sabato, Aprile 10

Passi indietro per il Mali Cambio di Governo a pochi mesi dall'elezione del nuovo Presidente Ibrahim Boubacar Keita

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Moussa Mara Mali

Nuovi ostacoli sul cammino del Mali verso la stabilizzazione delle proprie istituzioni nazionali. Sabato 4 marzo, il Primo Ministro Oumar Tatam Ly ha rassegnato le proprie dimissioni e annunciato quelle dell’intero gabinetto di governo al Presidente Ibrahim Boubacar Keita, segnando così il naufragio dell’esperienza governativa inaugurata sei mesi fa. Nessuna spiegazione sulle motivazioni della scelta di Ly e degli altri Ministri è stata resa nota. Ly era stato nominato Premier nello scorso settembre, con l’incarico di coordinare l’esecutivo per rispondere alle principali priorità del Paese: in primo luogo il rafforzamento delle istituzioni nazionali e il rilancio di un’economia bloccata da anni di cattiva gestione.

Il giorno dopo le dimissioni, l’ex Ministro delle Politiche Urbane Moussa Mara è stato incaricato dal Presidente Keita di formare un nuovo gabinetto governativo e di guidarlo per un periodo di transizione dalla durata non meglio definita. Figlio dell’ex Ministro della Giustizia Joseph Mara, Moussa partecipò alle elezioni della scorsa estate a capo della lista Yelema, che ottenne l’1,5% dei voti al primo turno.

Sono trascorsi otto mesi da quando le elezioni presidenziali dello scorso agosto sancirono la vittoria elettorale di Ibrahim Boubacar Keita. Il 69enne Keita, già Primo Ministro del Paese tra il 1994 e il 2002 e Presidente dell’Assemblea Nazionale tra il 2002 e il 2007, battè di misura al ballottaggio l’ex Ministro delle Finanze Soumaila Cissé. Nonostante i dati sull’affluenza non avessero indicato certamente un afflusso di grande entità e ben distribuito sul territorio nazionale, il dato riguardante il 53% di aventi diritto al voto accorsi alle urne superò di gran lunga i ben più miseri dati relativi alle precedenti tornate. Un successo inatteso per un Paese alla ricerca di segnali utili a fornire le energie per la ripartenza. Su ‘Le Point’, quotidiano francese, il giornalista Armin Arefi commentò così il buon risultato: «Era l’elezione di tutti i pericoli. Quelli che potevano causare il risveglio dei gruppi jihadisti nel Paese. Quelli che potevano far piombare nuovamente il paese nella crisi politica. […] Pertanto dopo il successo dell’Operazione Serval, è necessario constatare che la Francia ha collezionato in Mali una seconda vittoria, forse la più importante, con il successo inatteso di una presidenziale che tutto il mondo dava per perduta in anticipo».

A distanza di otto mesi, molte delle iniziali speranze in una possibile stabilizzazione e ripresa del Paese sembrano aver perso concretezza, a fronte di un aumento delle frizioni delle autorità con i gruppi indipendentisti attivi nel nord del Paese e della persistenza della minaccia jihadista nelle aree del Paese in cui il controllo delle forze maliane è più debole. Nonostante i duri colpi subiti, l’uccisione di molti militanti e la distruzione di parte dei depositi logistici, di armi e dei centri di addestramento nella regione, i gruppi islamisti sono riusciti a riorganizzarsi, sfruttando le vaste distese desertiche del Sahel per tentare di aggregare nuovi militanti alle proprie fila e organizzare una battaglia asimmetrica contro le forze internazionali e contro l’Esercito maliano.

La riconciliazione tra le istituzioni maliane e le tribù tuareg che dalla provincia di Kidal lottano per la divisione del Mali del Nord dal resto del Paese è uno dei principali passi da compiere per poter lavorare alla costruzione di una nazione stabile, lontana dal rischio di ricadute estremiste e di un collasso futuro. La strada verso la nascita di un dialogo stabile è però ancora tortuosa: nonostante le dichiarazioni di intenti di una parte e dell’altra lascino spazio a un moderato ottimismo, la frammentazione interna alla comunità tuareg maliana e la difficoltà nel conciliare di interessi di Bamako e quelli di Kidal sembrano continuare ad ampliare il solco che divide le parti.

L’analista del Council on Foreign Relations John Campbell ha recentemente scritto: «Il Mali post-indipendenza ha avuto difficoltà nell’integrare i tuareg del nord e i gruppi etnici, più eterogenei, del Sud. Numerosi accordi mancati tra i governi che si sono succeduti a Bamako e tra gli uomini del Nord hanno lasciato diffuse insoddisfazione e disillusione, segnate da rivolte. Nel 2012, una simile rivolta nel Nord si è trasformata in un attacco jihadista che è stato contenuto dai francesi e da altre forze africane. Ora […] gli amici del Mali devono chiedersi se la storia non si stia ripetendo. La retorica di Keita parla di giustizia e democrazia, ma le strutture politico-economiche che hanno provocato l’ultimo round di ribellione nel settentrione sono ancora al loro posto».

E’ di particolare interesse oggi provare a capire quale attrattiva potrà continuare a esercitare la causa jihadista sulle varie tribù tuareg del Nord del Mali. La scelta di numerosi tuareg di avvicinarsi ad Ansar Eddine è stata guidata non soltanto dall’ideologia islamista, ma anche dalla disillusione nei confronti del programma indipendentista del MNLA e della sua possibile attuazione. La crescita del disinteresse nei confronti dell’inserimento dell’Azawad in un sistema statale che parte delle popolazioni tuareg della regione si rifiuta di riconoscere ha consentito al gruppo guidato da Iyad ag Ghali di accrescere le proprie fila e diffondere il proprio messaggio con più efficacia.

Su ‘ThinkAfricaPress’, il giornalista Peter Tinte ha descritto le tante sfumature che dividono al suo interno la comunità tuareg, diminuendo le possibilità per il raggiungimento di un accordo in grado di pacificare il nord del Paese. «All’interno della comunità tuareg del Mali, perduranti identità claniche, lealtà regionali, persuasioni ideologiche, rivalità economiche e anche animosità personali hanno per lungo tempo lavorato contro la formazione di un solo, coerente movimento. Eppure anni di discriminazione e marginalizzazione, sia reale che percepita, hanno fornito sufficiente impeto per numerose rivolte di gruppi tuareg armati sin da quando il Mali ha ottenuto l’indipendenza dalla Francia nel 1960. […] Mentre le discussioni tra il governo maliano e alcune fazioni ribelli sono allo stallo, i gruppi ribelli si sono ulteriormente divisi per via di ristrutturazioni interne e disaccordi politici».

 

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