domenica, Ottobre 17

Partiti e Sindacati in default, tutta colpa dell’economia?

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Il caso delle elezioni in Francia vede i due candidati al secondo ballottaggio accomunati da una logica comune: la denuncia dell’inefficacia dei partiti tradizionali. Da una parte Emmanuel Macron, fondatore del partito En Marche!, ha definito i partiti tradizionali ormai morti; mentre dall’altra, Marine Le Pen, leader del Front National, ha fatto una mossa mediatica ancora più forte: si è dimessa dal ruolo di guida del suo movimento, annunciando di essere in lizza alle presidenziali nell’interesse comune di tutti i cittadini francesi. Ciò che sta accadendo in Francia ci ha ricordato quanto il contesto politico europeo, ad oggi, sia sempre più immobilizzato in una crisi profondissima, che vede come principale sintomo il dilagare dei partiti di estrema destra che, per primi, hanno individuato il punto focale su cui far leva: il disagio che colpisce tutta la società, in primis i giovani.

Ma questa crisi di rappresentatività non colpisce solo i partiti bloccati in un impasse decennale, infatti sembra che investa anche l’altro fondamentale corpo intermedio che dovrebbe tutelare i cittadini, ovvero il sindacato. L’episodio eclatante di questa settimana che riguarda l’impasse dei sindacati è stato il Referendum proposto ai dipendenti di Alitalia, che sono stati chiamati a decidere in prima persona se accettare o meno l’accordo tra i sindacati e l’azienda. Il clamoroso ʹnoʹ alla proposta ha spiazzato tutti, portando lo Stato a concedere all’azienda un prestito ponte di 400 milioni di euro a tasso di mercato. Per Anna Maria Furlan, segretario della Cisl, «il referendum non è stato bene preparato perché non c’è stato tempo di informare fino in fondo i lavoratori». Dunque dobbiamo credere che ciò che è successo per Alitalia sia un sintomo della crisi di rappresentanza sindacale oppure è difficile generalizzare prendendo a modello un caso sui generis come quello di Alitalia?

Per fare il punto della situazione sulla questione che riguarda la crisi dei corpi intermedi abbiamo chiesto il parere dei professori Carlo Galli e Ida Regalia. Galli, professore di Storia delle dottrine politiche presso l’università di Bologna, riprendendo le argomentazioni del suo ultimo libro ʹDemocrazia senza popoloʹ, spiega che la crisi delle istituzioni politiche deriva dalla crisi del sistema economico neoliberista, che ormai da un decenni è in fase recessiva. Con Regalia, professoressa del Dipartimento di Scienze politiche e sociali presso l’Università di Milano, affrontiamo invece il tema del sindacato, che secondo la professoressa è da ritenersi parzialmente indipendente rispetto al momento di crisi che sta attraversando la politica italiana ed europea.

Galli, in merito alla crisi di rappresentatività politica, afferma che ormai da tempo i partiti politici hanno smesso di svolgere la propria funzione, che sarebbe quella di tutelare i diritti dei cittadini piuttosto che seguire le logiche di un mercato spietato: “Il collasso dei partiti è avvenuto tra gli anni ’70 e ’80, quando l’intero sistema politico-economico occidentale, che si basava sul modello roosveltiano- keynesiano, entrò in crisi in modo irreversibile. In tale crisi s’inserì il nuovo modello economico: il neoliberismo, il cui perno teorico in ambito economico non vede più il suo fulcro nella produzione, bensì nella larghissima scelta del consumatore; mentre in ambito politico lo Stato si vede separato definitivamente dal ciclo economico, che diventa necessario e sufficiente per garantire l’ordine sociale. Secondo questo sistema, in sintesi, non vi è alcuna possibilità per lo Stato di modificare in meglio la capacità del capitalismo di produrre benessere. Da qui la netta separazione fra il sistema economico e lo Stato, in cui tutto ciò che il capitale richiede è di per sé giusto: se un’impresa ha costi troppo alti è giusto intervenire affinché torni ad essere competitiva. Il pensiero dominante porta a crede che, se lo Stato interviene, i costi dell’inefficienza dell’azienda ricadranno su tutti gli incolpevoli cittadini: questa mentalità è quella che legittima a livello sociale e popolare il fatto che una grande impresa rimanga agonizzante finché non fallisce. Dobbiamo renderci conto che da quando il neoliberismo ha soppiantato il modello precedente, non esiste più una destinazione sociale dell’economia, che rimane un rapporto fra privati, in cui le aziende più deboli soccombono”.

Dunque, secondo Galli la prospettiva del sistema economico neoliberale è il punto di partenza attraverso cui possiamo chiarire la debolezza delle forze parlamentari, che vengono sempre più svuotate dallo loro funzione primaria: vigilare sulle logiche del profitto ʹa tutti i costiʹ affinché quest’ultime non vadano a nuocere sulla collettività. Al neoliberalismo Galli affianca anche il sistema economico ordoliberale, che prevale in Germania e, dunque, in UE: “In Europa, difronte all’insostenibilità del neoliberismo è stato inserito un altro modello, quello tedesco ordoliberista, che in sostanza è il sistema economico su cui è stato impostato l’euro. Questo modello è fondato sull’idea della costituzionalizzazione del mercato, in cui non è tollerata l’idea del conflitto sociale in opposizione al sistema economico: mentre nel neoliberismo il conflitto sociale è accolto perché è sicuro che la forza del capitale riesca batterlo, diversamente avviene nel sistema ordoliberale, dove il conflitto è eliminato a priori. In Germania, ad esempio, per evitare conflitti sociali sono state inserite architettura costituzionali, come l’inserimento di rappresentanti sindacali all’interno dei consigli di amministrazione di imprese medio-grandi.  Il mercato in Germania è stato elevato a dottrina costituzionale, dove lo Stato si fa garante di tutti gli equilibri del mercato. L’ordoliberalismo rappresenta il corrispettivo di quello che una volta si chiamava capitalismo renano, che si è sempre distinto nel panorama occidentale di stampo keynesiano: si dava per scontato che fosse più solido, perché figlio di una mentalità fortemente organicistica che ha orrore di ogni smagliatura del tessuto sociale. In questo sistema esiste un incrocio di interessi fra banche e imprese dalla quale deriva una solidarietà diffusa, ovviamente gestita e guidata dal capitale. Tutto questo, però, si fonda sulla rinuncia aprioristica da parte della forza lavoro di essere conflittuale: nonostante in Germania i salari siano decisamente più alti rispetto ai nostri, sono comunque salari parecchio inferiori a ciò che potrebbero essere”.

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