domenica, Giugno 13

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Fundraising

La raccolta di fondi e risorse è fondamentale per la realizzazione di qualsiasi progetto. Il termine ‘fundraising’ è ormai entrato nel vocabolario di manager, organizzatori di eventi, associazioni e società, con figure professionali addette appositamente al reperimento dei fondi necessari allo scopo preposto. Il fundraising è un’espressione inglese che non è traducibile semplicemente nella raccolta fondi. “To raise”, infatti ha il senso di far crescere, coltivare, sorgere, ovvero di sviluppare i fondi necessari a sostenere un’azione senza finalità di lucro. Il fundraising trova le sue origini nell’azione delle organizzazioni non profit, quelle organizzazioni che hanno l’obbligo di non destinare i propri utili ai soci, ma di reinvestirli per lo sviluppo delle proprie finalità sociali. Tuttavia attualmente la raccolta fondi viene praticata anche da enti e servizi pubblici e da aziende che promuovono iniziative a scopo sociale.

In politica, invece, l’attività di fundraising ha avuto uno sviluppo più ritardato, grazie anche ai finanziamenti pubblici ai partiti che fino ad oggi hanno consentito loro di poter contare su entrate sicure da parte dello Stato e sulle quote contributive dei propri iscritti. Il decreto legge adottato lo scorso dicembre dal Consiglio dei ministri, però, potrebbe mettere fine a questo “privilegio” per i partiti italiani, abolendo il finanziamento pubblico ai partiti nell’arco di tre anni. Lo Stato, quindi, nel caso in cui il decreto diventi legge, non chiuderà drasticamente e in modo immediato il rubinetto per i partiti politici, ma gradualmente si propone di creare quello che il premier Enrico Letta definisce un «sistema basato sulla volontarietà dei contributi», in cui tutto il potere sarà dato in mano ai cittadini. «Il cittadino che vuole dare un contributo a un partito» ha spiegato Letta «lo può fare attraverso il 2 per mille o con contribuzione volontaria. Il sistema non frega il cittadino perché l’inoptato rimare allo Stato».

Nel decreto legge si prevede quindi l’abolizione del «rimborso delle spese per le consultazioni elettorali e i contributi pubblici erogati per l’attività politica e a titolo di cofinanziamento». Oltre al 2 per mille, il decreto prevede anche agevolazioni finanziarie per chi decide di donare soldi ai partiti, iscritti in un apposito albo. Il decreto prevede, infatti, che «a decorrere dal 2014 dall’imposta lorda sul reddito si potranno detrarre le erogazioni liberali in denaro effettuate dalle persone fisiche in favore dei partiti politici per una quota del 37% per importi compresi tra 30 e 20 mila euro annui e del 26% per importi compresi tra 20 e 70 mila euro annui. Dall’imposta sul reddito sarà possibile detrarre un importo pari al 75% delle spese sostenute dalle persone fisiche per la partecipazione a scuole o corsi di formazione politica promossi e organizzati dai partiti. Per quanto riguarda l’imposta sul reddito delle società, si potrà detrarre un importo pari al 26% dell’onere per le erogazioni liberali in denaro per importi compresi tra 50 e 100 mila euro».

I partiti, quindi, nonostante il decreto che abolisce il finanziamento pubblico, non sono lasciati a se stessi, almeno non per il momento, anche se sicuramente le entrate saranno notevolmente ridotte. Diventa allora fondamentale trovare altre fonti di entrata, mettendo in campo delle strategie di fundraising che consentano anche ai partiti più piccoli di poter contare sulle risorse necessarie per le campagne elettorali, le attività di informazione, l’organizzazione di eventi.

Il modello americano, sulla scia degli ottimi risultati ottenuti anche dal presidente Barack Obama nell’ultima campagna elettorale, possono fornire degli spunti e dei modelli di riferimento, ma occorre soprattutto agire sul livello culturale della comunità e capire bene in cosa consiste l’attività di fundraising e cosa può fare per aiutare l’attività dei partiti politici. Nei prossimi giorni sarà inaugurato a Forlì un master in fundraising, unico master universitario interamente dedicato alla raccolta fondi, di cui è direttore Valerio Melandri, ricercatore di economia aziendale all’Università di Bologna.

Dottor Melandri, quali sono i limiti e le problematiche che incontra l’attività di fundraising in Italia?

