giovedì, Maggio 13

Parigi: la sola risposta è l'Europa unita

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Tonnellate di retorica sono state riversate dopo gli attentati del 13 novembre parigino. Sui giornali a cura degli addetti ai lavori, sui social network a cura di noi stessi, forse per farci un po’ di coraggio.
Purtroppo però le bandierine tricolori che campeggiano in rete, pur testimoniando un dolore e una partecipazione autentica alla tragedia francese lasciano, come quasi tutte le manifestazioni popolari, il tempo che trovano. Ed è un tempo sempre più difficile da interpretare, nella sua cruda realtà di morte.
L’overdose da informazione sortisce spesso un effetto straniante: l’evento (radiografato, vivisezionato, smontato e rimontato ad uso interno di tutte le tendenze politiche) perde in poco tempo la fredda verità della sua essenza per diventare una narrazione più vicina alla fiction che alla cronaca. Andy Warhol lo aveva intuito molti anni fa, i socialmedia lo realizzano oggi, sovrapponendo due concetti del genio newyorchese: da un lato la gente comune può gestire finalmente il suo momento da protagonista; dall’altro, utilizzandolo compulsivamente, attua la ripetizione seriale, tipica dei quadri warholiani, che depotenzia i messaggi inviati dalla cronaca.
Si parla di terza, addirittura di quarta guerra mondiale in atto, ci si accapiglia inutilmente sulle profezie di Oriana Fallaci e Tiziano Terzani, ma i fatti reali sono davanti ai nostri occhi: l’11 settembre 2001 è iniziato un calvario di attentati clamorosi, in USA e in Europa, attuati da individui che potremmo definire senza nome, per lo più in azioni suicide.
Nel novero va conteggiata una serie di aerei civili abbattuti in circostanze misteriose, spesso su rotte che attraversano i cieli russi. Per inciso, le vittime (centinaia e centinaia) di questi attentati non godono neanche di un decimo della considerazione mediatica concessa ai caduti “di terra”, come già accadde per i passeggeri dei quattro voli coinvolti l’11 settembre. Morti di serie B, come gli effetti collaterali dei bombardamenti, i disperati dei barconi e le vittime delle guerre dimenticate.
A Parigi, commandos di kamikaze uccidono spietatamente centinaia di innocenti “infedeli” in luoghi simbolo della Storia occidentale, innescando l’inevitabile reazione francese: bombardamenti a tappeto su città e luoghi che nessuno davvero conosce, come Raqqa, “capitale” in terra siriana dell’autoproclamato Stato Islamico.
La più grande potenza mondiale ammette attraverso autorevolissimi rappresentanti che ISIS, la sigla che identifica la parte belligerante nemica, è in qualche modo una creazione interna, americana, sfuggita di mano ai suoi incauti ideatori.
La favolosamente ricca Arabia saudita, inesauribile fonte di finanziamento dei fondamentalisti, non è in guerra con nessuno. Anzi, è uno dei partner più ricercati da tutte le principali nazioni occidentali per joint venture e accordi economici miliardari, giri di denaro e affari di dimensioni tali che il PIL di un paese africano non basterebbe come tangente di contorno.
Tutti elementi questi, che dovrebbero essere gli assi portanti di qualunque analisi o valutazione dei fatti di cui si è parlato, ben più delle questioni di fede.
Ma per le migliori menti e le migliori tastiere della comunicazione occidentale tutto il sangue versato finora, più quello futuro, sono da mettere in conto alla inesausta brama di affermazione di un credo religioso: quello dei fondamentalisti islamici sunniti.
Che il fanatismo indotto dalle religioni, maniacalmente propagandate, sia il fattore di odio e di violenza più efficace da sempre, ce lo insegna la Storia. La quale ci dice però anche, e in modo chiarissimo, che il controllo combinato di questo fattore e dei mezzi d’informazione da parte delle oligarchie dirigenti, siano essi governi politici o potentati economici, è la chiave di volta per l’ottenimento di eserciti pronti al raggiungimento di qualunque obiettivo.
La partita in gioco è quella di sempre: America e Russia si fronteggiano su terreni il più possibile esterni ai rispettivi confini. L’Europa deve porsi come obiettivo urgente un decisivo salto di qualità nel processo di unificazione politica: è in gioco non già il suo asservimento religioso, ma il potenziale ritorno del suo territorio, dopo settant’anni di pace, al ruolo di insanguinato campo di battaglia.

 

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