lunedì, Agosto 2

Patronati: cosa cambia field_506ffbaa4a8d4

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Il Pacco sotto l’albero per gli italiani ha un biglietto con scritto Legge di Stabilità. Dopo un iter ingolfato e farraginoso è stata approvata (maximendamento incluso al Senato con 162 sì e 37 no) dalle due Camere. Finalmente!

Come ha dichiarato il ministro Pier Carlo Padoan, «la Legge di Stabilità consentirà all’Italia di apparire più “credibile” ai mercati e ai partner europei. E in ultima analisi quindi di avere più spazi di manovra verso la crescita affidata nel frattempo anche all’implementazione delle riforme». Si va dalla Tasi al canone, sgravi Irap, credito d’imposta per casse di previdenza e fondi pensione, via discorrendo fino ad arrivare ai fondi stanziati per i Patronati. Qui ci fermiamo perché quando si parla di sindacati, in relazione al Governo Renzi in particolare, la discussione diventa complessa e particolarmente accesa. Che si debbano razionalizzare le spese non è una novità, lo ripetiamo e lo ripetono da mesi, se non da anni. Ma qui c’è qualche complicazione in più. Giuridicamente parlando i Patronati sono regolamentati dalla legge n 152 del 2001  «Nuova disciplina per gli istituti di patronato e di assistenza sociale», e dal Decreto del Ministero del lavoro e delle politiche sociali del 10 ottobre 2008, n. 193, contenente il «Regolamento per il finanziamento degli istituti di patronato». Fino a qui nulla di strano. Il problema è nato nel momento in cui è stato dichiarato di voler “sfoltire” i fondi concessi a questi istituti. Nemmeno a dirlo, gli animi si sono infervorati. Dalla rigidità iniziale di 150 milioni, si è arrivati a 75 per poi fermarsi a 35 milioni. Sul sito dell’Inca (patronato della CGIL) si legge: «la straordinaria mobilitazione  condotta unitariamente  in questi due mesi da Acli, Inas, Inca e Ital contro la drastica  riduzione  delle  risorse al Fondo Patronati, contenuti nel disegno di legge  di Stabilità, ha trovato un riscontro positivo nell’approvazione unanime dell’emendamento da parte della Commissione Bilancio del Senato che riduce i tagli a 35 milioni di euro».

Ma non si parla solo di fondi, quello che è cambiato è il modo di accesso tramite le modifiche apportate dai commi 308, 309 e 311 del testo unico. Vediamo come. Con il comma 309 sono stati modificati rispettivamente: art.10 (Attività diverse), art.2 comma 1 (Soggetti promotori), art.14 (Adempimenti degli istituti di patronato e di assistenza sociale) e art.16 (Commissariamento e scioglimento) della legge 152/01. Con il 308 apriamo il capitolo tagli di 35 milioni di euro, poi la percentuale degli stanziamenti: citiamo testualmente: «con effetto dall’esercizio finanziario 2016, al fine di assicurare tempestivamente agli istituti di patronato e di assistenza sociale le somme occorrenti per il regolare funzionamento, gli specifici stanziamenti, iscritti nelle unità previsionali di base dello stato di previsione del Ministero del lavoro e della Previdenza Sociale, sono determinati, in sede previsionale, non più nella misura dell’80 per cento coma stabilito dal comma 4 dell’art.13 legge 152/2001, ma del 72% delle somme impegnate, come risultano nelle medesime unità previsionali di base nell’ultimo conto consuntivo approvato. In ogni caso, è assicurata agli istituti di patronato l’erogazione delle quote di rispettiva competenza, non  più nei limiti dell’80 per cento ,come indicato in precedenza  dal  comma 4 dell’art.13 della legge n.145/2001,ma del 72% , entro il primo trimestre di ogni anno».

Infine il comma 311: «a seguito dell’entrata in vigore della riforma complessiva degli istituti di patronato, anche con riferimento alle attività diverse che possono svolgere e dei relativi meccanismi di finanziamento diversi di cui, rispettivamente, agli articoli 10 e 13 della legge 30 marzo 2001, n. 152, e successive modificazioni, nell’ambito della legge di bilancio per il triennio 2016-2018, sono rimodulate, nel rispetto degli obiettivi di finanza pubblica, le modalità di sostegno degli istituti di patronato e di assistenza sociale, al fine di assicurare la semplificazione e la tempestività nell’erogazione dei trasferimenti pubblici in loro favore, nonché di definire aliquote di contribuzione e meccanismi di anticipazione delle risorse a valere sui contributi incassati dagli enti previdenziali».

Tradotto in termini pratici vuol dire che gli ambiti ritoccati dal maxiemendamento della finanziaria potrebbe inaugurare una guerra “interna”, si proprio tra i patronati maggiori e quelli più piccoli, che si sentono fortemente in pericolo di sopravvivenza a causa dei nuovi standard. 16 sigle su un totale di 27 potrebbero essere penalizzate.

Per dovere di cronaca abbiamo cercato di interpellare alcuni tra i patronati maggiori, come Inca, Inas (purtroppo il presidente Antonino Sorgi era irraggiungibile) e le Acli (da cui dovremo avere un riscontro), per avere un panorama equilibrato. Purtroppo è stato difficile.