Oggi i partiti di tutto il mondo vengono finanziati in modo pubblico e privato. C’è poi un terzo modo che quello dei finanziamenti che vengono dall’estero. Siamo di fronte a una empasse, perché la formula che è sempre esistita nella storia delle repubbliche era quella di un finanziamento misto. Il finanziamento pubblico, infatti, ha dei limiti perché è odiato dalla gente, ma allo stesso tempo consente di bilanciare e rendere indipendenti i partiti dall’eventuale forza che potrebbero avere i finanziamenti privati. D’altra parte l’eccessivo finanziamento privato comporta il rischio che i finanziatori abbiano un peso eccessivamente maggiore rispetto alla volontà degli elettori. In questa situazione, quindi, é bene pensare a una formula che sia bilanciata. In Italia, oggi, viene tutto delegato al finanziamento pubblico. Il fundraising può rendere indipendenti i partiti senza togliere la loro autonomia. Nei 111 Paesi analizzati c’è una situazione di bilanciamento, ma ci sono anche Paesi in cui un sistema è preponderante rispetto all’altro.

Il decreto legge sull’abolizione del finanziamento pubblico ai partiti che, come ha dichiarato Letta, crea un sistema basato sulla volontarietà dei contributi, come cambia la situazione del fundraising in Italia?

Il decreto legge in realtà non abolisce il finanziamento pubblico. Basti pensare che il 2 per mille, che può essere destinato ai partiti politici, rappresenta una forma di finanziamento pubblico. Il decreto è sicuramente un punto di partenza per uscire da una situazione che é diventata odiosa, dal momento che la gente è arrivata a odiare la politica perché non sopporta che i partiti politici vengano finanziati con i soldi pubblici. Una democrazia senza partiti è impossibile farla, la storia lo dimostra, ma i partiti costano sia per la loro organizzazione che per le campagne elettorali. Io credo che in Italia ci sia uno spazio di finanziamento privato importante che non viene utilizzato. Le tante piccole donazioni, come nel caso del tesseramento, ricoprono un importante compito di finanziamento e  di coinvolgimento nel partito. Se dono una piccola somma ma sono attivo sarò maggiormente coinvolto e disposto a donare altre piccole somme all’occorrenza.

Quanto sono evoluti i partiti italiani in tema di fundraising?

Siamo allo zero assoluto. Il finanziamento dei partiti è stato sempre coperto dall’ente pubblico e non c’è stata mai la necessità di cercare fondi altrove. Sicuramente ci sono i finanziamenti illeciti ai partiti, ma il fundraising vero e proprio non viene mai applicato. Per i partiti il problema è di pensare in termini di fundraising, cercando di sviluppare professionisti in questo settore e cercare soldi.

Ci sono partiti che sembrano aver almeno capito l’importanza del fundraising e che hanno già promosso qualche attività in tale direzione?

Storicamente chi ha fatto da sempre raccolta di fondi è il partito radicale. Un partito che ha raccolto i propri fondi contando su piccoli gettiti, costruendo campagne su tematiche specifiche. Il Pd e persino la prima Forza Italia avevano un loro tesseramento che poi è finito. Adesso, dal punto di vista organizzativo, i partiti sono a livello zero, perché per molto tempo sono stati organismi che molto finanziati, che non hanno dovuto preoccuparsi di raccogliere fondi.

Quali attività possono essere messe in campo per un’efficiente raccolta di fondi?

Sono convinto che ci siano spazi on-line da sfruttare per la partita politica. Spazi che creano non solo un coinvolgimento finanziario, ma anche di condivisione di idee. L’on-line ha sempre rappresentato un punto debole per le organizzazioni non profit, perché é sempre stato più uno spazio di condivisione di idee. E poi c’è da considerare lo spazio sui grandi donatori. Il sistema previsto dal decreto legge dovrebbe prevedere un sistema di deduzione fiscale che non dovrebbe essere superiore al settore non profit. Chi decide di donare soldi ai partiti dovrebbe godere delle stesse deduzioni fiscali di cui gode chi decide di donare denaro alle organizzazioni non profit. Negli Usa, per esempio, non è prevista nessuna detrazione per finanziamenti ai partiti.

Le figure professionali che usciranno dal master, come potranno essere utili alla politica italiana? E ritiene che in Italia si affermerà questa figura professionale? La politica per finanziarsi avrà bisogno di professionisti dediti solo a questo?

