martedì, Settembre 21

Partiti e Sindacati in default, tutta colpa dell’economia?

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Se le considerazioni di Carlo Galli spiegano in che modo la crisi di rappresentatività politica investe la società contemporanea proprio a causa di un sistema economico reputato per troppo tempo l’unico possibile; Ida Regalia spiega l’evoluzione del sistema sindacale, approfondendo le differenze del sistema sindacale italiano rispetto a quello europeo.

Va innanzitutto detto che secondo Regalia l’etichetta di “crisi del sindacato” non è molto appropriata, perché per il sindacato italiano non si può parlare di una vera e propria crisi, infatti a livello comparativo è sicuramente in una delle situazioni migliori d’Europa:

In UE per verificare l’effettiva presenza del sindacato nel tessuto sociale si usano due parametri: uno valuta il numero di iscritti ai diversi enti, l’altro il numero di contratti collettivi stipulati nelle aziende private che potrebbero anche usare tipi di contratti diversi. In termini di iscritti il sindacato italiano vede intorno al 35 % di iscritti, che è altissimo rispetto agli altri Paesi europei. Ovviamente la forza del sindacato non si può misurare solo in termini di iscritti, per questo si valuta il numero contratti di tipo collettivo: in una ricerca da me condotta su un pool 2500 piccole imprese italiane è risultato che il 90% degli imprenditori intervistati applicano un contratto collettivo. I giuristi mi hanno spiegato che non è obbligatorio fare un contratto collettivo, le aziende potrebbero fare contratti diversi ma non lo fanno. Questo è indicativo, perché anche nei casi in cui in un’azienda non c’è nessuno iscritto al sindacato, il piccolo imprenditore decide spontaneamente di usufruire del contratto collettivo”.

Ovviamente Regalia spiega che il sindacato, da solo, non può far fronte a difficoltà come la crisi economica e politica in cui versa l’Italia: “Il sindacato da una parte ha accettato le conseguenze della crisi; nella maggior parte degli accordi, infatti, ha cercato di salvaguardare la produttività delle aziende, minimizzando i danni per i lavoratori, anche se in certi casi è stato impossibile fare più di tanto. All’interno della globalizzazione e del sistema economico attuale è impossibile che il sindacato a impedire la delocalizzazione delle aziende. Dopo la funzione esplicita rivestita dal sindacato negli anni ’90,definito il decennio dei patti sociali, a partire dal Governo Berlusconi fino ad arrivare al Governi Renzi il sindacato ha visto diminuire la propria forza contrattuale: è mancata una linea politica che appoggiasse il sindacato nelle sue proposte di tutela dei lavoratori”.

Ad oggi, però, il sindacato italiano, che è stato per troppo tempo diviso e decentralizzato sta facendo passi avanti, nel tentativo di creare una ‘ideologia unitaria che rafforzi il sistema, secondo Regalia, ad oggi: “si è arrivati a fare degli accordi su delle regole comuni, che dovrebbero essere la base dell’unità sindacale, che però non si sono ancora effettuati. Ho sempre sostenuto che per creare delle regole interne condivise c’è bisogno di una legge che istituzionalizzasse il sindacato, anche se ancora è molto lontana. Ci sono ovviamente anche delle lobby che si oppongono a tale legge, perché nel momento passasse una legge sui sindacati coloro che adesso si oppongono non potrebbero più scappare, ma anzi dovrebbero per forza sottostare alle richieste del sindacato. Finché il sindacato rimarrà in questa dimensione di volontarismo e di informalità non si potrà ben capire quanto il sindacato è entrato nel tessuto sociale”.

Il problema più invasivo riguarda il settore del lavoro precario che il sindacato non riesce a tenere sotto controllo; purtroppo se per i lavoratori inseriti nelle grandi-medie aziende, in cui spesso e volentieri i lavoratori sono iscritti al sindacato, il problema della rappresentatività sindacale è ridotto al minimo, ciò non può valere per il precariato: “gli instabili non sono per forza precari, alcune persone volontariamente preferiscono non avere un lavoro ʹfissoʹ. Comunque il problema degli instabili rimane e deve essere affrontato il prima possibile: il sindacato dovrebbe reinventarsi, non può più essere il sindacato di categoria classico ma un sindacato di territorio, per trovare soluzioni più adeguate a rappresentare le esigenze di lavoratori che sono molto mobili e, proprio per questo, difficili da seguire. Poiché le logiche del lavoro stanno cambiando anche i sindacati dovrebbero mutare la loro identità per ridefinire il loro ruolo nei confronti dei lavoratori instabili. È chiaro che tutt’ora la maggior parte delle persone è assunto a tempo indeterminato in aziende medio-grandi, però in prospettiva futura il problema è quello di rappresentare la classe più mobile dei lavoratori”.

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