sabato, ottobre 20

PD: hanno la testa tagliata, pensano ai capelli La posta in gioco è la poltrona da Segretario, e così tutti contro tutti, ognuno con una 'pazza idea'

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Il Segretario del Partito Democratico (PD) Maurizio Martina, al festival dell’Unita’ a Ravenna, chiude il suo intervento con quella che pensa possa essere la parola chiave: «Francamente ne ho abbastanza di litigi, basta, voglio un partito unito, dove ci si vuole bene, ci si parla, ci si confronta, ci si rispetta». Ha appena finito l’intervento, caratterizzato da applausi scrosicianti che autorizzano a credere che il popolo piddino sia con lui, che di fatto gli risponde, da Firenze, Matteo Renzi. Un intervento mirato esplicitamente a rubargli la scena, fatto in contemporanea; infarcito di battute che sembrano prese da un avanspettacolo, i vecchi teatranti dell’Ambra Jovinelli non avrebbero saputo fare di meglio. Renzi di fatto detta la linea, smonta tentativi di alleanze, da fondo al suo repertorio di sempre, il classico: quando va bene, ho vinto; quando va male avete perso. I maggiorenti di quel che resta del Partito masticano amaro, ma preferiscono tacere, ingoiano l-ennesimo rospo: perchè son giorni che Renzi interviene su tutto, detta la linea, si comporta da leader del partito negando al tempo stesso di esserlo.

La posta è  la poltrona di Segretario, ma non solo. In campo sono ‘scesi’ (o ‘saliti’, fate voi), Nicola Zingaretti, governatore della regione Lazio. Lui è uno che ha sempre vinto, e forte dell’appoggio di quel che resta del ‘partito dei sindaci‘ non nasconde le sue mire. Ha anche sillabato un programma politico, non è per nulla collimante con quello che dice Renzi, anzi è una dura contrapposizione; ma è comunque sostenuto da buona parte deivecchileader, da Walter Veltroni a Romano Prodi; ed è ben visto dalle opposizioni renziane: i Gianni Cuperlo, gli Andrea Orlando, gli antagonisti di Renzi da sempre insomma. E non solo: Zingaretti non nasconde di voler tendere le sue reti ai transfughi di LEU, in particolare Pierluigi Bersani eVasco Errani, con cui ha sempre mantenuto un discreto rapporto; non nasconde di guardare con attenzione al Movimento dei 5 Stelle, a chi li ha votati; e mette a frutto la sua esperienza di governatore del Lazio avezzo a mantenere buoni rapporti con il Vaticano e il mondo cattolico; già molte organizzazioni collaterali si sono schierate con lui. Insomma, un candidato forte. Non per caso un appartenente da sempre al ‘giglio fiorentino’ di Renzi, Luca Lotti, consiglia di trovare un’intesa con Zingaretti, per non restare isolati. Anche un altro ‘petalo’ del giglio, Maria Elena Boschi, che discretamente cerca di rifarsi una verginità politica, in questi giorni affronta numerosi temi, ma sulla questione congresso e segretario preferisce la prudenza del silenzio. Renzi però sembra essere di diverso avviso. Non ha perso la speranza di convincere il riottoso  Graziano Delrio a candidarsi. L’ex Ministro per ora non ne vuole proprio sapere, non gli va proprio di andare a pelare una simile gatta. Preferisce restare fuori, non venire coinvolto: tace e arretra: arretra e tace. Renzi però non si dà per vinto, figurarsi se un tipo come lui rinuncia al palcoscenico.

