giovedì, Settembre 23

Patto o pattino?

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In mattinata si è tenuta a Palazzo Spada, sede del Consiglio di Stato, la cerimonia di inaugurazione dell’Anno giudiziario della giustizia amministrativa. Tra gli altri erano presenti il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, alla sua prima uscita ufficiale, e il Ministro della Giustizia Andrea Orlando. Nel suo lungo discorso, il presidente del Consiglio di Stato Giorgio Giovannini ha tracciato un bilancio tutt’altro che lusinghiero della situazione giudiziaria italiana. «La scarsa efficienza delle pubbliche amministrazioni, le loro difficoltà operative, i fenomeni di corruttela vasti e ramificati che quasi quotidianamente vengono alla luce» ha detto «impongono la presenza di un giudice amministrativo forte, indipendente e autorevole». Tuttavia «La giustizia amministrativa» ha proseguito «si è trovata ad operare in un clima generale tutt’altro che favorevole e l’attività e il ruolo dei magistrati amministrativi sono stati non di rado oggetto di rilievi e critiche anche accese, spesso dirette ad invocare profonde riforme, quando non direttamente la soppressione della nostra giurisdizione». 

Non sono mancate frecciate alla politica e alle riforme giudiziarie passate, ma anche – perché no – a quelle in discussione: «Quando si prospettano modifiche al sistema della giustizia amministrativa» va tenuto in debito conto che «essa comprende in sé una serie di norme e di istituti che non possono essere compressi o limitati, poiché costituiscono espressione dei principi di piena ed effettiva tutela dei singoli nei confronti delle pubbliche amministrazioni; costituiscono espressione di principi sanciti dalla Costituzione». Dopo Giovannini è intervenuto Orlando, che ha assicurato che «entro la giornata di oggi avvieremo una definizione puntuale di tutte le questioni controverse» relative alla norma anticorruzione proposta da Pietro Grasso «che è naturale che ci siano quando si affronta un tema così importante, che ha necessità di interventi che devono essere valutati e approfonditi in modo sistematico». «La proposta Grasso» ha ribadito il ministro ai cronisti «è un punto di partenza rispetto a una valutazione che il Parlamento deve fare. Sono certo che entro oggi arriveremo a una definizione che consentirà di procedere speditamente in Commissione e in Aula al Senato e poi di arrivare alla Camera con maggiore speditezza come è accaduto sulla responsabilità civile. Il lavoro di approfondimento non è mai tempo perso quando serve per definire una linea comune e poi è più facile arrivare fino in fondo».

In effetti, nel tardo pomeriggio Orlando e il viceministro della Giustizia Enrico Costa (NCD) hanno presentato l’accordo della maggioranza sul provvedimento per il contrasto alla corruzione. L’intesa raggiunta nel Governo prevede l’estensione del regime delle sanzioni penali previste per il pubblico ufficiale all’incaricato di pubblico servizio. Ci sarà, inoltre il riordino e la ricalibratura delle sanzioni per i casi di corruzione propria, induzione e messa a libro paga. Altro punto sensibile, viene estesa l’area di punibilità per il falso in bilancio, fermo restando il principio che tiene conto della dimensione dell’impresa e della rilevanza del fatto. Per quel che riguarda la prescrizione, il ministro Orlando ha precisato che «sarà approntata integralmente dalla Commissione Giustizia della Camera insieme alle misure sul processo».

Anche oggi il focus dell’agenda politica è stato occupato dalla crisi – vera o presunta – del patto del Nazareno. Rispondendo alle minacce agitate ieri da alcuni esponenti di FI in merito a un possibile passo indietro sulle riforme, Debora Serracchiani ha dichiarato a La telefonata (Canale5): «L’oggetto del patto» ha detto «sono le riforme a cui noi siamo interessati e auspichiamo che loro stiano sulle riforme, così come in passato. Se non è così, a noi semplifica la vita l’assenza di Berlusconi e di Brunetta». Secondo il vicesegretario PD, non è il patto a essere venuto meno, bensì la coesione interna di FI. Quanto alla prosecuzione dl cammino delle riforme: «In passato i voti dei forzisti sono stati necessari» ha aggiunto «ma adesso non più. Alla Camera il testo dell’Italicum passerà così come è uscito dal Senato e anche per quanto riguarda la riforma del Senato e del titolo V noi riteniamo di avere i numeri sufficienti. Noi andiamo avanti».

