venerdì, Aprile 23

Parola al Collettivo Universitario field_506ffbaa4a8d4

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Da metà febbraio, in cronaca, si legge che i collettivi studenteschi di Bologna hanno contestato le lezioni di Angelo Panebianco, docente dell’Università Alma Mater ( già nel luglio 2014 il suo studio era stato murato con malta e mattoni, filo spinato). In particolare l’oggetto della contestazione era un articolo sul Corriere della Sera, la visione della politica estera italiana in Libia. Ma non è dei fatti di cronaca che ci vogliamo soffermare, quelli si possono leggere quotidianamente. Piuttosto vogliamo affrontare domande del tipo chi sono i collettivi? Condannarli è più facile che capirli? Il confronto è diventato così pauroso?

I Collettivi universitari autonomi (Cua) esistono (in tutte le università italiane), si muovono in maniera dirompente tramite azioni di rottura (se vogliamo chiamarle così) ma quello che cercano è il confronto e il dialogo.

Sicuramente l’azione contro Panebianco, o meglio all’interno della sua lezione, aveva come sguardo qualcosa di più ampio che voleva mettere il punto sulle politiche di guerra che si stanno portando avanti. Il prof Panebianco ha scritto un editoriale sul Corriere della Sera, il 14 febbraio scorso, che parlava dell’intervento in Libia, e sosteneva posizioni molto dure, cercando di utilizzare una retorica della paura che ci sembra veramente vergognosa da questo punto di vista. A partire da questo, l’azione che abbiamo messo in campo, era dimostrativa, anche soprattutto verso il docente stesso. Lui voleva la guerra, incita l’intervento militare, ebbene noi abbiamo portato i suoni dei bombardamenti per invitarlo a svolgere la lezione. Volevamo vedere se il professore avesse gradito il suono dei bombardamenti mentre spiegava. Libertà d’espressione: noi crediamo che non si può parlare di una libertà di espressione negata, anzi il professore Panebianco scrive sul Corriere della Sera da molti anni e anche su altri canali, senza contraddittorio, e non crediamo che ci sia stata la mancanza di libertà di espressione. L’università non è un terreno neutro ma di contesa e i sapere e i pensieri che si sviluppano possono andare in scontro come possono andare d’accordo. Crediamo che su questo punto ci sia da porre un limite alle parole. Dall’altra parte si può notare che sia l’Università stessa ad utilizzare questa retorica e neghi una libertà di contestazione”.

Morgan, giovane studente del collettivo di Bologna, ci spiega le ragioni della protesta. “Noi abbiamo voluto aprire un dibattito (che è ancora in costruzione) – continua Morgan – A partire da una situazione che vede il nostro Paese in ginocchio, c’è il 50% della disoccupazione giovanile, ci sono università che non hanno fondi per la ricerca e non c’è un turnover, anzi dall’altra parte borse di studio, welfare e servizi per gli studenti non esistono, scuole superiori che cadono a pezzi, in una situazione di questo tipo la domanda che rivolgo a tutti: in questo clima stiamo pensando di spendere milioni di euro per armamenti, droni e andare in guerra in Libia dove sappiamo che c’è una situazione complicata che deriva da altre politiche sbagliate, senza nessun tipo di strategia solo proiettata verso interessi di aziende multinazionali come può essere l’Eni, ad esempio, che poi producono situazioni come l’Isis. Agiamo senza strategia. Lo Stato non trova soluzioni, se non politiche di austerità in questi anni. A partire da questo ci sono state piccole e grandi mobilitazioni sociali e vanno a mettere il punto proprio su questo. Il Governo da una parte prova a fare un piano casa dall’altra parte attacca il mondo del lavoro con il Job Act. Recente la riforma sanitaria che ha provocato l’insoddisfazione nei medici e in coloro che lavorano nel sistema sanitario”.

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