lunedì, Agosto 2

Partiti euroscettici: Twitter pieno, urne vuote

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Per mesi è stato detto che i partiti estremisti, sia di destra che di sinistra, rappresentavano la grande novità. Se ne è parlato tanto e tanti sono stati i commenti positivi e negativi al riguardo. I vincitori sono stati annunciati e presentati come icone della politica contemporanea: giovani, giovanili e ruspanti. Hanno rotto gli schemi e guadagnato follower, sui social media così come nelle piazze. Poi, però, è arrivato il tanto atteso test dell’urna. E per entusiasmi e previsioni è stata la fine: “il partito non sfonda”! I nuovi modelli di partito antisistema performano male e non superano i test elettorali: questo il responso delle consultazioni elettorali. E’ successo in Francia. Ci sono elementi tali da pensare ad una replica in Gran Bretagna e Spagna. Ma è un’eventualità con cui bisogna iniziare a fare i conti anche in Italia.  

«L’esplodere dei populismi, in Italia e in Europa? Mi viene in mente l’esempio della pentola a pressione: ogni tanto bisogna fare in modo che le pulsioni che provengono dal basso possano esprimersi, altrimenti il rischio è che salti tutto per aria». Le parole sono quelle del francese Yves Mény, studioso di scienze politiche e autore di “Populismo e democrazia”, uno dei primi manuali a mettere in guardia gli europei dalle nuove mode populiste. Insomma, per fare nomi e cognomi, dopo la ‘chute’ di Marine Le Pen in Francia, anche la Lega Nord di Matteo Salvini ed il Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo rischiano un colpo di grazia che potrebbe sparigliare i giochi della politica italiana.

Premessa: l’antieuropeismo degli euroscettici ha certamente rivelato delle dimensioni elettorali mai raggiunte prima d’ora. Ma è anche vero che spesso si è rivelato più un refrain di campagna elettorale che una strategia solida su cui costruire il futuro governo di amministrazioni locali e centrali. Alexis Tsipras, si ricorderà, deve la sua vittoria anche al fatto di aver criticato le istituzioni europee e le politiche economiche dell’UE, ma di non aver mai rifiutato l’idea in se di Europa o di moneta unica. «Non vogliamo uscire dall’euro, ma non siamo disposti a tutto», è stata la linea dettata dal partito greco.

Economia e populismo: due temi che vanno a braccetto. Dopo sei anni di crisi economica – circostanza che ha favorito il radicamento sul territorio di molti partiti estremisti –  l’economia UE sembra essere tornata in forma. Ottimismo che – come accaduto in Franciaha favorito un ritorno dei partiti tradizionali rispetto a quelli antisistema come il Front National di Marine Le Pen. Insomma, è come se ci fosse un nesso tra disagio economico ed estremismo: al migliorare delle condizioni economiche gli elettori mollano urla e piazze.

Anche in Spagna, Paese che con la crisi del debito e le politiche di austerità ha subito effetti durissimi, i numeri degli ‘indignati’ raccontano una storia diversa dalle promesse di campagna elettorale. In Andalusia, dove si è votato qualche settimana fa, il fenomeno Podemos ha cominciato a sgonfiarsi.

Stesse avvisaglie anche a Londra, dove da pochi giorni è ufficialmente iniziata la campagna elettorale per le elezioni politiche del 7 maggio. Queste le previsioni: i laburisti sorpassano per la prima volta i conservatori. Seconda notizia: lo spauracchio dell’Ukip di Nigel Farage sembra si stia lentamente sgonfiando dopo il boom delle Europee e delle amministrative. Oggi si attesterebbe intorno al 12%.

Quale lezione per l’Italia? Il fenomeno ‘partiti incazzati’ è nato anche da noi quasi in contemporanea con la crisi economica. I ‘NO EURO’ hanno cominciato ad agganciare gli scontenti, gli esasperati, gli astensionisti. Hanno cambiato la forma e la sostanza del dialogo con il cittadino, presenziando ed occupando la rete. Il web, visto come luogo di consultazione e deliberazione privilegiato, probabilmente a causa di un vocabolario meno formale, o della più facile presenza di masse ‘addomesticate’.

Ma tutto ciò funziona? Come accaduto anche in altre Capitali europee, in particolar modo Parigi e Madrid, ai primi segnali di crescita anche in Italia i partiti populisti hanno cominciato a perdere terreno sotto i piedi. In effetti i numeri delle ultime elezioni amministrative non restituiscono le stesse cifre del numero di amici su Facebook. Questo perché il social-populismo fa spesso l’errore di credere nell’equazione follower uguale voti, come se il popolo fosse presente solo in rete ed è quindi lì che bisogna cercare elettori.

Curiosità: anche se non saranno certo Twitter e Facebook a drenare consensi a populisti ed estremisti a favore dei partiti tradizionali, un certo interesse lo stuzzica la classifica di qualche giorno fa sui politici italiani più seguiti sui social media. Nelle ultime settimane Matteo Renzi ha superato su Twitter Beppe Grillo raggiungendo quota 1,78 milioni di follower. Primato, quello del leader del M5S, che fino a poco tempo fa sembrava inespugnabile. Mentre Matteo Salvini finisce al tredicesimo posto con 135mila seguaci.

Insomma, il ridimensionamento della Le Pen e la vittoria dell’UMP in Francia è certamente materiale di riflessione e di analisi anche per il panorama della politica nostrana. Si vince o si perde con i populisti? Sarkozy ha pensato che l’alleanza con il Front National non avrebbe portato beneficio al suo partito. Illuminazione che si è poi rivelata fondata. Ma in Italia i tempi, forse, non sono ancora maturi per fare una così netta scelta di esclusione. Il nostro panorama politico si presenta ancora troppo complesso e disarticolato: ci sono gli ‘sfogatoi’ alla Grillo, fenomeno che si gonfia e si sgonfia a seconda che la fiducia nell’esecutivo sia traballante o piena. C’è un governo guidato dal leader del partito di centrosinistra, ma che si regge grazie al sostegno di esponenti di area centrista ed ex alleati del centrodestra. Ed infine, ci sono alcune alleanze tradizionali – Forza Italia e Carroccio in primis – che solo correndo unite hanno dimostrato in questi anni di poter conquistare Comuni e Regioni importanti al nord.

Come dire che da noi i populisti fanno il bello e il cattivo tempo a seconda dell’opportunità elettorale. Come lo etichettò il politologo inglese Isaiah Berlin, sembra proprio che in Italia esista quel famoso “complesso di Cenerentola”, per il quale non esiste una scarpa (il populismo) per la quale, da qualche parte, esiste un piede adeguato. In un modo o nell’altro tutti i piedi vi si adattano.

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