L’appello alla pace e alla concordia di Martina resta lettera morta. Sintomo del fuoco che arde sotto la coltre di cenere un intervento dell’ex Presidente dei senatori PD Luigi Zanda. Sceglie la platea del ‘Foglio‘ per ammonire che «i cerchi magici vanno bene per la Lega di Salvini  e di Di Maio. Nel  PD i cerchi magici producono danni molto gravi». E’ un calcio negli stinchi a  Renzi, e del resto si sa, lui e Zanda si sono sempre visti come gatto e cane. Poi Zanda si concede, dopo una prolissa analisi di un qualcosa a tutti stranoto, un’affermazione criptica: «Il PD ha bisogno di un gruppo dirigente nuovo, ma anche di rispetto per chi ha fatto la storia de partito»; e fin qui è chiaro:  basta con questa storia della rottamazione, si proceda piuttosto con una sorta di cooptazione. Perchè «ci sono tanti giovani che meritano di emergere e che debbono poterlo fare  non perchè qualcun altro è  stato rottamato, ma perchè la selezione si e’ fatta più democratica».  A  parte la selezione che evidentemente finora tanto democratica non deve essere stata, se deve per il futuro esserlo di più, che significa questo ‘tanti giovani’? Non certo ci si riferisce a Zingaretti, da sempre nel PD, fin da quando si chiamava PCI, e neppure a Martina. Tempo fa, in occasione del TowandaDem a Bologna, il sindaco di Milano Giuseppe Sala, aveva buttato lì: «Vedrei molto bene una donna alla guida de PD». E subito una raffica di nomi, da Anna Finocchiaro  a Debora  Seracchiani; da Emilia de Biase a Monica Cirinnà; nomi fatti per escluderli, come da sempre accade in simili occasioni. Nel tritacarne delle candidature sono finite perfino la stessa Boschi e l’ex vice ministro allo Sviluppo Economico Teresa Bellanova, un solido passato nella CGIL. Questo per dire quanto sia tormentato e pieno di contraddizioni in mondo del PD. Resta comunque il ‘sasso’ lanciato da Zanda.

A ‘sasso’ risponde subito un altro ‘sasso’, scagliato questa volta dal Presidente del PD Matteo Orfini. Lui propone non tanto di rottamare l’attuale classe dirigente del partito; e neppure, come ipotizza qualcuno, di cambiare il nome; piuttosto di stracciare l’intero statuto, e con lo statuto l’intero partito; beninteso, per riformarlo: «Mettiamo insieme  un pezzo di Paese che non condivide le politiche di questo Governo: dobbiamo costruire una risposta dopo la sconfitta che sia all’altezza della sfida. il partito com’è oggi non funziona. Mi rivolgo a tutti, basta con questa distinzione con la società civile, decidiamo insieme la linea politica e la leadership».
A parte la proposta kamikaze, Orfini fa un pò sorridere: è il presidente del PD che ha inanellato sette gravi sconfitte consecutive, che ha un debito di milioni di euro che non sa come saldare, un calo esponenziale di iscritti e voti, una tattica penosa (come si fa a rimproverare al Governo Conte il ricorso ai voti di fiducia e gridare al golpe, quando fino a ieri i governi Renzi e Gentiloni ne hanno fatto uso ed abuso?); e una inesistente strategia. Ecco dunque che Orfini, finalmente si accorge che qualcosa non va. Se è così (e così è), dovrebbe per primo essere coerente e lasciare che altri ‘decidano’. Ma è evidente che quel suoappello alla decisione concorde è rivolto più ai renziani, e a vincere le resistenze del ‘capo’ che di decidere insieme proprio non ne vuole proprio sapere.

Manovre comunque in corso. L’ex Ministro Carlo Calenda, che insegue sempre il suo sogno di rassemblement repubblicano, invita a cena Paolo GentiloniRenzi e Marco Minniti. La cena delle beffe per chi chiede collegialità e partecipazione. Una volta si chiamava ‘caminetto’, oggi ‘cena’. Zingaretti liquida la proposta di Orfini come il tentativo estremo di rinviare la resa dei conti. Martina vuole accelerare il processo delle primarie e del congresso; Orfini replica che si tratta di un’illusione sperare di cavarsela in questo modo… Ecco, a questo punto: che fine ha fatto l’appello di Martina, stanco di litigi e voglioso di concordia? E soprattutto, come possono sperare di vincere l’ondata sovranista di Matteo Salvini, e il demagogo-populismo di Beppe Grillo, Davide Casaleggio e Luigi Di Maio?
Vedi il PD e non puoi che dire: hanno la testa tagliata, e si preoccupano dei capelli…

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