venerdì, Settembre 24

Parma: quale cultura in tempo di Covid-19? La salute non è un bene privato, è un bene comune. Possiamo stare bene solo se stanno bene anche gli altri e assieme agli altri

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Parma era stata indicata come capitale della cultura per l’anno 2020, ed a causa della drammatica pandemia la proposta è stata estesa all’anno 2021, anche questo gravemente colpito dalla pandemia al punto da fare passare il tema della cultura in secondo ordine.

Solo la recente mostra delCibusha dato a Parma una sorta di primato culturale nel campo della gastronomia che risulta riduttivo rispetto al tema generale della cultura.

Forse nella tempesta pandemica era opportuno cercare di declinare quel primato della cultura in un modo diverso, facendosi la domanda: quale cultura in tempo di Covid? Come rispondere culturalmente ad una piaga biblica come il Covid? La dicotomia tra economia e salute rischia di portare in secondo piano la salute? La salute è un bene comune?

Affrontare questi temi in questa fase poteva e può essere un modo di declinare ed affrontare il progetto culturale affidato in questi anni a Parma, ma l’emergenza ci ha colto impreparati a porci queste domande essenziali che tutti ed ovunque si fanno. Provare ad avviare dibattiti su questo tema sarebbe necessario per affrontare il tema del welfare in modo integrale e dare una rispostaculturalmenteadeguata sulla salute e lo sviluppo sociale ed economico. Forse siamo ancora in tempo.

La salute non è solo un bene essenziale alla nostra esistenza in senso biologico, ma è anche -e sempre più sta dimostrando di esserlo- un bene essenziale alla nostra esistenza in senso sociale, essendo di fondamento alla dignità umana e al principio di una vita degna di essere vissuta per tutta la collettività a cui apparteniamo

Puntare sulla salvaguardia della salute delle persone, anziché essere considerato un pericolo per la nostra economia, potrebbe essere l’innesco per trasformare il nostro modo di intendere il mercato, lo scambio, la produzione di beni e servizi, il lavoro, divenendo un volano del cambiamento nel modo di realizzare concretamente la nostra vita economica e sociale. La via per fare questo è considerare la salute come un bene comune. La salute va intesa in modo integrale, come salute fisica, ma anche psichica e sociale, perché l’isolamento ha azzerato i rapporti interpersonali e le prime vittime sono stati gli anziani i bambini ed in senso più lato i giovani che si sono visti a dialogare solo o quasi in webcam, facendo aumentare il disagio giovanile e contribuendo ad erodere il senso della società come famiglia allargata.

La salute non è un bene privato. Per ciò che concerne la salute, non possiamo competere: possiamo solo cooperare. Se ti ammali tu, la possibilità che possa ammalarmi anch’io aumenta. Se qualcuno di noi contamina l’ambiente in cui viviamo, la probabilità di ammalarci tutti aumenta, nessuno escluso. Se siamo in molti a stare male, avremo maggiori difficoltà ad essere curati

«Lo abbiamo capito molto bene con la prima ondata di epidemia che ha colpito l’Italia. In pochissimo tempo l’accesso alle strutture di cura è diventato difficile se non impossibile, non c’erano sufficienti posti negli ospedali, né sufficienti medici e operatori sanitari per curare le persone che stavano male. Così anche l’aspetto della non escludibilità: non era possibile -né lecito moralmente- escludere dalle cure alcune persone, come i più anziani, sebbene di fatto ciò sia avvenuto». ( Marinella De Simone, ‘Wall Street International‘, 2020 ) La salute, pertanto, non può essere gestita solo dall’assistenza sanitaria a cui è necessario ricorrere nei momenti più acuti di sofferenza, quando abbiamo bisogno di essere curati. La salute dipende dai comportamenti di ciascuno e, contemporaneamente, dai comportamenti sociali di tutti, dal nostro essere parte di una comunità.

Se c’è un insegnamento che dobbiamo riconoscere al Covid-19, è proprio questo: possiamo stare bene solo se stanno bene anche gli altri e assieme agli altri, e questo dipende dai comportamenti di ciascuno noi, nessuno escluso, e dalla nostra capacità di generare delle comunità a cui partecipare attivamente. Se pensiamo alla salute come ‘bene comune’ possiamo affrontare il tema della cultura declinandolo sul sociale e sul sistema di Welfare per ripartire insieme. Forse nello spazio temporale rimasto si può fare qualcosa anche come avvio di modello socioculturale per il prossimo anno, a cui potremmo affidare un tema sociale sfidante se si vuole porre la persona al centro del nostro interesse e riportare l’economia ad essere un mezzo e non un fine.

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Sull'autore

Fabrizio Pezzani è professore ordinario di Economia Aziendale presso l’Università L.Bocconi di Milano e distinguished professor presso la SDA Bocconi School of Management. Ha insegnato nelle Università di Parma, di Trento e di Brescia; è membro del comitato scientifico della Fondazione 'Centesimus Annus pro Pontifice' e di svariati Editorial Board di riviste internazionali di economia; è stato fino al 24 febbraio 2013 presidente del collegio dei revisori di Milano. E’ autore di contributi importanti sia a livello nazionale che internazionale sui temi dell’economia aziendale italiana fondata sulla realizzazione del bene comune, la sua lettura è ampia ed estesa ad altre scienze sociali. L’economia, in questa visione, è e rimane una scienza sociale e non una scienza esatta come oggi viene intesa.

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