martedì, Agosto 3

Parlamento alla deriva image

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Questa mattina il M5S ha depositato alle presidenze di Camera e Senato l’atto della messa in stato di accusa del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Non era mai accaduto nella storia della Repubblica, anche se per due volte ci si è andati vicino: nel 1978, presidente Giovanni Leone, per lo scandalo Lockheed e nel 1992, presidente Francesco Cossiga, accusato dal Pds guidato da Occhetto, di «attuare comportamenti “volti intenzionalmente” a modificare la forma di governo e che configurano il reato di attentato alla Costituzione». Cossiga si dimise qualche settimana prima della scadenza naturale del suo mandato e il Pds rinunciò a procedere (via di uscita di cui Giorgio Napolitano non può beneficiare essendo stato rieletto da meno di un anno).

Sei sono i punti di accusa citati nell’atto.

Primo. Il Colle è accusato di essere complice di un sistema che attraverso «decretazione d’urgenza, fiducie parlamentari, e maxi emendamenti configura un ordinamento altro e diverso» caratterizzato da «prevaricazione governativa assoluta in cui il ruolo costituzionale del Parlamento è annientato in nome dell’attività normativa derivante dal combinato governo-presidenza della Repubblica». 

Secondo. Napolitano avrebbe «tentato di trasformare la nostra Carta in una Costituzione di tipo flessibile» in quanto «formalmente e informalmente incalzato il Parlamento all’approvazione di un disegno di legge costituzionale volto a configurare una procedura straordinaria e derogatoria del Testo fondamentale, sia sotto il profilo procedimentale che sotto quello degli organi deputati a modificare la Costituzione repubblicana». In sostanza.

Terzo. A Napolitano viene contestato il non aver rimandato indietro al Parlamento alcune leggi «viziate da incostituzionalità manifesta» (come ad esempio il “Lodo Alfano” e il “legittimo impedimento”).

Quarto. Il suo secondo mandato è illegittimo poiché non è contemplato dalla Costituzione.

Quinto. L’uso dell’istituto della grazia «come indulgenze per una valutazione di convenienza del sovrano come avveniva nelle monarchie assolute» (si citano i casi della grazie concesse ad Alessandro Sallusti e al colonnello americano Joseph L. Romano e, per quanto riguarda Berlusconi, gli ha «impropriamente indicato le modalità dell’esercizio del potere di grazia».

Sesto. I grillini attaccano Napolitano anche su un argomento molto scivoloso, come i rapporti fra il Quirinale e l’ordine giudiziario, accusandolo di «aver violato l’autonomia e l’indipendenza della magistratura» in particolare riferimento alla decisione  di sollevato conflitto di attribuzione, dinanzi alla Corte costituzionale nei confronti della Procura della Repubblica di Palermo, in merito ad alcune intercettazioni telefoniche indirette riguardanti lo stesso Capo dello Stato riferendosi  esplicitamente alla «trattativa Stato-Mafia».

Naturalmente Napolitano era da settimane a conoscenza dell’intenzione dei grillini e proprio per non offrire ulteriori pretesti, aveva deciso di non  rilasciare dichiarazioni sulla situazione politica. «Faccia il suo corso» è stata la fredda reazione del presidente alle inevitabili domande dei cronisti mentre era in visita al Vittoriano.

Agenzie di stampa intasate dalle dichiarazioni di solidarietà al Presidente. Perfino Sandro Bondi, che in passato ha detto anche di peggio sul Quirinale, ha dichiarato che «la campagna di delegittimazione delle istituzioni democratiche va respinta con fermezza». «Adesso – spiega sinteticamente il senatore Vito Crimi – dovrà essere convocato, entro 10 giorni, il comitato per le prerogative parlamentari. La presidenza per il principio dell’alternanza spetta al presidente della Giunta delle autorizzazione di Montecitorio, Ignazio La Russa. Entro dieci giorni dovrà essere convocato questo comitato che valuterà se ci sono gli estremi per procedere o se invece la richiesta va archiviata».

Paradossalmente, giusto per descrivere il livello di tensione, la messa in stato di accusa non è stato altro che uno degli eventi più importanti della giornata politica. La presidente Boldrini ha fatto sbarrare le porte del suo ufficio e ha accusato chi, nel governo, ha gestito male la calendarizzazione del decreto: «Mi sono assunta una responsabilità derivante da comportamenti altrui, da rigidità contrapposte di diverso segno che hanno scaricato l’onere di una decisione assai difficile sulla Presidenza della Camera». Il destinatario dell’accusa era Dario Franceschini e la conseguenza diretta sono state le dimissioni del Capo di Gabinetto del ministro.

La giornata però è stata caratterizzata da diversi atti di “guerriglia” organizzati dai grillini a più livelli. Commissione di giustizia occupata da un deputato grillino, Vittorio Ferraresi, che sedutosi al banco della presidenza ha impedito l’inizio dell’attività finché non la Boldrini e il questore Dambruoso non si fossero dimessi. Dimissioni non arrivate ma seduta iniziata con grave ritardo e in un altro luogo. Altra rissa in Commissione Affari Costituzionali della Camera dove il relatore, Francesco Paolo Sisto ha fatto votare il testo base da portare in aula senza dare la possibilità di fare emendamenti. Risultato: urla in aula e membri della Commissione bloccati dentro dai grillini.

Urla, insulti e risse anche in conferenza stampa dove, ad esempio, il capogruppo Pd alla Camera, Roberto Speranza, casca in pieno nella provocazione di Alessandro Di Battista, scendendo sul piano degli insulti invece di dileguarsi. Il grillino Riccardo Nuti parla di «stato di polizia» e il suo collega Massimo Felice de Rosa accusa le deputate del Pd di essere arrivate alla Camera solo perché «sanno fare i pompini» (segue querela di sette deputate del Pd su tredici).

Facce alterate dalla rabbia e tensione alle stelle dovunque alla Camera.  Se l’obiettivo era rubare la scena a Renzi, è perfettamante riuscito. Poi, però, bisogna essere in grado anche di mantenerla. Con dei contenuti.

 

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