martedì, Giugno 15

Parigi: il problema è politico e militare

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Gli attentati di Parigi  del 13 novembre scorso, al di là della ovvia partecipazione al dramma e solidarietà per le vittime, deve porre il problema: il tema è politico e se non lo si affronta per quello che è riusciremo solo a aumentare le misure di sicurezza, inutili, e l’odio per lo straniero, già troppo diffuso. È più che evidente che l’Occidente‘ (quella parola orrenda che definisce razzisticamente chi pretende di essere meglio di altri, per definizione) deve convincersi che se non si inizia, finalmente, una seria politica di comprensione della natura del problema, diinclusionee di azione vera per risolverla, nulla cambierà, anzi, tutto peggiorerà.

Primo: l’ISIS va battuto sul terreno. Questo, purtroppo, è indubbio. Magari non con azioni militari dirette (su ciò i militari daranno suggerimenti) ma certo con azioni serie per davvero, bombardamenti (se tali devono essere) forti e coordinati: in una parola, il problema militare c’è, e va affrontato, evitando di finire nell’ennesimo Vietnam e quindi con lungimiranza, onestà intellettuale e conoscenza. La Francia ha posto esattamente questo problema alla comunità internazionale, dando una sua risposta, sganciando, in queste ore, una pioggia di bombe su Raqqa, la ‘capitale’ dello Stato islamico in Siria.

Secondo: bisogna chiudere la partita della nuova guerra fredda in atto contro la Russia (lo ho scritto varie volte in passato e non mi illudo di essere ascoltato oggi) una guerra inutile e stupida di un Barack Obama che nulla comprende di politica estera: non che ne comprenda molto di più un David Cameron, un François Hollande  -ieri tremebondo e quasi in lacrime- per non parlare del nostro provincialotto Matteo Renzi strusciantesi, ieri, ai piedi di un sovrano d’altri tempi, violento e sanguinario, benché ricco (ma l’Italia, ormai, è fuori dal mondo).

Terzo: Obama deve fermare l’establishment politico statunitense e prendere iniziative certo ad esso invise, ma necessarie. Dubito che ci riuscirà, purtroppo, i politici sono sempre perdenti contro la burocrazia, e quella statunitense è immensa, forte e piena di pregiudizi: non ci riesce il Papa, figuriamoci un Presidente … uscente.

Quarto: è insensato, per non dire altro, fare una politica (finalmente) lucida con l’Iran e poi cercare di metterla ai margini, irritando i propri alleati: la cosa più stolida che si possa pensare.

Quinto: l’Europa, inesistente, molto avrebbe da dire, ma certo non nella rappresentanza della insulsa alta Commissaria del nulla, o discutendo di redistribuire qualche centinaio di migranti mentre si consente (roba che neanche durante il nazismo si pensava possibile) a parte importante di essa (la parte orientale fortissimamente voluta dai tedeschi) di fare una politica ottocentesca, che manco Matteo Salvini o Beppe Grillo  -i nostri lucidi politici!-, fanno.

Sesto: la politica estera è inclusione. Bisogna finirla di trattare queste persone (sono persone, bisognerà pure che qualcuno lo capisca una volta!) da ignoranti selvaggi e sanguinari. Bisogna ‘fare politica’ con un minimo di coscienza e conoscenza, di apertura vera. Non certo sostenendo ciecamente un aspirante dittatore turco solo perché ci tiene in frigorifero un po’ di rifugiati, mentre svolge una politica repressiva e ambigua (perché combatte i curdi e aiuta l’ISIS, tanto per fare un esempio) e violenta contro i fermenti (sacrosanti) di curdi e armeni: se si vuole fare politica, la Turchia va portata presto in Europa a condizioni precise e fermissime, ma contemporaneamente bisognerebbe avere il coraggio di pretendere dalle varie Polonia, Ungheria, ecc., comportamenti più consoni all’idea di Europa che vogliono (ma la vogliono?) gli europei veri.

Settimo: bisogna avere il coraggio e la volontà, di mettere fine, ora e subito, all’insulso sanguinoso problema della Palestina. Israele deve essere indotta, e se non accetta costretta (l’’Occidente’ può farlo in sei giorni!) a trattare sul serio e risolvere il problema sacrificando le proprie mene imperialiste locali, oltre tutto di un provincialismo culturale devastante. Consentire che anche solo per scherzo, Israele parli di annettersi il Golan (è un caso, ma la pretesa è della settimana scorsa!) vuol solo dire mettere altra benzina sul fuoco, una benzina della ingiustizia e della violenza: si pensi solo a cosa potrebbe succedere se dal Golan partissero colpi contro l’occupante israeliano e Israele rispondesse, al solito, colpendo … la Russia attuale (lucidamente) alleata dell’orrendo, ma per ora necessario, Bashar al-Assad.

E tanto altro. Ma attenzione: a furia di urlare che siamo in guerra, che questa è una guerra, che questo o quella aveva ragione, alla fine siamotecnicamentein guerra. La Francia, l’Italia, gli USA ecc., attaccano l’ISIS, loro rispondono a modo loro. Ma la logica è identica: sarebbe una prova (sulla quale non conto) di civiltà vera, trattare questi terroristi da quello che, ormai e in gran parte per nostra colpa, sono: combattenti, da trattare con le regole del diritto di guerra. Lo so, è impopolare, ma se questa è anche una guerra di civiltà, bisogna dimostrare la propria civiltà.

Ma la speranza che qualcuno ascolti e decida e agisca è poca, nulla. Non leggerò oggi sui giornali, le solite lamentazioni, i soliti discorsi di sincera partecipazione, di solidarietà inesistente: saranno le parole di sempre, inutili, insulse, rituali … provinciali e magari pronunciate in pessimo francese.

Speriamo che qualcuno si svegli e riprenda a pensare.

 

 

 

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.

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