mercoledì, ottobre 24

PD: amara lezione dalla Sicilia, guardando alle politiche 2018 Renzi non ne trarrà le conseguenze, e intanto lavora per costituire attorno al PD una sorta di costellazione per il 2018

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Una cosa è sicura. Anche questa volta il Partito Democratico perde. Gli altri (centro-destra, sinistra non PD, Movimento 5 Stelle) possono intortare e valutare i risultati come fa loro più comodo. Il PD no: può solo prenderne atto. Dovrebbe solo trarne le conseguenze. Il PD e il suo Segretario Matteo Renzi. Ovviamente no. Anche la ‘lezione’ (ennesima) che viene dalle urne non modificherà in alcun modo i comportamenti del ‘Rottamatore’ di Rignano sull’Arno, nè, tantomeno, lo indurrà a più miti consigli. E’ una questione di carattere (e quello di Renzi è quello che ormai tutti conoscono e riconoscono); e una questione di ‘scuola’ politica.
I vecchi dirigenti del partito, quelli che Renzi e il suo appassito giglio magico hanno voluto con albagia rottamare, non si sarebbero mai comportati come, dal referendum costituzionale in poi, si è comportata la attuale leadership piddesca. Se componenti sostanziose e significative del partito si fossero allora distaccate; se consistenti ‘quote’ di elettorato considerate fino a ieri inossidabili appaiono oggi confuse, incerte, frastornate, e preferiscono dirottare i loro consensi verso il ‘nuovo’ che di certo ha solo l’inaffidabilità (i pentastellati di Beppe Grillo sono ogni giorno una cosa, nessuna e centomila insieme); se altre ‘quote’ preferiscono il centro-destra; e se tanti ancora non fanno più alcuna distinzione e giudicano tutti, senza distinzione, ‘pessimi’; ecco: se accade tutto questo, quei vecchi che si sono voluti rottamare mai avrebbero puntato l’indice accusatorio verso gli incapaci di comprendere, gli ingrati che non sanno apprezzare, e mai avrebbero fatto ricorso a giustificazioni patetiche e a giaculatorie auto-assolutorie. No. Avrebbero posto al centro della loro riflessione gli errori che hanno portato alla sconfitta; avrebbero convocato i direttivi e avviato una discussione, un dibattito per capire cosa non ha funzionato e non funziona.
Renzi no. Ci ha già detto che in Sicilia non è lui ad essere sconfitto. Ci ha detto alla vigilia del voto che lui, fosse siciliano, avrebbe votato l’incolore e incolpevole candidato del PD, ma che comunque si augurava vincesse il migliore. E dove si è mai visto un leader di partito formulare un simile augurio nei confronti del ‘suo’ candidato? La verità è che da tempo sulla scrivania del Segretario piddino si sono cumulati gli impietosi risultati di sondaggi e rilevazioni demoscopiche. Cosi Renzi pensa bene di tenersi lontano dall’isola, utilizzare lo scontro televisivo con il grillino Luigi Di Maio (e sarà un duello tra chi le spara più grosse) come arma di distrazione, lasciarsi alle spalle quanto prima la cocente sconfitta, e consentrarsi sulle elezioni politiche di primavera.

La tattica renziana è di tutta evidenza: costituire attorno al PD una sorta di costellazione, un paio di liste minestrone: da una parte centristi in cerca di poltrone parlamentari garantite: e si va dai Pierferdinanro Casini ai seguaci di Gaetano Quagliariello e Denis Verdini, fino a – se possibile – l’erratico Angelino Alfano; dall’altra unaggiungi un posto a tavola‘, costituito da signori sette casacche come Benedetto Della Vedova, i fiduciosi in Giuliano Pisapia, i verdi, i socialisti, i redivivi dell’Italia dei Valori, fino a giungere ai radicali di Emma Bonino che in questi ultimi mesi hanno fatto di tutto e di più per sbianchettare ogni possibile residuo di imbarazzante pannellismo.
Renzi in queste ore, conciliatorio, vagheggia e auspica grandi intese e accordi; il suo è un ‘Avanti, c’e posto’ rassicurante e da imbonitore. Tutto si può fare e tutto si può dire, concede Renzi. L’importante è che si faccia e si dica quello che lui vuole. E cosa volete, che un Riccardo Nencini (socialisti), un Angelo Bonelli (verdi), un Riccardo Magi (radicali di Bonino), rinuncino a una possibile cadrega parlamentare così generosamente offerta? Ovvio che no. E volete poi che le minoranze interne al PD, quelle di Andrea Orlando o di Dario Franceschini, di Michele Emiliano, di Gianni Cuperlo, o altri timidi oppositori abbiano qualcosa da eccepire, quando le ‘chiavi’ della formazione delle liste elettorali, con i posti sicuri e garantiti sono nelle mani di Renzi? Ovvio che ci andranno coi piedi di piombo.

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