domenica, Settembre 19

Partecipate nell'occhio del ciclone field_506ffb1d3dbe2

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La sfida è di quelle da far tremare i polsi. Sfoltire in modo deciso la foresta pietrificata delle società partecipate dallo Stato e soprattutto dagli enti locali. Aziende che da decenni caratterizzano quello che ormai è stato ribattezzato ‘socialismo municipale’ o ‘capitalismo comunale’, a seconda dei punti di vista.

Le tante ‘piccole Iri’ degli 8mila campanili italiani (e degli altri livelli di governo) sono molto spesso un poltronificio di stampo clientelare presso il quale parcheggiare politici trombati, soliti noti o amici degli amici. Una sentina dei vizi italiani, tra favoritismi, sprechi e inefficienze. Casi di cronaca recenti? Basta ricordare lo sfacelo delle grandi ex municipalizzate romane, Atac e Ama in testa, che ora danno tanti grattacapi alla nuova amministrazione M5S di Roma. Oppure il caso fiorentino della PubliAcqua e della mancata manutenzione che ha causato un crollo sul Lungarno, a due passi da Ponte Vecchio: una vicenda che ha fatto il giro del mondo e per la quale si è parlato di nomine legate al ‘giglio magico’ di marca renziana. Insomma, una rogna per il premier. Eppure Renzi aveva sbandierato una riduzione drastica da 8milla a mille aziende con azionariato pubblico totale o parziale. I tempi, poi, si sono allungati, ma adesso siamo finalmente alla settimana dell’ultimo parere parlamentare sul decreto legislativo della riforma Pa, targata Madia, che riguarda appunto le partecipate. Del resto, è stato proprio il mancato recepimento di tutte le condizioni suggerite dal Parlamento ad imporre un terzo passaggio (in qualche modo irrituale) alla commissione Bilancio della Camera e Affari costituzionali del Senato, prima della deliberazione definitiva del decreto in Consiglio dei ministri (il ministro Madia si è impegnata per chiudere la partita entro l’estate). Il decreto punta a cancellare tutte le partecipate che non hanno come missione i servizi di “interesse generale” e altri settori di intervento che vedremo tra poco. Mentre le società che si salvano devono sottostare ad alcuni criteri di dimensione e di salute dei conti.

Negli intenti del legislatore, evitano la cancellazione tout court le aziende che coprono i cosiddetti servizi essenziali come acqua, luce, trasporti, rifiuti (circa 1200 in totale). Ci sono poi le finalità legate alla progettazione e realizzazione di opere pubbliche, i servizi strumentali in favore dell’ente proprietario e i servizi di committente a supporto degli enti non profit. C’è inoltre una deroga, criticata dalle opposizioni, per le finanziarie regionali e per una serie di partecipate dello Stato centrale come Coni servizi, Anas, Invitalia, Invimit, Sogin, il Poligrafico. Dopo aver ammorbidito il testo in ossequio ai pareri parlamentari, pochi giorni fa il governo è tornato a dare un giro di vite ai criteri da rispettare per scongiurare la cessazione, l’accorpamento o la dismissione. E ciò sia sul fronte del fatturato e dei conti che sul versante degli stipendi dei manager rispetto ai bilanci delle aziende. Le partecipate possono avere la forma di Spa, Srl, ma anche di società consortili. I parlamentari avevano, però, avanzato la richiesta di abbassare la soglia capestro di fatturato da un milione a 500 mila euro. Il governo aveva ceduto, ma poi ci ha ripensato. Ritorna dunque a un milione il limite minimo di ricavi sotto il quale la partecipata va chiusa. Già questo basterebbe a cancellare circa 2.600 su 10mila società a controllo pubblico parziale o totale (circa 2mila in più di quelle citate da Renzi). La riforma chiede inoltre di cancellare le imprese che hanno chiuso in perdita quattro esercizi degli ultimi cinque, senza più valutare il rapporto tra le perdite e il fatturato, come chiedevano le Camere.

Ovviamente dovrebbero saltare anche le partecipate che hanno più dirigenti che dipendenti o addirittura zero addetti. Un paradosso, ma è così. Circa 3mila aziende su circa 10mila (considerate anche le partecipate indirette) hanno meno di cinque lavoratori. E circa 2.100 non dichiarano il loro organico. Va da sé che dovrebbero sparire soprattutto quelle che esulano, come finalità, dai servizi essenziali già elencati. Parliamo di società che operano in settori di mercato nei quali non si capisce perché i Comuni o le Regioni dovrebbero mettere il naso: dalle assicurazioni al commercio, dalle costruzioni fino addirittura alle enoteche o ai prosciuttifici.

