domenica, Ottobre 24

Parola all’Intelligence

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Quando si parla di archeologia si pensa subito a Indiana Jones, e quando si parla di Intelligence si pensa a James Bond. Va da sé che la realtà è un po’ diversa, e per dipanare le nebbie che avvolgono le attività di intelligence, il DIS (Dipartimento delle Informazione per la Sicurezza) ha organizzato una conferenza, tenutasi lunedì 23 marzo presso l’Università Cattolica di Milano. L’evento si colloca in un più ampio ciclo di incontri, volto appunto a chiarire quali siano le attività dei nostri Servizi Segreti, e le minacce del nostro tempo.
Ad una prima analisi potrebbe sembrare paradossale, dal punto che i Servizi Segreti, per definizione, sono segreti, e una conferenza pubblica non sembra essere lo strumento ideale per averci a che fare. Tuttavia, gli spunti di riflessione offerti dai numerosi eventi internazionali di questi giorni non mancano di colpire l’attenzione. E poi si sa, le minacce sono tante, forse mai quante sono al giorno d’oggi. Una volta, almeno, la minaccia anche se grande era una sola, e nell’ambito della Guerra Fredda era subito chiaro chi fosse il nemico. Oggi, al contrario, il mondo ha moltiplicato le divise, i colori delle bandiere, e anche i fronti delle tensioni. E quanto al terrorismo, poi, è impossibile anche solo tracciare con nettezza una linea di demarcazione, visto che il nemico può trovarsi dovunque, indossare qualunque divisa, e avere qualunque cittadinanza. Una riflessione sui mezzi per difenderci da tutto questo non sembra certo fuori luogo.

Proprio in questi giorni è in conversione alla Camera il decreto legge antiterrorismo, che prevede, tra le altre cose, una parziale riforma della disciplina legislativa dell’Intelligence. Questo incontro con gli esponenti ha innanzitutto il pregio di far sapere com’è strutturato il Dipartimento, e di far sapere che una disciplina legislativa dell’Intelligence innanzitutto esiste. Ancor più importante, ha il pregio di far sapere che anche le minacce alla sicurezza nazionale esistono, e sono concrete. Ha il pregio di far sapere, almeno tra le righe, che i confini nazionali non sono suppellettili velleitarie di un tempo che fu, residui di sovranità assorbiti dalle organizzazioni internazionali, ma qualcosa che va difeso, piaccia o non piaccia. Poi, va da sé, la società globalizzata e la penetrazione culturale di altre società sbiadiscono ogni confine, fino a perdersi in quel maremagnum che è il mondo multiculturale. Il che non dovrebbe confortarci, ma farci alzare la guardia, perché il nemico più pericoloso è quello che non si vede.

Le minacce sono varie, e di vario tipo. Ci sono le minacce vecchie, tradizionali e quindi più o meno conosciute, e le minacce nuove, che spesso fingiamo di non vedere, e ogni tanto è opportuno che qualcuno ci richiami alla realtà, troppo spesso travisata dal politically correct. Franco Anelli, Rettore dell’Università Cattolica, centra il punto nei suoi saluti introduttivi. Anelli parla della trasformazione del terrorismo alla luce dei recenti avvenimenti internazionali, pensando soprattutto all’ISIS e alla novità del fenomeno. “Siamo abituati a pensare al terrorismo struttura liquida, affidato a organizzazioni o a cellule” dice Anelli, mettendo in luce la differenza di questa concezione con la realtà attuale dello Stato Islamico. La minaccia, prosegue, non è più solo quella di un’organizzazione terroristica “ma uno Stato, che è diverso anche dagli Stati canaglia di bushiana memoria, uno Stato che svolge attività per noi del tutto inedite. Qualcosa che è per noi del tutto nuovo, che ci riporta alla mente, dopo la guerra, la paura che qualcuno possa aggredire il nostro territorio“. La novità del fenomeno è qualcosa di evidente, e che tuttavia molti sembrano ignorare, e le preoccupazioni non sono solo rivolte all’esterno del nostro Paese, ma anche all’interno. Continua il Rettore: “Abbiamo anche la preoccupazione di un esercito, con delle bandiere sinistre, con degli inni, e con una capacità di reclutamento“.

L’intervento più atteso è comunque quello dell’ambasciatore Giampiero Massolo, attuale direttore del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza, che in maniera concisa ed efficace tocca alcuni dei punti di maggior interesse. Massolo, che non esita a definire il nostro come “un Paese che ha paura a definire in maniera compiuta quale sia il suo interessa nazionale“, non teme nemmeno di parlare di “quello che è lo spin off negativo della globalizzazione, che ha portato la fine del tempo e dello spazio“. Ed è proprio in ragione di questo scenario nuovo, di questo scenario complesso e dai confini sfocati, in cui si fatica a comprendere la realtà fattuale delle cose, che ci si interroga sulla necessità di ripensare la nostra sicurezza nazionale, innanzitutto contribuendo a diffondere una cultura della sicurezza.

