lunedì, Settembre 27

Paura di spendere

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Ecco un buon spunto da cui partire. La frase pronunciata dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla festa conclusiva del Centro estivo per disabili a Castelporziano, l’11 settembre scorso:  «Le barriere più difficili sono quelle della nostra mentalità».

Quasi ovvio, ma così vero. Siamo noi il maggior ostacolo allo sviluppo socio-culturale ed economico del nostro Paese.
Il Premier Matteo Renzi ha avuto il fiuto scaltro di sentire i malesseri di questo Paese, ormai non più giovane: il diffuso individualismo, il mancato senso d’appartenenza e la relativa sfiducia reciproca tra lo Stato e i suoi cittadini. Da ciò derivano molti dei problemi che abbiamo.
La storia non ci aiuta. L’Italia ha iniziato tardi ad avere una coscienza nazionale. Fino a poco più della metà dell’ottocento, il suo territorio era lastricato di tanti steterelli, uno più diverso dell’altro. L’élite borghese di fine ottocento, preposta all’educazione delle nuove generazioni, dovette faticare non poco per dare uno spirito coeso al nascente Stato unitario. Il problema è che Giuseppe Garibaldi, Giuseppe Mazzini e Vittorio Emanuele II non sono bastati a cambiare il nostro dna. Quello che a volte gli stranieri trovano così affascinante nell’Italia è questa differenza culturale concentrata in un Paese così piccolo. Questo le conferisce una ricchezza unica e allo stesso tempo le è di grande ostacolo al suo progresso.

Ma veniamo all’oggi. Renzi ha capito, suo malgrado, cosa impedisce a questo Paese di crescere. Non è un caso che citi spesso l’orgoglio italiano nelle eccellenze dell’imprenditoria, della gastronomia e di altri campi. Inoltre, sta cercando di sradicare il pregiudizio della sinistra verso la cultura liberale. Grazie a quest’ultimo aspetto, è riuscito a dividere una grande fetta della destra storica che aveva fatto del liberalismo il suo campo di battaglia. Ma soprattutto, ha capito la radice della stagnazione economica: la paura di spendere.

Una paura alimentata dalla crisi e da un fisco pregiudizioso nei confronti dei propri contribuenti. E’ vero che l’evasione fiscale è endemica (l’economia sommersa viaggia tra i 150 e i 200 miliardi euro), ma essa è il frutto della cattiva educazione e della sfiducia che i cittadini hanno nei confronti del proprio Stato, così avezzo a imporre tasse. La difesa più naturale è l’evasione. Il punto è, quindi, ristabilire questa fiducia.
L’aumento repentino della tassazione immobiliare, il redditometro, la limitazione all’uso del contante, i blitz della Guardia di Finanza a Cortina e in altre località vip, hanno avuto il solo effetto controproducente di alimentare l’invidia sociale (a causa delle grosse disparità) e di azzerrare i consumi interni, sia per le difficoltà che per il timore di essere controllati. Per di più vi è un altro grosso inconveniente, l’incertezza.
L’ultima proposta del Premier è di togliere ciò che rimane della tassazione sulla prima casa. Il problema per il comune cittadino non è tanto di pagare (la tassazione immobiliare si è allineata ai livelli europei) bensì di sapere cosa, come e quanto pagare. L’incertezza regna sovrana. E l’incertezza è nemica del portafoglio, semplice. Quando al cittadino sarà data la possibilità di pagare con un bollettino recapitato e pre-marcato, di avere una linea telefonica diretta con il fisco e il proprio dossier fiscale, allora molte cose cambieranno.
Impossibile? No. Ci vuole una grossa volontà riformatrice: cambiando l’atteggiamento nei confronti dei contribuenti e l’opacità dell’apparato burocratico.

Dall’altro lato, quello del contribuente, ci vuole l’educazione. Se evado, faccio un danno alla collettività e faccio pagare a chi è più onesto di me un contributo maggiore per dei servizi che entrambi utilizziamo. Che non funzionino poi, è un altro discorso. L’onestà si impara in famiglia e a scuola. Perché non partire da questo assunto ?

Vi è infine un ultimo aspetto, quello della ricchezza. Finchè si continuerà a demonizzarla, i capitali fuggiranno dal nostro Paese. A nulla serviranno i condoni fiscali e altri premi ai rimpatri. Il muro di Berlino è caduto ma i figli di quella ideologia vedono ancora nell’egualitarismo e quindi nella tassazione redistributiva, la soluzione a tutti i mali. Senza pensare che è proprio quella richezza a smuovere gli ingranaggi dell’economia. Gli inglesi lo hanno capito da tempo e, infatti, registrano un tasso di crescita doppio rispetto alla media dell’Unione Europea.

Il cambiamento è a portata di mano. Tutto stà nel farlo in fretta, prima che la nostra carrozza, in un mondo sempre più globalizzato, si stacchi definitivamente dal treno dei Paesi più indutrializzati.

 

 

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