sabato, Ottobre 16

Parte nel cuore della notte il primo Giro d’Italia

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Il 13 maggio 1909 prende il via, da Milano, la prima edizione del Giro d’Italia ciclistico. A parte un ristretto gruppo di nottambuli, gli spettatori sono pochissimi e quasi tutti riconducibili a quella categoria che oggi verrebbe chiamata ‘di addetti ai lavori’. La maggioranza degli abitanti del capoluogo lombardo, infatti, è immersa in un sonno profondo. D’altra parte, quando la carovana infreddolita dei corridori si mette in moto gli orologi segnano le 2 e 53 del mattino.
È facile immaginare che nessuno dei presenti abbia l’impressione di vivere un momento storico destinato a restare per sempre nella memoria dello sport italiano e internazionale. Quella che nel futuro verrà considerata la principale corsa a tappe italiana è frutto di un azzardo promozionale. È stata, infatti, ‘inventatadalla Gazzetta dello Sport, o meglio dai responsabili di quello che ancora non si chiama Ufficio Promozione e Pubbliche relazioni del quotidiano. Non hanno l’ambizione di passare alla storia. La loro idea è che si tratti di un’iniziativa efficace per avvicinare qualche lettore in più al giornale. Tutto lì.

La corsa a tappe si svolge nell’Italia di inizio secolo, che sta imparando ad andare in bicicletta per lavoro e per svago e che apprezza sempre di più il mezzo a due ruote perché regala autonomia, possibilità di muoversi senza dipendere da nessuno e senza dover possedere un cavallo. I giovani sono i primi ad accorgersi delle potenzialità del nuovo mezzo, ma non lo vivono come uno strumento di competizione. Non c’è un grande interesse per le gare ciclistiche. Quello del ciclismo è un mondo marginale, legato sostanzialmente alle scommesse con l’annesso ‘circo’ di sfaccendati e piccoli truffatori. Per queste ragioni suscita molta diffidenza nei benpensanti.

Il centro più importante (si fa per dire) è l’area del Verziere‘, il mercato ortofrutticolo di Milano, dove i ciclisti si rincorrono su un anello improvvisato a beneficio di un pubblico di esagitati scommettitori più che di tifosi. Per queste ragioni quello che gareggia per le strade del Paese è un ciclismo che passa quasi inosservato. Se non ci fossero le cronache dellla ‘Gazzetta dello Sport‘ nessuno ne saprebbe niente.
Oggi quando si racconta quell’epoca si parla di ‘ciclismo eroico’, ma non è facile immaginarsela. I giri sono vere e proprie gare di sopravvivenza, le tappe sono sfibranti, da notte a notte, i ciclisti sono abbandonati su strade in gran parte non asfaltate e senza segnaletica. Oggi li si ricorda come campioni, ma all’epoca sono soprattutto campioni di fatica, nei quali ancora non s’identifica ancora del tutto l’Italia contadina, ricca di braccianti, muratori, spazzacamini.
Quei ciclisti non sanno che il loro nome, scritto nell’albo d’oro del Giro, alcuni decenni dopo, verrà accomunato a quello di atleti miliardari e oculati gestori di se stessi. E soprattutto, loro che pedalano in tappe che possono durare anche diciotto-venti ore, non sanno che cent’anni dopo verranno chiamati ‘tapponi’ delle corse di durata non superiore alle sette ore.

Per la cronaca, il primo Giro d’Italia lo vince Luigi Ganna, un grande atleta destinato a entrare nella leggenda del ciclismo anche se lui non riesce neppure a immaginare questa cosa. Non indossa la maglia rosa perché… non c’è. Soltanto nel 1931, cioè ventidue anni dopo, il leader della classifica inizierà a indossare la maglia rosa. Il primo atleta a vestire la maglia rosa sarà il mantovano Learco Guerra, soprannominato ‘Locomotiva umana’, che nel 1931 vincerà la frazione inaugurale, la Milano-Mantova di un Giro d’Italia vinto, poi, dal piemontese Francesco Camusso.

 

 

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