la mostruosa elefantiaca Assemblea nazionale, che pare la copia dell’Assemblea del Popolo cinese, ma lì vige il regime del partito unico per oltre 1 miliardo e 300 milioni di cinesi!, ‘incorona’ alla pressoché totale Assemblea, già di per sé preoccupante visto il passato, Enrico Letta, che scioglie la riserva in pochi giorni pressato dai maggiorenti italiani ed europei del partito e si presenta unico candidato, senza aver capito quali passaggi formali siano stati intrapresi per giungere alla convergenza su quel nome. In sé un ottima persona ma qui non c’entra, in gioco sono i meccanismi formali di selezione e scelta di un nome.

Piccola parentesi: siamo comunque sempre al nome salvifico, essendo progetti, strategie, visioni del mondo assolutamente neglette nel variegato mondo della sinistra, del progressismo, dei liberal-socialisti da almeno venti anni. Se non di più. Tempo nel quale è cambiato il mondo privi di una qualche analisi seria approfondita e discussa che aiutasse a comprendere dove, come, perché il capitalismo e la modernità siano cambiate. Insomma privi completamente di un progetto di società. Dunque la nuova, vecchia, inedita, consueta, ennesima straziante crisi da virus umano che ha infettato il Partito Democratico dalla sua già tardiva formazione, di cui non si riesce da anni a trovare un vaccino, costituisce un esempio di scuola sulle dinamiche relazionali sostenute dalla fiducia o da razionali strategie di sfiducia.

Sul serio, sarebbe un buon esempio di scuola da discutere in corsi di formazione aziendale, organizzativa e politica circa le condizioni ottimali o neglette con cui un aggregato di persone si associa per conseguire un fine comune. Appunto il problema è la fiducia mal riposta e solo enunciata, le cui dinamiche nelle relazioni sociali spiegano molti dei comportamenti e dinamiche interne, attuali e del passato. La variabile di rilievo nell’adottare un modello fiduciario attorno a cui ruotano le interazioni tra attori sociali spiegandone i comportamenti organizzativi si fonda su a) una relazione di ‘dipendenza’ fondata sul controllo dell’azione da parte altrui. Ne consegue b) che la fiducia crea responsabilità nel momento in cui dipendiamo da n agenti a cui abbiamo deciso di conferire fiducia; c) la fiducia permette ‘l’apertura ad un’azione’ altrimenti ingestibile, poiché in assenza del rischio insito in ogni comunicazione con fiducia (appunto, un’apertura al rischio di essere ingannati, come adesso Zingaretti), l’azione reciproca risulterebbe di difficile esecuzione. Ancora, d) la fiducia rappresenta un ‘elemento selezionato dei comportamenti’: qualora venga accordata, necessita di reciprocità passando per un previo riconoscimento dell’altro, ovvero colui/colei che è investito del ruolo di fidato dovrà conformarsi, in virtù dell’apertura, all’azione seguendo le aspettative del fidante. Infine, e) è una risorsa deperibile se non viene assunta dagli attori dell’interazione e trasferita nei circuiti delle interazioni sociali e f) è una risorsa manipolabile, soggetta a mistificazioni razionali con immissione nei circuiti sociali di dosi di sfiducia sistemica (mistrust, défiance).

Queste variabili, soprattutto la f, connotano la situazione che ricorre da sempre nel Partito democratico. Da quando il PD si è costituito nel 2007 dalle ceneri e spezzoni delle famiglie socialiste e cattoliche iscritte nella Carta Costituzionale, con primo segretario il maggioritario bipolarista Walter Veltroni, fino all’ultimo, Nicola Zingaretti in questi giorni pandemici di marzo 2021 votatosi ad una torsione spericolata di alleanza ‘organica’ con i 5 stellini. Azione che ha trovato negli organismi quella infìda adesione priva di manifesta opposizione. Silurando ogni azione del segretario, comprese la mancata nomina di donne ministro, la sua decisione di un congresso tematico relativo all’identità del Pd (ancora privi di identità, dopo oltre 13 anni dalla fondazione di cui 11 passati a fare il partito della ‘responsabilità’ sempre abbarbicati al potere? Essendo l’ultimo passaggio elettorale per la formazione pre Pd avvenuto nel 2005!!).