Sono convinto che prima i partiti si muovono e meglio é per loro, poi non so cosa pensano i loro tesorieri. Ritengo che non ci sia nessuna causa specifica che non possa essere gestita con i metodi di fundraising classici che noi insegniamo. Sono metodi che possono essere applicati ovunque, declinandoli di volta in volta al contesto di riferimento. Le figure professionali che intendiamo creare saranno competenti in diversi settori e abili nel gestire gli strumenti che hanno appreso nei diversi ambiti in cui si troveranno a lavorare.  

Il modello americano di fundraising è forse uno dei più evoluti. Possiamo esportare qualcosa da questo modello? Cosa?

Sì, ci sono molte cose che possiamo esportare, anche se il modello americano non può essere copiato totalmente. Uno di questi è sicuramente l’incentivo da dare ai piccoli finanziamenti privati. Barack Obama, durante la sua ultima campagna elettorale, ha raccolto tanti piccoli finanziamenti. La legge elettorale americana prevede che ogni donazione privata inferiore a 175 dollari venga accompagnata da un finanziamento pubblico ad essa proporzionale. Questo rappresenta un importante incentivo per avere tante piccole donazioni. Una prassi intelligente da questo punto di vista, che crea coinvolgimento e non costringe i partiti ad essere troppo dipendenti da poteri forti che li hanno finanziati.

Possono esserci altri modelli da prendere di riferimento?

Come dicevo prima, il modello americano non è da prendere troppo da riferimento perché non ha alcun tipo di finanziamento pubblico, neanche indiretto. Non è copiabile. Il modello che dobbiamo prendere come riferimento è più vicino a un modello misto, come quello tedesco e quello inglese, che vede la presenza di finanziamenti pubblici e privati in modo equilibrato. Il modello americano è molto intelligente, ma è un estremo liberista e non può essere esportato nella nostra realtà, da noi non funzionerebbe.

C’è chi considera che il fundraising possa funzionare, dare risultati effettivamente utili, solo per i partiti già solidi, affermati, che la mancanza del finanziamento pubblico riduca la possibilità per le piccole e giovani realtà. E’ così?

Una volta poteva essere così. In una situazione in cui la possibilità di accesso ai media era estremamente limitata, le piccole e giovani realtà politiche facevano fatica ad emergere. Oggi, però, abbiamo una  situazione in cui, attraverso i nuovi mezzi di comunicazione come internet e i social media, è possibile per tutti raggiungere tante persone e coinvolgerli in veri e propri movimenti di idee. Grillo ne è una dimostrazione evidente.

Come fa un piccolo magari neonato partito raccogliere così tanto dai contributi volontari da riuscire a tenersi in piedi?

Io credo che un partito, di qualsiasi dimensione, debba essere fatto di volontari, soldi e organizzazione. In alcuni casi manca completamente una delle tre cose. Quando nasce un nuovo partito, va gestito con piano organizzativo, un piano di ricerca volontari e, conseguentemente con la raccolta dei soldi che arrivano per coinvolgimento e adesione alle attività svolte. Se ci sono queste tre cose, un partito, anche piccolo, può riuscire a tenersi in piedi.

Nel resto dell’Europa il fundraising per i partiti come sta funzionando?

I modelli più frequenti in Europa sono quelli bilanciati. Tranne che nei casi anglosassoni, solitamente nei Paesi europei i partiti ricevono fondi privati tramite piccole donazioni fatte da tante persone. Il coinvolgimento, in questo caso, produce il risultato economico. Anche nel modello americano c’è coinvolgimento, ma con la presenza delle lobby sono gli interessi e i finanziamenti derivanti da poche persone a prevalere.

Dal punto di vista legislativo cosa dovrebbe essere fatto a livello nazionale italiano e a livello UE per favorire il fundraising dei partiti?

Per prima cosa bisognerebbe iniziare a parlare di fundraising. In Italia l’abitudine al dono è vista come un atto di pochi e molto marginale. Bisogna iniziare a ragionare in termini di riduzione fiscale, e a trovare collegamenti al dono. Se lo Stato non incentiva le donazioni, con detrazioni fiscali ad esempio, è difficile che la cosa si sviluppi in modo consistente. Lo Stato deve iniziare a muoversi subito per riconoscere questa attività.

 

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