domenica, Giugno 20

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Giovanni Legnini


Giovanni Legnini
, 55 anni e già Sottosegretario all’Economia dei Governi Letta e Renzi, è stato eletto vice Presidente del CSM. Nella sua prima riunione presieduta dal Capo dello Stato, il nuovo CSM ha anche deciso all’unanimità l’ineleggibilità di Teresa Bene, dopo che la Commissione verifica titoli aveva appurato che il componente laico in quota PD eletto dal Parlamento non possedeva i requisiti.
La Costituzione, infatti, prevede che per essere eleggibili al CSM si debba essere professore ordinario in materie giuridiche o aver esercitato l’attività forense per almeno 15 anni, mentre Bene è professore associato e non sarebbe avvocato effettivo da un numero di anni sufficiente. Ora il Parlamento dovrà procedere a un’elezione suppletiva per individuare il nome del membro laico che andrà a sostituire Bene. Anche trascurando che al tempo già impiegato se ne aggiungerà altro, siamo comunque di fronte a un vero e proprio caso politico: ci si chiede come sia possibile che nessuno in Parlamento si sia preso la briga di controllare i requisiti di eleggibilità dei candidati a un organo fondamentale per la vita democratica; tanto più che tali requisiti sono chiaramente espressi nella Costituzione.

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha espresso vivo compiacimento per l’elezione di Legnini, e ha auspicato che l’ampio consenso in cui essa è avvenuta dia un nuovo slancio al CSM. «Sono persuaso che sotto la sua guida il CSM saprà affrontare con concretezza anche i problemi più complessi» ha detto Napolitano, augurandosi che ciò avvenga attraverso «un confronto sereno, non viziato da contrapposizioni». Nel suo primo discorso da vice presidente dell’organo di autogoverno dei magistrati,Legnini ha dichiarato di accettare la sfida delle riforme, in particolare di quella della Giustizia, puntualizzando che con il Ministro della Giustizia dovrà esserci «un confronto non rituale ma effettivo sul contenuto delle riforme». In questo confronto, il CSM non mancherà di segnalare gli aspetti lesivi del ruolo dei giudici, perché la funzione della magistratura «è e dovrà essere sempre autonoma, indipendente e imparziale».

Intanto il Parlamento si è riunito stasera in seduta congiunta per eleggere i due giudici della Corte Costituzionale. Nonostante l’auspicio espresso dal Presidente Napolitano per una fumata bianca, neanche questo quindicesimo scrutinio è riuscito ad avere un esito positivo. Il risultato, però, era ampiamente annunciato, visto che già in giornata i portavoce di PD, FI; decisione che è stata è interpretata dagli addetti ai lavori come un chiaro segnale del fatto che le trattative per individuare i due nomi sono ancora a uno stato molto fluido. Alla fine, a votare scheda bianca sono stati PD, FI e NCD, quindi nessuno dei candidati è riuscito anche solo ad avvicinare il quorum dei 3/5 dell’Assemblea: Violante ha ottenuto 26 voti, Rescignio 22, Bruno 19 e Carlassare 18.

Rinfocolato dall’intervista rilasciata dal Premier Matteo Renzi al ‘Washington Post‘ (una frase per tutte: «credo che la gente sia con noi, non con i sindacati»), continua a tenere banco l’estenuante dibattito attorno alla riforma del lavoro. All’indomani della direzione, si è oggi riunita la Segreteria del PD per individuare una linea unitaria da tenere in Aula riguardo il Job Act. La situazione che va delineandosi, però, sembra ben poco rassicurante per il Governo. Luigi Zanda ha dichiarato che l’Esecutivo potrebbe presentare un emendamento al DDL delega sul Jobs Act che accolga l’ordine del giorno approvato in direzione, aggiungendo che l’Aula di Palazzo Madama potebbe iniziare a esaminare il provvedimento già da martedì prossimo. Una visione tanto ottimistica non collima con quella dei senatori dem che hanno presentato gli emendamenti al Job Act: «Gli emendamenti restano» hanno detto Maria Cecilia Guerra e Federico Fornaro, firmatari delle proposte di modifica «e nessuno ci ha chiesto di ritrarli. Ora inizia il confronto parlamentare nel merito». Parole che segnalano quanto, anche dopo i voti della Direzione e della Segreteria, all’interno del PD l’unità resti ancora un miraggio, al punto da far nascere il sospetto – forse eccessivamente prematuro – di una possibile scissione da qui a qualche mese.Giusto per mettere sale sulle ferite interne del PD, il relatore del DDL delega, Maurizio Sacconi (NCD), ha sottolineato che è impensabile che l’odg del Pdsi tradurrà ipso facto in un emendamento del Governo, poiché «tutte le modifiche devono essere concordate con il relatore, che sono io e che come è noto ho le mie opinioni».
Un’altra decisa stroncatura arriva dal Segretario della CGIL Susanna Camusso, che in margine all’odg uscito dalla direzione PD ha detto: «Mi sembra una proposta molto confusa, non netta nei contorni rispetto a cosa si intenda fare sul precariato». «Limitando la discussione solo ad alcune forme della collaborazione» ha spiegato «in realtà si continuano a mantenere più di quaranta forme di assunzione differenti». In parole povere, ha proseguito Camusso, «non c’è un investimento effettivo sul tempo indeterminato, cioè sul cambiamento della qualità del mercato del lavoro e non si delineano i contorni della proposta sugli ammortizzatori e se come abbiamo capito ieri, il tema è il trasferimento delle attuali risorse della deroga agli ammortizzatori, non siamo di fronte a un’estensione».

