domenica, Settembre 19

Passaggio a Est: l’Italia come hub dei flussi criminali internazionali Interessi comuni, mobilità e interconnessione nei traffici illeciti che collegano i Balcani al Caucaso. La proposta di Franco Roberti, Procuratore Nazionale Antimafia. Prosegue il viaggio con Alessio Postiglione, giornalista e co-autore di ‘Sahara, deserto di mafie e jihad’.

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Qual è la loro provenienza?

Dobbiamo tenere presente che, con l’implosione dell’Unione Sovietica, tutta una serie di arsenali che appartenevano all’URSS è andata persa, divenendo oggetto di interesse e ostaggio dei vari gruppi che si sono andati a sostituire, molto spesso, ai governi legittimi delle Repubbliche in questione. Nel fallimento diffuso dello Stato, questi arsenali e altri beni di proprietà pubblica sono caduti nelle mani di questi gruppi criminali. Possiamo affermare con certezza che il corridoio Balcani-Caucaso è una delle rotte più pericolose, proprio perché da molti anni esiste un islam radicale e violento. Questo dato, all’epoca del jihad globale di IS e Al Qaeda gioca ancora una partita che risale al primo jihadismo dell’11 settembre: come dicevo, diversi autori di quell’attentato erano proprio di origine balcanica (bosniaca).

Le mafie italiane, nella loro funzione mediatrice e di ‘portale’ rispetto a questo corridoio, non entrano mai in diretto contatto con gruppi operanti nella regione caucasica o da essa provenienti?

Dal punto di vista giudiziario, non abbiamo informazioni in tal senso, ossia verità sedimentate in sentenze. Sicuramente c’è un contatto, perché gli italiani passano a questi gruppi cocaina in cambio di oppio ed entrambi sono parti di uno scambio vicendevole di armi. Dall’Est balcanico l’Italia fa arrivare giovani donne attraverso il mercato della prostituzione; inoltre, rispetto alla serie di attività imprenditoriali di origine italiana che sono state effettuate sul lungomare di Valona, molte sono relative a immobiliaristi sicuramente puliti, altre costituiscono operazioni di riciclo di capitali promosse da un turismo ‘di piacere’ che ruota attorno alle case da gioco. Per tornare alla domanda, diciamo che il contatto – lo ripeto – non può non esserci. Se, poi, la mafia o la camorra arrivino direttamente a chiudere accordi con i caucasici by-passando i balcanici, non è finora un dato dimostrato: è ipotizzabile che ciò possa avvenire, anche se non è la norma.

In sintesi, in Occidente gli italiani lavorano con le mafie presenti in Spagna, dove talvolta risiedono (Costa Brava e Costa del Sol, detta ‘Costa Nostra’, solido crocevia per mafiosi e camorristi di diversi Paesi), e in parte lungo la rete che collega il sud-est francese con la costa ligure (accennavo prima al ‘terminale’ di Sanremo e a diversi Comuni sciolti per infiltrazioni camorristiche). Trovandosi l’Italia al ‘centro’, il passaggio a Est si gioca con la presenza italiana in Albania. Fisiologicamente, saranno albanesi, bosniaci, montenegrini o kosovari a contrattare con i caucasici.

Riflettendo su tutti questi fenomeni, il dato più interessante dal punto di vista geopolitico è il fatto che oggi lo Stato nazione sia superato da una serie di ‘autostrade’ dei saperi, della conoscenza e della produttività. È questa l’idea del geopolitico di origine indiana Parag Khanna, autore di un saggio intitolato ‘Connectography’ (Fazi, 2016). Khanna afferma che gli Stati nazionali non contano più: le aree rurali della Sicilia e quelle degli Stati Uniti presentano lo stesso livello di arretratezza. Viceversa, sono le metropoli globali (da Singapore a New York, passando per Bangalore o, anche, per le stesse città italiane) a giocare oggi una partita internazionale: una sorta di rete di nuove città-stato abili a trascendere gli angusti confini degli Stati-nazione. Questi percorsi ‘connettografici’, dice Khanna, sono quelli per cui passano super-gasdotti come la Trans Adriatic Pipeline (TAP) o la famosa Via della Seta: una via commerciale lecita che può, però, favorire i flussi criminali.

La connettografia,  perciò, si trasmette a fenomeni che hanno a che vedere con la mobilità (di persone e di cose, lecita o illecita) e che siamo abituati a considerare come originari di un Paese o, comunque, dipendenti dall’attraversamento di frontiere sovrane fra Stati o di una frontiera esterna europea?  

