venerdì, Aprile 16

PD: direzione a senso unico Lungo discorso di Renzi alla direzione: «Il PD deve essere un partito che si allarga»

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Il premier Matteo Renzi ha aperto il suo lungo intervento alla direzione del PD commentando la conferma della manifestazione organizzata dalla CGIL contro il Jobs Act per il 25 ottobre a Roma: «Questo fine settimana un importante sindacato riunisce centinaia di migliaia di persone. Abbiamo un profondo rispetto indipendentemente dal dibattito che c’è tra di noi. C’è rispetto ogni volta che un’organizzazione importante affronta una prova di piazza». “Profondo rispetto” che potrebbe essere letto più nel segno della presa di distanza, piuttosto che della distensione: un messaggio rivolto agli esponenti PD che, oltre ad aver espresso vicinanza alle posizioni del sindacato, hanno annunciato l’intenzione di prendere parte alla manifestazione in aperto dissenso con la segreteria del partito e con il Governo.

Parte cospicua del proprio discorso, Renzi l’ha dedicata al PD nella sua qualità di partito a vocazione maggioritaria, in grado di accogliere realtà tra loro anche molto diverse come i fuoriusciti da SEL e dall’area centrista: «Il PD deve essere un partito che si allarga, Alfredo Reichlin lo ha chiamato il partito della nazione, deve contenere realtà diverse. Io spero che da Gennaro Migliore con LED fino ad Andrea Romano che con quella parte di Scelta Civica che vuole stare a sinistra ci sia spazio di cittadinanza piena». «Se il PD è il partito maggioritario» ha insistito il premier «deve avere degli strumenti elettorali che lo consentano, e allora nell’Italicum meglio il premio alla lista che alla coalizione». Nel tracciare la sua idea di partito, Renzi non ha trascurato di far riferimento agli scontri che hanno attraversato negli ultimi mesi il PD e che minacciano di comprometterne l’unità: «Io immagino libertà di coscienza non solo su materie eticamente sensibili, ma anche sulle riforme costituzionali. Non espelleremo mai chi fa battaglie serie sulle riforme. Ma dobbiamo darci regole sui voti di fiducia e decidere qual è il punto dove una comunità sta o no sta». «In un partito del 41%» ha continuato«non si può pensare di non ascoltare chi la pensa diversamente, ma non possiamo diventare né un comitato elettorale né un club di anarchici e filosofi. (…)Aprirei la discussione [su come si sta nel PD, ndr.] senza imporre o proporre alcunché ma cercando un punto di soluzione. Possiamo immaginare anche un passaggio assembleare, o un gruppo di lavoro, non ho problemi sulle forme».

Prendendo la parola, anche Gianni Cuperlo, esponente di spicco della minoranza ex DS ha parlato della forma del partito, non risparmiando stoccate all’indirizzo del segretario-premier «Tu sei il segretario del nostro partito e il capo del nostro governo. Te lo chiedo da questa tribuna: cos’è la Leopolda? Io leggo che dietro c’è una fondazione che ha raccolto poco meno di 2 milioni di euro, 300mila dei quali servono a pagare il prossimo week end». Le correnti dominano da sempre la vita interna del PD; il problema – ha proseguito Cuperlo rivolto a Renzi – è che «se tu costruisci e rafforzi un partito parallelo dotato di risorse mezzi e persone, tu porterai appresso altre risorse e persone. A quel punto non andremo verso un partito comunità, ma verso ciò che già oggi siamo e cioè una confederazione, un’aggregazione di componenti, dotata ciascuno di una sua autonomia. A me non pare un disegno né particolarmente coraggioso né particolarmente ambizioso, ma se si scegliesse questo disegno io lo rispetterei».

Prima dell’avvio della direzione PD, la vicepresidente dell’assemblea Sandra Zampa ha letto un documento dei giornalisti de “L’Unità”, aggiungendo: «Ci auguriamo che l’appello perché “L’Unità” torni a far sentire la propria voce si realizzi al più presto». Intanto i giornalisti della gloriosa testata fondata da Antonio Gramsci stavano tenendo un presidio sotto la sede del Nazzareno.

Non accenna a diminuire la polemica sollevata dalle Regioni in merito ai 4 mld di tagli imposti dalla Legge di stabilità presentata alle Camere la scorsa settimana dal Governo. Tagli che consentiranno una simbolica diminuzione della pressione fiscale statale, ma che imporranno alle amministrazioni regionali l’aumento delle tasse a livello locale o il ridimensionamento dei servizi per i cittadini, soprattutto in materia di Sanità. Intervistato su questo tema da Maurizio Belpietro durante la trasmissione “La telefonata” in onda su Canale5, il presidente delle Regioni Sergio Chiamparino ha dichiarato: «Quando si parla di risparmi bisognerebbe andare di pari passo: le Regioni devono fare la loro parte, ma anche i ministeri la loro. (…) Quello che le Regioni chiedono è di distribuire equamente la spending review». Chiamparino ha precisato che la posizione delle amministrazioni regionali non è di preclusione assoluta: «Le Regioni non si rifiutano di fare tagli, ma stiamo lavorando affinché i risparmi siano compatibili con l’erogazione dei servizi. (…) Al Governo abbiamo fatto delle controproposte e siamo in attesa di capire se queste controproposte hanno qualche possibilità di essere accettate o meno».

Il fronte compatto delle Regioni non sarà l’unico ostacolo col quale dovrà misurarsi il Governo nel corso del periglioso iter che porterà all’approvazione della Legge di stabilità da parte del Parlamento; tuttavia le amministrazioni locali, pungolate dalla loro più stretta prossimità ai cittadini, potrebbero rivelarsi un’insidia ben maggiore rispetto alle minoranze in Parlamento o nel PD. Last but not least, il taglio delle spese regionali costituisce un biglietto di presentazione piuttosto imbarazzante per le elezioni regionali che si terranno in Calabria e in Emilia Romagna il 23 novembre: in particolare, una sconfitta del centrosinistra in quest’ultima Regione rappresenta un’eventualità che Matteo Renzi non può permettersi di prendere neppure in considerazione, avendo egli fondato la sua leadership nel PD e nel Paese sulla vittoria e sul livello del consenso.

 

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