martedì, Aprile 13

Parlamento Andino, la nuova sfida

0

La notizia è circolata tra i mezzi di comunicazione senza destare grande agitazione: alla fine di novembre è stato approvato all’unanimità l’ingresso del Cile nel Parlamento Andino, l’organismo deliberante del Sistema Andino di Integrazione che rappresenta gli abitanti della Comunità Andina. Fino ad ora il Cile era stato soltanto un membro associato, mentre da adesso in avanti avrà diritto di parola e di voto – e relativi impegni e oneri – nelle discussioni sull’integrazione con Bolivia, Colombia, Ecuador e Perù.

Di recente l’ecuadoriano Eduardo Chiliquinga, segretario generale del Parlamento Andino, si è incontrato con Isabel Allende, presidente del Senato cileno, per dare il via al processo di incorporazione della rappresentanza cilena all’interno dell’organismo sovrastatale.

Per quanto riguarda la prima dichiarazione, fatta durante la XLV Sessione Ordinaria delle Sessioni, Fernando Meza, deputato cileno del Parlandino, ha così dichiarato ai giornalisti: “Entrare nel Parlamento Andino con diritto di parola e di voto ci permetterà di superare tutte le differenze per il bene dei nostri popoli… Il mio Paese ha sempre dato importanza a tutti i fori internazionali, perché è lì che crediamo si debbano radunare gli sforzi di tutti per l’integrazione latinoamericana”. Il Parlamento Andino ha facoltà di prendere decisioni e proporre iniziative in materia di educazione, politica estera, sicurezza regionale, temi economici e sociali; ma nonostante la decisione di ammettere il Cile appaia del tutto plausibile, nella pratica le cose non sono così semplici.

In primo luogo il Cile non è membro a pieno titolo della Comunità Andina (CAN), nata nel 1969 con il nome di Pacto Andino o Grupo Andino con l’Accordo di Cartagena. Nel 1976, sotto il governo di Augusto Pinochet, il Paese uscì infatti da quest’organismo per via di alcuni disaccordi in materia economica: un documento dello storico e analista Luis Tello Vidal cita infatti tra le varie cause le restrizioni imposte in materia di investimenti stranieri e l’obbligo di dazi doganali minimi comuni a tutti i Paesi membri.

Più precisamente María Cristina Silva, presidentessa dell’Associazione Cilena di Studi Europei e Regionali, fa notare che il Cile, a causa del processo di apertura al commercio estero, ha sviluppato delle dinamiche differenti rispetto alla CAN. Nel 2007, a distanza di più di tre decenni dalla sua uscita, il Cile è tornato a far parte di questo organismo, seppur come semplice membro associato, dopo che nel 2006 il ritiro del Venezuela aveva cambiato gli equilibri all’interno dell’organizzazione. “Nonostante l’interesse della CAN sia la piena adesione, il Cile ha optato per un’associazione a largo raggio, che le permetta di partecipare alle più varie discussioni con gli altri Paesi andini senza però dover accettare compromessi o assumersi impegni nel campo, per esempio, della politica doganale. La piena adesione implicherebbe obblighi finanziari imprescindibili per poter essere membro a pieno titolo” spiega Silva.

Con il recente ingresso nel Parlamento Andino sorge spontanea la domanda se il Cile guadagnerà o meno lo status di membro a pieno titolo anche nella Comunità Andina, un organismo che nel 2013 rappresentava 103 milioni di abitanti e poteva contare su un PIL complessivo di 679.744 milioni di dollari. Silva assicura che la decisione del Parlandino non ha legami con il processo di adesione alla CAN, ma ovviamente si tratta di canali complementari che rafforzano le relazioni tra Paesi membri. Di fatto, sostiene, la Decisione 666 che sancisce il reingresso del Cile nella CAN indica gli organi alle cui attività il Paese avrà diritto di partecipare, ma il Parlamento non viene menzionato. “Pertanto, si tratterebbe di una questione di competenza interparlamentare”.

Il sociologo cileno Raúl Bernal-Meza, docente di sociologia ed esperto di Relazioni Internazionali e America Latina, assicura che il Parlamento Andino è un organismo politico, secondo il quale l’ingresso come membro a pieno titolo è compatibile con lo status di membro associato della CAN. All’atto pratico ci sono però alcuni ostacoli: “Si tratta di un tema molto complesso e che forse non è stato analizzato in profondità, sia dai Paesi membri della CAN che dal Governo Cileno. A mio parere il problema si può sintetizzare a questo modo: il Parlamento Andino potrà legiferare su temi che saranno poi applicati nelle politiche nazionali di ciascuno Stato membro. Come farà il Cile con quelle decisioni che andranno a toccare, per esempio, questioni economiche incompatibili con la sua politica? Come è possibile che un Paese legiferi sulle misure da applicare negli altri Paesi e non le metta in atto a casa propria?

Per questo motivo, secondo Bernal-Meza, questo ingresso nel Parlandino ha molte implicazioni politiche: se il Cile portasse a termine la procedura di ingresso, darebbe un’ulteriore dimostrazione della propria volontà di integrazione. Ciò fa sorgere un’altra domanda: questa partecipazione con maggiori obblighi consentirà una distensione dei rapporti con gli altri Paesi, come la Bolivia? Bernal-Meza è ottimista; i due Paesi condivideranno un luogo di comunicazione, dove ciascuno potrà accedere ad informazioni e conoscere in modo approfondito le posizioni dell’altro. “Ma per quanto riguarda il tema caldo tra i due Paesi” – l’aspirazione della Bolivia a possedere uno sbocco sovrano al mare sulla costa cilena –“non credo che questo ingresso nel Parlandino possa influire in maniera decisiva, perlomeno non a breve o medio termine” sostiene.

L’avvocato Pedro Pablo Cabrera, che è stato ambasciatore del Cile in vari Paesi e console a La Paz negli anni settanta, sottolinea che l’intenzione della società cilena è sempre stata quella di sviluppare relazioni amichevoli con la Bolivia e che qualsiasi iniziativa volta a rafforzare la cooperazione tra le nazioni sarà ben accetta. “Ogni volta che i parlamentari si riuniranno, si starà contribuendo alla politica estera dei singoli Paesi. Sarà un contributo alla cooperazione, alla conoscenza reciproca e all’integrazione” dice, aggiungendo che per consentire ai parlamentari di creare leggi e direttive sarà necessario fare in modo che essi conoscano le ragioni e le istanze gli uni degli altri.

In realtà, a volte l’integrazione pare soltanto una chimera, dato che i singoli Paesi perseguono i propri interessi; è il caso del Cile stesso o del Venezuela, per esempio. Cabrera osserva che a parole tutti desiderano concretizzare il processo di integrazione, ma è all’atto pratico che sorgono problemi. A suo parere è necessario passare da una logica interstatale a una interculturale nella quale vengano inclusi i cittadini con le loro caratteristiche, soprattutto nel mondo attuale dove il digitale è ormai preponderante.

Ci sono diversi organi creatisi in diversi contesti, dove al momento attuale convivono diverse realtà; alcune sono più inclusive e dinamiche, con maggiore partecipazione. In altre, alcune comunità non hanno una voce abbastanza potente. È necessario dar loro importanza, rispettare la loro storia ma anche trovare formule nuove. Bisogna trovare ciò che ci unisce, non ciò che ci divide”, conclude. E non è il solo Cile alle prese con il Parlamento Andino a dover affrontare questa sfida, ma anche tutti gli altri Paesi della regione in cerca di un cammino condiviso.

 

Traduzione a cura di Marta Abate

 

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Condividi.

Sull'autore

End Comment -->