venerdì, Settembre 17

Partiti e Sindacati in default, tutta colpa dell’economia?

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Galli afferma che se nel mondo, in questo momento storico, vige il modello neoliberista, in Europa, invece, siamo difronte ad un sistema economico misto, che oscilla fra neoliberismo e ordoliberismo: “Non a caso l’Europa, in ambito economico, dal trattato di Lisbona nel 2007, si definisce un’economia sociale di mercato altamente competitiva, che è la definizione specialistica dell’ordoliberismo”. Da questa fondamentale spiegazione del sistema economico vigente ormai dagli anni ’70 e ’80 parte la crisi della rappresentatività dei partiti: “Dentro questo mondo non c’è nessuno spazio per il conflitto sociale dominato dalla logica del capitale e, inoltre, ormai da decenni vi è un orientamento complessivo della pubblica opinione tutto giocato in chiave antipolitica e antipartitica. La responsabilità di questo deriva dalla degradazione graduale dei partiti iniziata negli anni ’70, ma c’è anche un calcolo specifico da parte dei poteri economici, che da sempre hanno individuato nel potere politico il loro unico avversario, poiché la funzione dei partiti è quella di portare avanti gli interessi dei cittadini e non la logica di profitto del marcato: l’azione più logica da parte del mercato è cercare di delegittimare più possibile le élite politiche, affinché i cittadini perdano fiducia negli unici organi che dovrebbero rappresentare e tutelare i loro interessi”.  

In questo momento storico “la rappresentanza non funziona perché non funzionano i partiti, e gli elettori, ormai da troppo tempo, sono schiavi della polemica antipolitica per cui dei politici si percepisce solo che sono dei ʹladriʹ: non sanno che tutte le volte che un cittadino denigra il Parlamento un capitalista si frega le mani. La cosa impressionante è che la rivolta contro questo sistema economico, che produce una grandissima sofferenza sociale, va nella direzione che lo stesso sistema ha preparato, ovvero nella rivolta sociale contro la politica. Non a caso il M5S che gode di questa protesta antipolitica, nel momento in cui si parla di politica economica, balbetta perché non ha idea di quale sistema si possa adottare rispetto all’esistente. Il M5S non nasce da una critica radicale dell’esistente, bensì da una critica superficiale che, come la popolazione, etichetta i politici esseri impotenti e ridicoli, che cercano di fare solo il proprio interesse”.

Galli, infine, approfondisce le questioni che dovrebbero essere affrontate per evitare che la protesta sociale antipolitica sfoci in estremismi di destra pericolosi e assolutamente inadatti a guidare l’Europa fuori dalla crisi economica che l’attanaglia: “L’unica speranza per una società che intende recuperare compattezza, organicità e un benessere sociale maggiore non deve puntare sull’antipolitica, ma sulla politica. Questi aspetti di sofferenza sono quelli su cui giocano le destre. Per prima cosa dovremmo smettere di fare i conti con la compatibilità del capitale: se i sindacati stipulano un accordo facendosi carico della compatibilità sulla proprietà allora non si aspettino di vedersi riconosciuti dai lavoratori. I cittadini hanno compreso da tempo che tanto i partiti che i sindacati non hanno la forza di imporre una nuova agenda capace di leggere da un punto di vista nuovo le dinamiche sociali, politiche ed economiche. Per fare una cosa del genere ci vorrebbero una serie di processi in grado di reinterpretare la società, per non lasciare alle destre ciò che adesso esse hanno, ovvero la capacità di far credere ai cittadini di essere le uniche alternative possibili. Le Pen è palesemente una che fa politica senza badare alla compatibilità di quello che dice: ovvero non le interessa se quello che dice va contro i dettami del sistema capitalista, perché dice di voler fare l’interesse dalla Francia e dei cittadini. La proposta delle destre estremiste è quella di tutelare la società dal capitale, anche attraverso interventi statali. Questo meccanismo, al momento, è proposto dalle destre in maniera  semplicistica”.

Da questa crisi che investe la rappresentatività politica nasce ciò che i mas media definiscono ʹpopulismoʹ, che fa leva sul disagio sociale aumentando l’odio nei confronti dell’élite politiche: “In realtà il populismo è il nome che i grandi poteri costituiti danno alla protesta sociale. Il populismo non vuole andare alla radici dei problemi, perché pensa che le soluzioni da dare a problemi complessi debbano essere facili: da qui nascono le teorie ʹcomplottisticheʹ che incolpano i politici corrotti di tutti i problemi. Oltre a questo discorso ʹpopulistaʹ c’è il discorso politico che adesso passa solo attraverso la destra: la sinistra, per riprendere in mano la fiducia degli elettori, dovrebbe avere la stesse aggressività antisistema che ha la destra, e invece non ce la fa. È la sinistra che ha portato in Europa il neoliberismo è, dunque, difficile pensare a come potrà superare il sistema economico neoliberista su cui aveva impostato la propria politica: proprio questo ha creato tutte le divisione all’interno del PD”.

Per concludere abbiamo chiesto al professore Galli cosa devono fare i partiti e, soprattutto, la Sinistra per riconquistare la fiducia degli elettori, ormai inclini a votare i partiti populisti piuttosto che dare di nuovo fiducia a quei partiti tradizionale ad oggi tanto denigrato:

Un’alternativa al neoliberismo c’era, ed era il modello social democratico keynesiano, sostanzialmente un modello in cui l’azione del capitale incontra il potere politico che impedisce al capitale di fare tutto quello che vuole. L’idea deve essere che la misura di tutte le cose non sia la sola logica di mercato ma il benessere della collettività: il trucco si svela subito, quando il pil cresce molto spesso la disuguaglianza sociale aumentata perché la ricchezza non è stata distribuita per garantire il benessere dei cittadini, bensì è stata accaparrata da un percentile sempre più ristretto della società.  In Italia siamo arrivati ad un momento di stallo: le riforme di cui si parla da decenni dovrebbero sottostare alla logica del neoliberismo per attirare investitori esteri, perché chi investe vuole la sicurezza di poter sfruttare al massimo tutte le risorse che ha a disposizione. L’unica cosa che resterebbe da fare sarebbe riprendere il modello di economia mista che ha caratterizzato gli anni ’60 e ’70 in Italia, in cui investimenti statali e privati coesistevano e collaboravano: lo Stato deve avere la capacità di orientare o interrompere, ove necessario, le logiche di mercato del capitale; non può essere un tabù ideologico l’idea di intervento statale nel sistema economico”.

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