La realtà dei fatti è forse un po’ più problematica di come è stata posta dal vicesegretario del PD: archiviata l’elezione del capo dello Stato, infatti, le minoranze interne al partito sono tornate a far sentire la loro voce per bocca del senatore Vannino Chiti, che ha dichiarato: «con o senza FI le riforme costituzionali e l’Italicum vanno corrette». Più che condivisibile, invece, il giudizio di Serracchiani riguardo lo stretto rapporto tra la crisi del patto del Nazareno e l’ingovernabile situazione dentro FI. L’elezione di Mattarella, con il partito di Silvio Berlusconi rimasto clamorosamente fuori dai giochi, sia per l’abilità di Matteo Renzi, sia per la disastrosa gestione della faccenda da parte dell’ex Cavaliere e del suo ‘cerchio magico’, ha ulteriormente dato fiato all’acceso scontro in FI attorno alla leadership, con Raffaele Fitto che, non pago del voto disobbediente in occasione dell’elezione per il Quirinale, ha dichiarato ad Agorà (Rai3): «Non possiamo far finta di non vedere ciò che è accaduto. Abbiamo sbagliato tutto in questa fase: non abbiamo indovinato un solo passaggio politico. Peraltro c’è stato chi ha cercato di far notare gli errori che si compivano. Penso alla legge elettorale: approvarla con quel metodo, con quei tempi e con quel contenuto penso sia stato un suicidio politico rispetto anche ai passaggi successivi». «Abbiamo sbagliato a cedere» ha rimarcato «Se Renzi ha posto dei diktat e ha modificato in modo unilaterale la legge elettorale e la riforma costituzionale, noi abbiamo sbagliato a non spostare la discussione nel merito». Per questi errori, Fitto chiede la testa dei vertici del partito, con l’eccezione di quella di Berlusconi: «il leader non si tocca, lui è un’icona».

In questo momento FI risulta diviso in tre grandi aree. La prima è quella definita cerchio magico, di cui fanno parte Giovanni Toti (consigliere politico del presidente di Fi), la Maria Rosaria Rossi (tesoriere del partito), Marcello Fiori (coordinatore dei club azzurri), Paolo Romani (capogruppo in Senato), Renato Brunetta (capogruppo alla Camera) e Mariastella Gelmini. La seconda area è quella dei ‘pro-Nazareno’, capeggiata da Denis Verdini. Infine ci sono i ‘fittiani’, una quarantina di parlamentari raccolti attorno a Fitto; tra loro vi sono Daniele CapezzoneFrancesco Paolo SistoMaurizio Bianconi e Vincenzo D’Anna.

In un clima così lacerato, non è da escludere che la così detta crisi del famigerato patto sia soltanto una manovra di facciata: un modo per assecondare assecondare le tendenze più aggressive della fronda forzista, riducendone il portato più distruttivo in attesa che la piena passi. La definitiva rottura dell’asse Renzi-Berlusconi sulle riforme, infatti, potrebbe costare a FI un’altra dolorosa emorragia di voti moderati verso il PD o verso il NCD. Angelino Alfano e i vertici del NCD devono aver ben presente questo aspetto; non a caso i mal di pancia manifestati in occasione dell’elezione di Mattarella sembrano già una questione lontana, e l’incontro di oggi tra Renzi e Alfano per il rilancio dell’azione di governo è stato definito ‘molto positivo’; al punto da indurre i due protagonisti a confermare con determinazione il comune obiettivo di arrivare assieme fino al 2018.

Accanto alle manovre di diversione sulla crisi del Nazareno, non va trascurato il punto di frizione tra PD e FI scaturito da un emendamento all’art. 3 del decreto legge Milleproroghe inserito in Commissione Bilancio e Affari Costituzionali di Montecitorio. L’emendamento riguarda la riformulazione della normativa sulle frequenze TV, un tema che, com’è, facilmente comprensibile, interessa da vicino i vertici di FI. In base a tale modifica, Rai e Mediaset potrebbero venirsi a trovare nella condizione di dover versare 50 mln di euro da redistribuire agli altri operatori; stando ai collaboratori più vicini a Silvio Berlusconi, la decisione sarebbe la «conseguenza della rottura del Patto del Nazareno».

Importanti sollecitazioni al Governo e al PD – quindi a Renzi – sono arrivate oggi anche da alcuni esponenti di SEL riguardo «La scelta della BCE di chiudere al confronto con la Grecia rappresenta una minaccia intollerabile alla democrazia greca». Sull’argomento è intervenuto anche Nichi Vendola, che ha dichiarato: «Le scelte compiute dalla Banca Centrale Europea nelle ultime ore» ha dichiarato «hanno il sapore di un vero e proprio ricatto nei confronti della Grecia. In qualche modo provano a neutralizzare il significato di una svolta democratica che parla a tutta l’Europa e che dice che e’ giunto il momento di archiviare le politiche dell’austerity». La risposta di Renzi, pur nella sua anguillosità, assomiglia molto a una chiusura: «La decisione della BCE sulla Grecia è legittima e opportuna dal momento che mette tutti i soggetti in campo attorno ad un tavoloIn un confronto diretto e positivo che, andando oltre una concezione burocratica tutta rivolta all’austerità, sia capace di rispettare e far rispettare gli impegni presi e di guardare con maggiore fiducia e determinazione ad un orizzonte europeo fatto di crescita e investimenti». Parole intrise di cautela e fumo di democristiana memoria, che certamente non erano quelle che si aspettavano gli ipotetici alleati di SEL, che piuttosto aspiravano a un più coraggioso sostegno del Governo italiano all’iniziativa di Alexis Tsipras contro la troika. Un segnale in più di quale sia l’asse per cui propende Renzi.

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