Massolo non ha dubbi: “Certamente dobbiamo ripensare la nostra sicurezza” e prosegue in modo conciso e cristallino: “Tre punti: da cosa ci difendiamo, cosa difendiamo, e come ci difendiamo. Da cosa ci difendiamo? Ci difendiamo da qualcosa di nuovo. Una minaccia che ha natura nuova, assai meno geolocalizzata di prima, assai più geotraslata, una minaccia puntiforme“. Chiaramente il riferimento è al terrorismo e all’eversione, che si possono annidare anche sul nostro territorio. Ma non solo. Secondo l’ambasciatore si tratta anche di “una minaccia che può essere economico finanziaria, che può derivare da Stati, da aziende, da grosse multinazionali, che rischia di provocare un downgrading all’intero sistema istituzionale, se non ci si difende. Spesso alla base ci possono essere comportamenti del tutto leciti, ma questo lecito può essere altamente inopportuno. Poi c’è la minaccia che arriva con una modalità del tutto nuova, che è la minaccia cybernetica. Pensate cosa succederebbe se di colpo saltasse la nostra rete bancomat, o la rete autostradale, o il sistema delle dighe. Poi c’è quella che è la nebulosa jihadista. Anche qui non abbiamo a che fare con un interlocutore definito, ma la galassia jihadista è puntiforme. Noi ci riteniamo giustamente bersagli, e crediamo che questo sia uno degli elementi che ci spingono a ripensare alla nostra sicurezza. L’Occidente è un bersaglio ovvio, ed estremamente pagante. Ma noi non siamo il vero, o meglio non siamo il solo obiettivo. L’Occidente è sicuramente un obiettivo, ma appartiene piuttosto alla serie di obiettivi strumentali, alla serie di obiettivi clamorosi”.

Di importanza cruciale è sottolineare e comprendere la novità del fenomeno del terrorismo jihadista legato allo Stato Islamico, e alla sua intersettorialità. Si tratta, sempre secondo Massolo, di “una sigla che dichiaratamente vuole farsi Stato. Da un lato questa sigla continua a mutuare strumenti terroristici, dall’altro vuole farsi Stato. Realizza e incarna il mito del Califfato, e diventa estremamente attrattiva tra le altre organizzazioni man mano che si espande“.

Prosegue: “Che cosa difendiamo? Io credo che, soprattutto, difendiamo noi stessi. Mai la minaccia è stata così portata all’individuo. Si sviluppano minacce formate da gruppi di individui, o da individui singoli, o che si formano all’interno dei nostri Stati. Questa stessa individualità della minaccia è l’essenza di che cosa difendiamo. Quello che difendiamo è la nostra identità stessa. Tutto questo reca minaccia al nostro stesso modo di essere, tendenzialmente alle nostre libertà individuali, tendenzialmente al modo di fare informazione, la nostra identità. Rischiamo di farci travolgere dalle nostre stesse armi“.

Venendo all’ultimo punto, continua Massolo: “Come ci difendiamo? Non ritengo che l’Intelligence possa fare tutto da sola. È chiaro che le Intelligence hanno un ruolo molto importante da questo punto di vista. Sono incaricate di mettere in grado i Governi, in una determinata situazione, di sapere immediatamente in che direzione andare. Da questo punto di vista, quello dell’azione e della comprensione, le Intelligence hanno un certo rilievo per combattere questo genere di battaglia. Ma tutto questo non basta. Nel senso che non si batte, o non si fronteggia, la nuova minaccia, o le nuove minacce, senza un rafforzamento del Sistema Paese. Ci vuole una cultura della sicurezza, e questo va suscitato anche a livello internazionale“.

Un intervento, quello del capo dell’Intelligence, connaturato da un forte realismo, come è normale che sia quando si parla di queste tematiche. Ciò è ancora più auspicabile oggi, quando lo schizofrenico richiamo a utopistiche visioni da salotto ci porta a distaccarci dalla realtà fattuale degli eventi, facendoci anche scordare che, come esiste la Nazione, esistono anche le minacce alla sicurezza nazionale. Conforta ascoltare l’intervento di Massolo, che, pur ricordandoci che le sfide sono molte e molto pericolose, esistono anche persone preparate e professionalmente addestrate che si occupano della nostra sicurezza. Perché difenderci non solo è possibile, ma è necessario, in un momento in cui le minacce sono quanto mai prima nascoste anche all’interno delle nostre stesse società. Conforta sentire che esiste un interesse che sia innanzitutto un interesse nazionale, e che vi è chi è pronto a difenderlo da qualsiasi nemico, interno ed esterno. Conforta, infine, sentire che per vincere questa battaglia, che è una battaglia vera e propria e che si deve vincere, è necessario rafforzare il nostro Sistema Paese. Senza questo rafforzamento, attraverso l’efficienza, la meritocrazia, la trasparenza e l’identità, non è possibile reagire con la dovuta prontezza alle sfide del futuro. Senza un rinnovato vigore nella nostra vita istituzionale, quindi, non è possibile ripensare alla nostra sicurezza. Ciò potrebbe destare anche qualche preoccupazione, in una società che si sta rivelando una selva di lupi e di figli di lupi, in cui non sempre il merito viene prima di tutto. Ma ci conforta il Rettore Anelli, a tal proposito: “Chi è bravo fa carriera“. Che dire? Speriamo.

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