Mentre passa il tempo in riva a fiumi di parole, intanto in Italia il tasso di disoccupazione migliora di pochissimo, ma rimane su livelli stellari:l’ultimo rapporto ISTAT ci dice che ad agosto la disoccupazione è diminuita di 0,1 punti rispetto a un anno fa, attestandosi al 12,3%. Ancora una volta il dato più negativo riguarda i giovani: la fascia di lavoratori tra i 15 e i 24 anni ha perso 88 mila posti di lavoro, registrando una flessione del 9%. Nel complesso il tasso di occupazione giovanile è pari al 15%, in calo di 0,5 punti rispetto a luglio e di 1,4 punti rispetto a un anno fa.

Ma non è solo il fronte del lavoro a dar filo da torcere al Governo. Oggi il Ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan e il Sottosegretario alla Presidenza Graziano Delrio hanno presentato durante la conferenza stampa seguita al Consiglio dei Ministri la revisione delle stime di crescita dell’economia italiana. Nell’anno in corso il PIL calerà dello 0,3%, mentre tornerà a salire dello 0,6% nel 2015: cifre ben lontane dallo +0,8% e +1,3% previsti fino a qualche mese fa. Positiva, invece, la previsione sul rapporto deficit-PIL, che rimarrà sotto il 3% nel 2014. Un po’ più di apprensione desta il rapporto debito-PIL, visto che nel 2014 si attesterà al 131,6% e nel 2015 salirà al 133,4%. Altro punto importante, riguarda il pareggio di bilancio, che verrà rimandato al 2017: «Siamo in una situazione che richiama circostanze eccezionali» ha detto Padoan, pertanto è «lecito immaginare un rallentamento del processo di aggiustamento del saldo strutturale, che avverrà in misura positiva ma ridotta rispetto a quanto immaginato nel DEF di aprile».
Parlando sulla situazione complessiva dell’economia italiana, il Ministro ha sottolineato che «il quadro macroeconomico è molto deteriorato rispetto al DEF di aprile sia in termini di crescita, che è negativa, che in termini di occupazione»; tuttavia ha assicurato che «non vi saranno manovre aggiuntive» e che proseguirà l’azione a «sostegno della crescita lungo la linea degli 80 euro, ampliandone la prospettiva». A questo specifico riguardo, ha precisato Padoan, verrà «rafforzato il taglio del cuneo per le imprese, ci saranno importanti risorse per ammortizzatori sociali e risorse che permetteranno un superamento progressivo del patto di stabilità interno». Per la messa a punto del DEF, ha aggiunto, il Governo intratterrà un «normale dialogo con Bruxelles, sia con Commissione uscente sia con quella entrante», poi si dovrà attendere il giudizio della UE sulla legge di stabilità.

L’Ufficio di Presidenza della Camera ha dato disposto il taglio agli stipendi dei dipendenti. Nel voto finale ci sono stati 13 voti a favore, 5 astensioni (3 deputati del M5S, 1 della Lega Nord e 1 di Scelta Civica); non hanno preso parte al voto due membri, esponenti di FI e FdI. La decisione ha suscitato la reazione dei Sindacati dei lavoratori della Camera: «i Sindacati della Camera hanno sempre cercato un confronto sulle misure oggi in esame con senso di responsabilità ed in maniera costruttiva». «Abbiamo solo chiesto» prosegue il comunicato sindacale «il rispetto per le più elementari regole che presidiano le dinamiche sindacali e la difesa dello stato di diritto, anche alla Camera, con l’ambizione di scongiurare i profili di illegittimità che abbiamo denunciato in tutte le sedi. (…) Risulta soprattutto incomprensibile la ragione per la quale si vorrebbe negare un trattamento analogo a quello applicato ai dipendenti del Quirinale (tetto di 240mila euro e i contributi straordinari)». In sintesi, i Sindacati chiedono un ripensamento da parte dell’Ufficio di Presidenza, in maniera da trovare una soluzione congiunta che coniughi «l’esigenza di rigore con la necessità di preservare l’efficienza di questa amministrazione e il rispetto dell’ordinamento giuridico vigente».

 

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