“La questione dei fondi, che viene sbandierata, non è il motivo principale. Il taglio è solo uno specchietto per le allodole. I problemi nascono da una normativa della legge Fornero per la quale noi entro la fine del 2014 avremmo dovuto raggiungere il 50% delle sedi provinciali e coprire anche 1/3 delle macroregioni. I patronati piccoli e medio piccoli hanno lavorato per raggiungere questi obbiettivi. Ma nel mese di novembre sono stati presentati degli emendamenti che hanno stravolto la normativa vigente fino a questo momento”. Non è certo tenero Francesco Rippa, presidente del patronato Fenalca. “Secondo questi emendamenti (che si sono tradotti nel testo della Legge di Stabilità) il patronato dovrebbe aprire sedi per coprire il 60% della popolazione” – continua -“naturalmente considerando la provincia in cui uno è presente e considerando gli abitanti della provincia secondo i risultati dell’ultimo censimento. In questa maniera si andranno a ridurre i patronati nei piccoli centri, perché si andrebbe a puntare sulle grandi città proprio per arrivare a determinati standard imposti. Si richiedono, inoltre, otto sedi all’estero che sono impegnative per noi”. Come sottolinea, inoltre, Francesco Colaci, che ha un lungo background (25 anni) come Dirigente delle Direzioni Provinciali del Lavoro di Chieti, Pescara, Teramo e Ascoli, nonché Direttore Regionale del Lavoro dell’Aquila, la precedente legislazione “da un lato, aveva previsto un abbassamento della soglia minima di presenza dei patronati sul territorio nazionale; il quoziente minimo di sedi dislocate sul territorio nazionale (che il patronato deve mantenere per ottenere il riconoscimento ministeriale e il finanziamento conseguente) era stato ridotto drasticamente dalla precedente aliquota (“due terzi delle regioni e metà delle province” italiane) a quella di solo “un terzo delle regioni e un terzo delle province”. Ecco uno dei tanti “pomi della discordia” che potrebbe dividere in maniera netta grandi e piccoli patronati. Come continua Colaci “i patronati in Italia dispongono di una capillare presenza sul territorio (almeno 1.500 sedi provinciali e 4.000 zonali) e lavorano almeno il 68% del complessivo delle pratiche previdenziali  INPS. Trovando spazio anche in iniziative destinate al mercato sociale (prestazioni socio-assistenziali in materia di emigrazione e immigrazione, sicurezza sociale e dei luoghi di lavoro, diritto di famiglia e delle successioni, ecc.) ed al supporto delle Istituzioni per attività non demandate in via esclusiva all’azione della Pubblica Amministrazione”. Sull’utilità di questi istituti non c’è dubbio, il problema è la sopravvivenza di tutti, perché con queste percentuali cambiano le carte in tavola. Per il finanziamento delle attività e dell’organizzazione degli istituti di patronato «si provvede, mediante il prelevamento dell’aliquota pari allo 0,226 per cento a decorrere dal 2001 sul gettito dei contributi previdenziali obbligatori incassati da tutte le gestioni amministrate dall’INPS, INPDAP, INAIL e IPSEMA». Dal 2015 in poi il prelevamento dell’aliquota sarà pari allo 0,207%.

Fino a qui abbiamo visto che è cambiata la percentuale delle sedi sul territorio nazionale, l’aliquota, il numero delle sedi all’estero, e questi sono tutti step che devono essere raggiunti altrimenti, qualitativamente parlando, qualcuno potrebbe rimanere fuori dai giochi. “Noi stiamo andando contro un monopolio, dov’è la libertà di concorrenza anche in questo senso? Per la legge Fornero è stato fatto un lavoro molto ampio: è stato stretto un protocollo d’intesa con l’Inps dove si sono stabiliti i requisiti di qualità dei Patronati, adesso le nuove norme hanno stravolto tutto”. Ci spiega Rippa. “Per noi poteva rimanere anche a 75 milioni. Per noi i veri ostacoli sono tutti questi legacci burocratici. In caso di chiusura andranno a casa migliaia di persone. E’ come se ci fosse (per determinate situazioni) una territorialità. Nel senso che le fabbriche sono quasi esclusive dei sindacati/patronati maggiori. Non c’è spazio per noi”. Non sono toni leggeri, e soprattutto questo sposta l’asse del contendere. Una disputa piuttosto forte tra coloro che, dovrebbero, avere un unico fine: aiutare, coadiuvare, sostenere.

Decisamente di parere più mite Colaci, “nell’ambito delle funzioni assegnate ai patronati, la nuova legge sembra quindi proiettare i patronati verso due finalità basilari. La prima,  garantita dal contributo ministeriale, quella dell’assistenza previdenziale ed assistenziale prestate secondo rinnovate modalità, che comunque garantiscano il permanere del consolidato ruolo sinora svolto dai patronati. Poi, la seconda, quella del “mercato sociale, per la tutela dei diritti e la prestazione di servizi con massima flessibilità di autofinanziamento e stipula di convenzioni sia con enti pubblici che con privati (professionisti o organizzazioni), puntando decisamente  anche per quanto riguarda il meccanismo di finanziamento, sul criterio del quantitativo delle pratiche trattate ed effettivamente andate in porto: quindi, fondamentalmente, sulla qualità del servizio”.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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