mercoledì, Ottobre 20

Il patto Rothschild-Rockefeller

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Nel maggio 2012, Lord Jacob Rothschild e David Rockefeller, anziani rampolli (76 anni il primo, 96 il secondo) delle due più note e potenti dinastie finanziarie della storia del capitalismo, hanno ufficializzato una partnership strategica in base alla quale la Rit Capital Partners, filiale del gruppo Rothschild che si occupa di investimenti all’estero, ha acquistato per una somma non specificata il 37% del ramo wealth and asset management del gruppo Rockefeller. Obiettivo dell’alleanza è quello di originare un colosso in grado di effettuare investimenti congiunti, compiere acquisizioni ed amministrare capitali in maniera più efficiente e remunerativa in una congiuntura segnata dall’ascesa dei nuovi colossi finanziari provenienti dai Paesi emergenti.

Oltre alla prospettiva dei lauti guadagni, un fattore decisivo nel favorire l’intesa si è rivelata la relazione personale instaurata tra i due facoltosissimi businessman, che si conoscevano da molto tempo e che fin dal 2010, in occasione dell’incontro presso la tenuta londinese dei Rothschild (Spencer House), soppesavano la possibilità di legarsi in un matrimonio di interessi che si prefigurava estremamente vantaggioso per entrambi. Come ha dichiarato David Rockefeller: «conosco Lord Rothschild da 50 anni. Il legame tra le nostre famiglie è sempre stato e rimane tuttora molto forte. Pertanto, sono lieto di dare il benvenuto a Rit Capital». Un sodalizio, quello salutato entusiasticamente da David Rockefeller, che ha consacrato l’unione di due imperi finanziari capaci di affermare il proprio primato nelle rispettive aree geografiche di competenza senza mai entrare in rotta di collisione tra loro.

La dinastia degli ‘scudi rossi’ nacque a Francoforte nel 1744 con il capostipite Mayer Amschel Rothschild, piccolo imprenditore attivo nel mercato delle valute che riuscì a ingraziarsi rapidamente il favore del principe d’Assia e a porsi gradualmente nelle condizioni di divenire il finanziatore di riferimento di entrambi gli schieramenti che si fronteggiarono nelle guerre napoleoniche, prima di puntare tutto sul Duca di Wellington in base alla convinzione – rivelatasi corretta – che il Bonaparte avesse ormai concluso la sua parabola politica. Gli enormi profitti ottenuti come banchiere di guerra alimentarono notevolmente le ambizioni di Mayer Amschel, il quale decise di fornire ai propri cinque figli i capitali necessari ad avviare attività finanziarie nei principali centri urbani dei grandi imperi europei. Amschel jr. rimase a Francoforte ad ereditare le funzioni dell’anziano padre, Nathan si spostò a Londra, Salomon si stabilì a Vienna, Carl partì alla volta di Napoli e James impiantò le basi a Parigi. Qui, i cinque giovani banchieri pensarono bene di legarsi in matrimonio a giovani donne appartenenti ad alcune delle più potenti casate bancarie ebree (ashkenazite in gran parte) dell’epoca al fine di incrementare a dismisura la potenza di fuoco dell’impero finanziario che loro padre aveva creato dal nulla. Incroci che fruttarono alla dinastia dello ‘scudo rosso’ titoli nobiliari ed utili da capogiro, attraverso la fornitura dei capitali necessari a sostenere l’ammodernamento infrastrutturale varato nella Francia della restaurazione, nell’Impero d’Austria e, soprattutto, nell’Impero Britannico, superpotenza dell’epoca per conto della quale Nathan Rothschild finanziò la costruzione del Canale di Suez e le imprese coloniali dei nobili Rhodes e Kitchener in Africa. La gratitudine e il prestigio riconosciuto dalla corona di Londra ai discendenti di Mayer Amschel furono tali da indurre Lord Balfour, ministro degli Esteri inglese, ad inviare a Jacob Rothschild l’ormai famosa missiva in cui si accoglievano le istanze sioniste promosse dal banchiere e si annunciava la totale disponibilità dell’impero ad autorizzare la creazione di un ‘focolare ebraico in Palestina’. Dalla sua sede di Napoli, Carl era invece riuscito ad istituire con il Vaticano un legame talmente solido da valere agli esponenti della casata il titolo di ‘guardiani dei tesori del Pontefice Gregorio XVI’, come si legge nell’Enciclopedia Judaica. Questi agganci di altissimo livello hanno consentito alla dinastia ebraica di mettere i propri affari al riparo dai disastri abbattutisi sull’Europa del XX Secolo, e di sopravvivere senza troppi patemi alla tempesta finanziaria del 2008.

Quella dei Rockefeller è invece una storia molto diversa. Il patriarca John Davison Rockefeller è l’indiscusso pioniere dell’industria petrolifera, nonché fondatore del super-colosso Standard Oil, la mastodontica holding di cui nel 1911 l’Autorità Antitrust decretò la smembramento in ben 34 diverse società – ciascuna dotata di un proprio management indipendente – per rompere il suo monopolio sul mercato mondiale del greggio. Le ingenti somme di denaro guadagnate con il controllo del mercato petrolifero permisero a John D. di creare una divisione finanziaria che – specie durante la Grande Depressione – cominciò ad inglobare un istituto dopo l’altro, originando alla fine della filiera il gigante Chase Manhattan Bank. Nel 2000, la Chase Manhattan si fuse con Jp Morgan dando origine a Jp Morgan Chase, il maggiore conglomerato finanziario del pianeta con oltre 90 milioni di clienti sparsi in giro per il mondo. Nel corso dei decenni, la dinastia newyorkese si è gradualmente trasformata nell’indiscusso punto di riferimento del capitalismo statunitense, sia nella sua fase fordista, con forti investimenti nell’industria estrattiva e produttiva e nel potenziamento delle infrastrutture nazionali, che in quella finanziaria, di cui il gigantesco Rockefeller Center che sorge nel cuore di Manhattan rappresenta uno dei simboli.

L’alleanza tra i banchieri di fiducia di papi e imperatori della ‘vecchia Europa’ (quasi 4 miliardi di dollari di patrimonio stimato) e i principi di Wall Street che hanno fondato la moderna industria petrolifera (circa 34 miliardi di dollari di patrimonio stimato) ha quindi una portata che va ben oltre i numeri. In primo luogo, espanderà il network di entrambe le famiglie, dal momento che il figlio di Lord Rothschild, Nat, è un noto imprenditore con partecipazioni in una serie di aziende di alto livello quali Genel, l’azienda che controlla il petrolio del Kurdistan guidata dall’ex amministratore delegato di British Petroleum Tony Hayward, e Bumi, il principale gruppo minerario indonesiano. La nipote di Lord Rothschild, Kate, è sposata con Ben Goldsmith, fratello del deputato conservatore Zac Goldsmith e figlio del defunto magnate Sir James Goldsmith. La nipote di David Rockefeller, Ariana, è invece una stilista di grande successo che ha sposato il facoltoso costruttore Matthew Bucklin nel 2010.

In secondo luogo, l’accordo tra i Rothschild e i Rockefeller dà vita a una roccaforte che si propone di riaffermare l’egemonia della finanza transatlantica, uno dei pilastri su cui si reggono i delicati rapporti euro-americani, messa in pericolo dall’assalto portato dai grandi banchieri cinesi, russi e indiani interessati a volgere a proprio favore la situazione vigente per sovvertire o quantomeno alterare i rapporti di forza che proprio famiglie come i Rothschild e i Rockefeller hanno contribuito a regolare.

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