Mentre gli avversari, soprattutto (e come no), dalla corrente di Base Riformista, ovvero i renziani «che ha minacciato di uscire dalla segreteria unitaria costruita con fatica da Zingaretti dopo averli battuti al Congresso, se non avesse ottenuto più spazio e potere dentro il partito» (Giovanna Vitale, ‘la Repubblica’, 5 marzo 2021), con un misero 11%. Per non dire dell’Orfini, giovane turco!, e qualcuno per favore mi spieghi che cacchio significa! Chiedendo queste minoritarie minoranze addirittura di rifare le primarie stravinte dal Zing, ad appena due anni dalle ultime. Inconcepibile ed immorale politicamente. Essendo stato appunto eletto, Zingaretti, nel 2019 con il 62,4% dei voti dei 1171 (!!) componenti dell’Assemblea nazionale, un mostro di proporzioni gigantesche. E con un altro 19% composto dalle correnti di Del Rio ed Ascani, portando così la sua maggioranza alla ragguardevole percentuale dell’81,4%. Ovvero 4/5, che non è servito comunque a tacitare o convogliare un’agguerrita minoranza ‘contro’ composta, guarda caso, da ex renziani rimasti nel partito.

Dopo che il loro inaffidabile capo il giorno stesso (!) della formazione del governo Conte II usciva dal Pd per formare un micro partitito dove poter riversare le sue insopprimibili ansie di capo assoluto. Oggi dato al 2%, ultimo in Italia per fiducia accordata dagli elettori. Per dire del seguito che ha nel Paese… Dal 2007 ad oggi, in 13 anni o poco più, in questo costante psicodramma si sono succeduti e sono stati fatti ‘spirare’ 8 segretari con una media di 1 anno e 6 mesi a segretario!! Un anno e mezzo, giusto il tempo di cambiare la tappezzeria, votare gli organismi dirigenti, formare le liste per le proprie rendite di posizione e poi via al ballo della taranta sul nuovo nome capro espiatorio da sacrificare sull’altarino di correnti, spifferi, gelate, tormente! Finché i nomi finiranno…. E poi che si farà, arrivati al ‘Parco della Vittoria’ si tornerà indietro verso il ‘Vicolo Stretto’? Almeno con il Monopoli c’è un inizio ed una fine, qui è quasi sempre un nuovo vecchio inizio, con una fine che non sintravvede se non nel dissolvimento di qualsivoglia progetto, strategia, analisi che ne giustifichi l’esistenza, politica, in vita.

Il mio apparente sfottò in realtà nasconde una malcelata ansia che mi ha colto in questi anni guardando tale formazione da lontano pensando alla società, al mondo, alla modernità, alla globalizzazione ed ai suoi processi interni, all’economia, al lavoro, ai giovani, ai vecchi, allo Stato sociale, ai diritti al lavoro, civili, persi e spersi tra programmi seminuovi, progetti rifatti, uomini sempre quelli e qualche spruzzata di donne, ma molto indietro. Anni vissuti con la pretesa d’orgoglio di dirsi insieme senza mai veramente esserlo, cui non sono seguiti atti coerenti nell’essere una ‘comunità’. Come quella nobile dei filosofi come Jean-Luc Nancy de ‘La comunità inoperosa’, Maurice Blanchot de ‘La comunità inconfessabile’ o Roberto Esposito di ‘Communitas’, un cum munus o comune che in quanto di tutti non è di nessuno. Questione seria la tematizzazione di comunità, soprattutto in tempi di sfrenato individualismo, dalla radice simile a ‘comunismoper gli eredi del Pci ed i suoi troppi epigoni succedutisi, in una «uguaglianza che è il suo fondamento e che non vi è comunità finché i bisogni di tutti gli uomini non sono ugualmente soddisfatti» (Blanchot). O nella radice di ‘comunione’ delle radici cattoliche, cosicché «la comunità possa aprirsi alla propria comunione (eucaristica)», sempre Blanchot. Il quale afferma come la «comunità non è la semplice messa in comune, nei limiti da lei stessa tracciati, di una volontà condivisa di essere in molti, foss’anche per non fare nulla, ossia non fare altro se non mantenere la condivisione di ‘qualcosa’ che sembra essersi da sempre già sottratto alla possibilità di esser considerato come oggetto di una condivisione: parola, silenzio».

Queste parole hanno attinenza con queste considerazioni. Sarebbe sin troppo facile dimostrare come quella comunità politica in troppe occasioni non abbia preso sul serio alcuni di quei riferimenti riportati per favorirne un disegno, progetto, opiù enfatico, una visione nel sentirsi comunità d’appartenenza condivisa, una comunità decidente tra norme e decisioni. Disattendendo le prime e posticipando le seconde. Mantenere almeno la condivisione di qualcosa, appunto, quale è il qualcosa che non si è mai dato non aderendo alla condivisione della parola ‘trasparente’ e del silenzio operoso. Erigendosi i Dem a presunta comunità quale somma mal riposta di molteplici ego narcisistici privi di senso ed agire comuni.