Per quanto riguarda gli stipendi dei manager, secondo gli intenti del governo dovrebbe debuttare il limite di 240 mila euro lordi che già vale per i dipendenti della Pubblica amministrazione e per le partecipate dello Stato centrale. In un secondo momento si dovrebbero distinguere le società in fasce (tre o cinque, non è chiaro), fissando altrettanti tetti ai compensi. Tanto per dire, adesso le controllate del Tesoro si suddividono in tre categorie. Quelle maggiori con soglia a 240mila annui, le intermedie con tetto a 190mila e quelle minori con limite a 120mila euro. Un sistema che potrebbe essere copiato sulle partecipate locali. Poi, se la società è titolare di affidamenti diretti dall’ente di riferimento per oltre l’80% del valore della produzione, con due anni di bilanci in perdita si possono revocare i dirigenti, mentre con tre anni in rosso i manager possono vedersi decurtato lo stipendio del 30%.

A tal proposito, ha fatto discutere la disposizione della versione iniziale del testo, secondo cui la Corte dei conti avrebbe potuto perseguire gli amministratori delle partecipate solo in caso di danno patrimoniale diretto all’ente partecipante, lasciando per il resto l’azione di responsabilità contro i manager ai soci (dunque l’ente che li nomina dovrebbe poi perseguirli). Dopo le polemiche, animate già nel gennaio scorso dai magistrati contabili e cavalcate in Parlamento dal Movimento 5 Stelle, il testo ha chiarito che sotto la giurisdizione della Corte dei conti ricade il danno «patrimoniale e non patrimoniale» subito dagli enti partecipanti per mano di dipendenti e amministratori della partecipata. Il testo conferma, infine, che pure alle società pubbliche saranno applicate le norme ordinarie su fallimento e crisi d’impresa.

Il decreto è dunque atteso al via libera definitivo entro i primi di agosto da parte del Cdm. Gli enti proprietari avranno poi sei mesi per mettere nero su bianco i piani straordinari di razionalizzazione delle loro società. E dovranno dismetterle entro il 2017 (quelle fuori norma o altre per ottenere ulteriori risparmi). Dal 2018, invece, partiranno i programmi ordinari annuali per evitare una nuova proliferazione di aziende controllate. I piani passeranno da una piattaforma informatica del ministero dell’Economia e saranno sorvegliati dalla Corte dei conti. Il mancato rispetto dei termini farà scattare una sanzione amministrativa fino a 500mila euro. E inoltre c’è la spada di Damocle del danno erariale e del giudizio della Corte dei conti.

Alla soddisfazione del governo, fa da contraltare la dura reazione di una parte dell’opposizione. Il M5S attacca: «Le partecipate italiane continuano a essere un colabrodo che perde 1,2 miliardi l’anno. E l’enorme stock di debiti, circa 42 miliardi netti (84 al lordo dei crediti), è una bomba a orologeria. Il governo dovrebbe agire in modo da evitare che i buchi vadano a gravare sempre sugli enti partecipanti». Nel mirino, inoltre, una norma della riforma che prevede una certa discrezionalità in capo a Palazzo Chigi che può decidere di salvare dalla scure questa o quella società tramite un semplice Dpcm (Decreto della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

L’ultimo tema sensibile, stavolta sul fronte sindacale, è quello degli esuberi di personale che certamente deriveranno dalla cancellazione o dall’accorpamento delle partecipate. La stima è di 100-150 mila lavoratori da ricollocare, quindi almeno cinque-sei volte in più degli addetti di cui il governo ha dovuto occuparsi con fatica a seguito del taglio delle province. A curarsi del loro destino saranno stavolta le Regioni attraverso la mobilità. Le società partecipate che resteranno in vita dovranno assorbire in caso di necessità i lavoratori in esubero e non potranno assumere nuovo personale fino a giugno 2018. Se qualcuno dovesse restare fuori, l’Anpal (la neonata Agenzia per il lavoro del Jobs act) dovrebbe intervenire. Prospettive un po’ più rosee per i lavoratori prima assunti da una Pa e poi transitati a una azienda controllata. In quel caso, avranno una corsia preferenziale per la riassunzione nella Pa (anche se l’ente non dovrà sforare i limiti di turn-over e di esborso). Il problema, però, potrebbe essere quello della ricongiunzione pensionistica (onerosa) tra diverse gestioni previdenziali.
In ogni caso, Palazzo Chigi stavolta non vuole fare un buco nell’acqua. E’ ancora fresca la memoria del fallimento del governo Monti e del piano di tagli del commissario alla spending review Carlo Cottarelli, piano in pratica estromesso dalla manovra 2014. Non si può più sbagliare.

 

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