La dimensione delle mafie è sovranazionale ed esiste in relazione con organizzazioni statuali o para-statuali. Nulla esclude che oggi, con internet o con voli diretti che collegano, per fare un esempio, Palermo o Napoli con Chişinău (Repubblica di Moldavia, dove esistono altri gruppi indipendentisti che devono sostenersi), un imprenditore palermitano i cui capitali siano illeciti vada a Chişinău per fare investimenti. Come si giustifica la domanda dei voli per la Moldavia? Una parte, forse la più consistente, di questi flussi è opera di colletti bianchi, non certo della manovalanza con la coppola o di guerriglieri cooptati da realtà anomiche o socialmente impoverite. Sappiamo che la Moldavia si trova, anch’essa, in una faglia geopolitica e ricomprende la Transinistria, un’enclave russa che vuole rendersi indipendente. Là dove ci sono Stati falliti e situazioni di instabilità politica, alcuni imprenditori dall’agenda poco trasparente possono trovare conveniente investire in quelle regioni. Riprendendo il discorso di Khanna, abbiamo vie di comunicazione globali che possono essere virtuose, ma sono anche vie che favoriscono i traffici illeciti.

In fatto di prevenzione e di standard di sicurezza capaci di incrinare il traffico a partire dai punti di snodo presenti in territorio italiano (pensiamo, ancora, ai nostri porti adriatici del Meridione), c’è una strategia in grado di andare oltre le logiche – nazionali ed europee – di difesa delle frontiere (interna/esterna), coniugando le attività di intelligence con il lavoro della nostra Direzione Nazionale Antimafia? Si tratterebbe di un cambio di metodo cruciale, se solo pensiamo che le logiche territoriali di confine escono frantumate dalle dinamiche criminali di cui ci sta parlando.    

La domanda si presta a una duplice interpretazione. Da una parte c’è il desiderio dell’Unione Europea di perseguire questi crimini in modo efficace. L’idea di una Procura europea Antimafia, avanzata dal Procuratore della Direzione Nazionale Antimafia, Franco Roberti, che si è occupato anche di creare canali di comunicazione con i Balcani, è una delle strade più importanti da seguire. Non sfuggirà, tuttavia, che è più facile creare questo genere di accordo di cooperazione, con scambio di informazioni tra intelligence dei diversi Paesi, all’interno dell’Unione. Fuori dai suoi confini, la via è quella degli accordi bilaterali, più fragili rispetto agli obiettivi assunti.

La condivisione delle informazioni è fondamentale, ma emerge anche un altro dato. Jihadisti e guerriglieri sono un fenomeno spontaneo? Sicuramente. Ma sono anche un fenomeno prodotto dagli Stati: in Medio Oriente stiamo assistendo a una ‘guerra per procura’  tra Teheran e Riyad. In questo gioco sono ricompresi anche altri Paesi. Pensiamo alla Turchia che, a quanto sembra, per molto tempo ha lasciato che l’IS, attraverso i suoi confini porosi, commercializzasse il petrolio e le opere d’arte provenienti dalla Siria. Non è un mistero che determinati Paesi, negli anni passati, abbiano finanziato moschee aventi funzione di proselitismo e radicalizzazione. Molte volte esse sono finanziate dagli Stati, e non è detto che gli imam che vi figurano come predicatori di guerre sante non siano agenti sotto copertura di alcuni Stati.

Urge, allora, la necessità di pensare le mafie come qualcosa che va oltre un epifenomeno relativo a classi violente e pericolose: il rapporto diretto tra basso livello (la manovalanza reclutata) e gli interessi latenti degli Stati rende questo tema complicato da affrontare.

Un ultimo esempio: Hezbollah, a cui sono legati gli El Assaimi, è un partito (il ‘Partito di Dio’) che si trova in Libano e agisce come una specie di longa manus dell’Iran. Perciò, quando in Venezuela troviamo dei mafiosi legati a Hezbollah, ci chiediamo: c’è l’Iran dietro queste operazioni? In altre parole: l’Iran, campione di austerità nei costumi, è disponibile a far sì che vi sia un florido commercio di cocaina se questo è un elemento ritenuto valido a destabilizzare, con Hezbollah, Paesi che rappresentano un interesse antagonista a quello dell’Iran?

Concludendo, per poter combattere il nuovo volto delle mafie, occorre certamente portare i confini virtuali il più lontano possibile. In questo senso, lo scambio di informazioni dell’intelligence è fondamentale. Tuttavia, dai finanziamenti della CIA alle mafie in Italia, ai finanziamenti di Stati teocratici a gruppi criminali che si sostengono con il narcotraffico, queste partite, se non sono create direttamente dagli Stati, saranno finanziate da gruppi di pressione interni agli Stati o dagli Stati stessi per i propri obiettivi strategici.

Per ricostruire le mappe del crimine internazionale organizzato occorre muoversi nelle zone più grigie della geopolitica globale.  

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