domenica, Giugno 13

Parigi, dopoguerra field_506ffb1d3dbe2

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Abbiamo, più e più volte, e tra i pochi, ripreso, sottolineato, addirittura enfatizzato, l’affermazione fatta da Francesco il 18 agosto 2014, sull’aereo che lo riportava dal viaggio asiatico, e nello specifico dalla Corea del Sud. «Siamo entrati nella Terza Guerra Mondiale, solo che si combatte a pezzetti, a capitoli». Ora lui, che pure aveva più volte ripreso il concetto, e la sua tremenda attualità, torna oggi nuovamente a riproporlo. Ma pure aveva già allora detto che era stato raggiunto «un livello di crudeltà spaventosa». Quelli che vediamo «sono i frutti della guerra, qui siamo in guerra, è una Terza guerra mondiale, ma a pezzi», aveva, nella stessa occasione, ulteriormente ribadito.

Tra la sorpresa, e magari l’ammirazione, generale si accolgono le odierne parole di Jorge Mario Bergoglio. Specie da parte dei media, che sottolineano questa ‘inedita analisi’: sembrano solo in questo momento finalmente scoprire quello che il ‘vescovo venuto dai confini del mondo’ ha dall’estate dello scorso anno detto, ripetuto, sin martellato. Ma la melassa nella quale preferiamo essere immersi ha come condizione quella di non fare mai effettivamente i conti con la realtà se questa è sgradevole, nella fattispecie addirittura insopportabile.

Ma poi i fatti ci ‘assalgono’, e quegli stessi che avevano dimenticato devono tenerne conto. Tenere conto di quel seme della distruzione. O magari il seme di una possibile, inusitata redenzione. Un seme, appunto, come scrive Sergio Zavoli su Avvenire.

«La tragedia di Parigi ha risvegliato altri orrori: penso all’eccidio nella chiesa di Marzabotto e alla strage, a New York, delle Torri Gemelle, in nome di due fanatismi; mentre la terza ferocia ha già annunciato la continuazione della sua ‘guerra’. La ‘città delle luci’ ha risposto anche per noi, cantando in mezzo al terrore la Marsigliese. Questa è la grande, risoluta risposta, in nome della libertà e della pace, di fronte alla minaccia di conquistare, sono parole loro, l’Europa. E l’antidoto? E’ il rifiuto della paura. La reazione civile, democratica, etica della politica sta mobilitando una quantità di Paesi perché si uniscano in una coalizione capace di sgominare, ma a quali prezzi, il Califfato e la sua arma più delirante: l’Isis. Va da sé che una iniziativa del genere – dettata da un civismo esemplare – tuttavia darebbe luogo a un tale coacervo di sensibilità, esperienze e particolarismi da screditare ogni progetto organizzativo – dei ruoli, delle competenze, delle responsabilità – con il risultato di un orgoglio esposto a una naturale, ma rischiosa generosità operativa. Occorrerebbe, semmai, un potere istituzionale. Una dimensione europea, culturale e spirituale prima che politica, incentiverebbe la resistenza di un nemico cui, a quel punto, si aggiungerebbe una diffusa e insidiosa solidarietà dell’estremismo islamico, qua e là disseminato e pronto a farsi seme di una grande pace o di una grande guerra».

Facevamo in realtà finta che nulla fosse successo, stesse succedendo. Che non ci fosse stata l’irruzione a Charlie Hebdo, ed in fondo il ‘Siamo tutti Charlie’ era stato molto consolatorio, soprattutto perché non siamo affatto ‘tutti Charlie’, e quelli sono morti e noi vivi (si fa per dire), anche se, adesso, in un po’ di meno. Adesso, però, non si può più fare finta di essere nel dopoguerra, come se niente fosse accaduto. Ci siamo in pieno, immersi dentro una guerra dichiarata, per quanto asimmetrica, e continuare a fare come se, appunto, nulla fosse, e di nulla ci fossimo accorti, sarebbe quanto di più autolesionistico potremmo fare.

E le parole che ce lo ricordano sono le più ‘generose’.

 

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