Il Partito Democratico, con le confermate dimissioni di Nicola Zingaretti che sembra ed appare una persona seria nel panorama mediocre del tempo, che non urla, non straparla, ed incredibile è rispettoso degli altri, si trova ad affrontare un’altra crisi. Che però paga per l’appoggio solo sulla figura di Conte e di un progetto ‘organico’ con i 5 stelle schiacciandosi in una linea governista di ‘responsabilità’ anti forze populiste e nel non aver allargato la sua azione politica con la formula ‘Piazza grande’ di raccordo e catalizzatrice di un progetto di coinvolgimento di più e diverse forze politichesociali e della società civile. In questo lento procedere altri propendono per una crisi di crescita, ancora, dopo 14 anni di politica? Altri ancora ne attribuiscono colpe e responsabilità al basso profilo, politico e programmatico, cui forse l’ormai ex segretario ha dato la stura per manifestare il suo sconcerto, fatica, umiliazione di dover essere trattato come un nemico nel suo partito, non dall’esterno. Vergognandosi di quell’impostura falsamente comunitaria che ho appena richiamato.

Il problema di questa ennesima situazione di stallo è che molti hanno agito con una finta unanimità mettendosi a remare contro, dentro e fuori il partito, raccordandosi con il partitino insignificante di Renzi. Da ‘la Repubblica’ si legge testuale (verificate) ‘La resa dei conti nel Pd, minoranza dem all’attacco’,Ora le riforme cambino’, Renziio vado avanti. Che c’entra il ‘pugnalatore saudita seriale’, oggi? È che i titoli che leggete sono di mercoledì 3 giugno del 2015! Pare incredibile ma è così. E potrei andare ancora più indietro nel tempo… questo significa che il cupio dissolvi di quel partito è pratica antica ricorrente. È la stessa formazione politica che in un teatro romano applaudiva all’unanimità, cioè tutti!, alla proposta di Pier luigi Bersani che annunciava nel 2013 l’accordo (?) sui nomi del futuro Presidente della Repubblica, in prima battuta Marini per poi convergere sul nome fintamente osannato da tutto il partito: Romano Prodi. Pubblicamente. Mentre nelle retrovie si mettevano mine e trappole che portarono il giorno dopo ad affossare entrambi i nomi da quei tristemente famosi ‘101’, o forse di più, ‘delinquenti politici’ nelle parole allora di Sandro Gozi. Basterebbe già questo a dubitare della vulgata parolaia circa una presunta ‘comunità politica’, nella realtà bande non armate se non di trucchi, trabocchetti, fumisterie, falsità, inganni. Insomma, un bell’ambientino, dove la fiducia non riesce mai a trovare un suo modo di esprimersi! Privi in quel mondo di strumenti, riflessioni sulla trasformazione del mondo e della società. Italiana e mondiale.

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Sull'autore

PhD Sociologo, scrittore per elezione e ricercatore per vocazione, inquiete persone ancora senza eteronimi di Pessoa. Curioso migrante di mondi, tra cui Napoli, Vienna, New York. Ha percorso solo per breve tempo l’Università, così da preservarlo da mediocrità ed ipocrisie, in un agone dove fidarsi è pericoloso. Tra decine di pubblicazioni in italiano ed in lingua si segnala l’unica ricerca sociologica al mondo sull’impianto siderurgico di Bagnoli, Conte M. et alii, 1990, L’acciaio dei caschi gialli. Lavoro, conflitto, modelli culturali: il caso Italsider di Bagnoli, Franco Angeli, Milano, Pref. A. Touraine. Ha diretto con Unione Europea e Ministero Pari Opportunità le prime indagini sulle violenze contro le donne, Violenza contro le donne, (Napoli 2001); Oltre il silenzio. La voce delle donne (Caserta 2005). Ha pubblicato un’originale trilogia “Sociologia della fiducia. Il giuramento del legame sociale” (ESI, 2009); “Fiducia 2.0 Legami sociali nella modernità e postmodernità” (Giannini Editore, 2012); “Fiducia e Tradimento. In web we trust Traslochi di società dalla realtà diretta alla virtualità della network society”, (Armando Editore, 2014). Ha diretto ricerche su migrazioni globali, lavoro e diritti umani, tra cui 'Partirono bastimenti, ritornarono barconi. Napoli e la Campania tra emigrazione ed immigrazione' (Caritas Diocesana Napoli, 2013 con G. Trani), ed in particolare “Bodies That Democracy Expels. The Other and the Stranger to “Bridge and Door”. Theory of Sovereignty, Bio-Politics and Weak Areas of Global Bίos. Human or Subjective Rights?” (“Cambridge Scholar Publishing”, England 2013). Nella tragica desiderante società dello spettacolo scrive per non dubitare troppo di se stesso, fidarsi un poco più degli altri e confidare nelle sue virtuose imperfezioni. Sollecitato, ha pubblicato la raccolta di poesie Verba Mundi, Edizioni Divinafollia, Bergamo. È Vice Presidente e Direttore Scientifico dell’Associazione Onlus MUNI, Movimento Unione Nazionale Interetnica.

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