venerdì, Agosto 19

Parlamento Europeo, le strategie antiradicalizzazione

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La lotta al terrorismo di matrice jihadista si alimenta, quindi, del supporto istituzionale e delle informazioni che possano mettere in atto circuiti di prevenzione.
Ma emerge un ulteriore dato dagli studi del Parlamento Europeo. Infatti, secondo una ricerca pubblicata nel novembre 2015, l’obiettivo della propaganda jihadista continuerebbe ad essere quello di raggiungere non tanto le fasce sociali emarginate, quanto i gruppi più istruiti. L’obiettivo del jihadismo si spinge ben oltre i gesti eclatanti, perché vorrebbe alterare la società occidentale nel suo profondo. Lo si è spesso riscontrato nell’analisi dei profili di autori di stragi, come già nell’11 settembre. Si cerca di far leva su un forte senso di identità e appartenenza in cui potersi identificare. Rispetto a tale strategia manipolatoria, compito prevalente delle scuole è riuscire ad avere la meglio attraverso la formazione d’eccellenza, per esempio incentivando i programmi per la mobilità di studenti brillanti che possano, come avviene con l’Erasmus, prevenire la radicalizzazione promuovendo il concetto di interculturalità.

Il dialogo è il presupposto per sconfiggere la violenza, che comunque non è operata dalle menti del jihadismo in quanto fine a se stessa, ma con il preciso obiettivo di portare avanti la costituzione del Califfato di Iraq e Siria. In tali Paesi, una costellazione di soggetti economici non sempre identificabili chiaramente sono pronti a sponsorizzare l’Isis.

Il quadro a tinte fosche non consente di poter effettuare valutazioni affrettate sul reale impatto dei programmi antiradicalizzazione. Quello che si è certamente potuto riscontrare è che la lotta contro tale fenomeno è di lungo periodo. Spesso inoltre, quando si parla di terrorismo, si osserva come la manipolazione degli individui possa essere anche estremamente rapida, per esempio nel caso di Mohamed Lahouaiej Bouhlel, l’attentatore del 14 luglio 2016 a Nizza. Secondo Commissione Europea, circa 4.000 cittadini degli Stati membri si sarebbero uniti a organizzazioni terroristiche in teatri di guerra, in Iraq e Siria.  Si tratta di una strategia che, proprio perché interessa il braccio armato dell’Isis piuttosto che la mente, fa leva su concetti psicologici estremi, come il sacrificio del terrorista in quanto tale, finalizzato a far vivere le società, non solo quelle occidentali, in uno stato di paura costante. A ciò si combina la ricerca di una gloria terrena possibile solo attraverso gesti eclatanti, rispetto al vuoto e all’emarginazione. Sono argomenti su cui ci si continuerà ad interrogare a lungo alla ricerca di possibili chiavi di lettura di un fenomeno che inquieta gli animi e con cui, almeno nel futuro prossimo, ci si continuerà a confrontare.

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