mercoledì, Maggio 12

Parigi: all'Ambiente non si comanda

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Il 30 novembre a Parigi si instraderà la 21° Conferenza delle Parti della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (COP21). Parlare di ambiente, dopo i flagelli occorsi lo scorso venerdì nella capitale francese è ancora più sfidante e impone una presa di coscienza non solo delle autorità ma per tutti, perché dopo il 13 novembre il pericolo e le minacce saranno percepiti verticalmente come una componente della vita quotidiana. Una pasticca assai amara da ingoiare, ma indispensabile a quel che sembra.

Ma oltre il rischio del terrorismo, quello dell’inquinamento e dei cambiamenti climatici è un altro dei problemi che devono essere affrontati con la massima serietà e determinazione perché da questi fenomeni può dipendere la sopravvivenza di tutti noi. E va apprezzato che a poche ore dagli attentati, le agenzie hanno battuto che il governo francese non intenderà rinviare o cancellare la conferenza sul clima anche se, ha detto il ministro degli esteri Laurent Fabius, i lavori si svolgeranno ‘con sicurezza rafforzata’.

E il vecchio aeroporto di Le Bourget sarà l’occasione di un confronto tra le nazioni economicamente avanzate, i Paesi in transizione verso un’economia di mercato e quelle realtà ancora in fase di espansione. Quali saranno i temi sul tappeto è facilmente rappresentabile: la riduzione delle emissioni dei gas responsabili delle alterazioni climatiche è un obiettivo che ciascun abitante del pianeta Terra dovrebbe porsi per sé e per le proprie competenze. Tuttavia ogni operazione rivolta all’ambiente ha un costo elevato e gli investimenti nelle tecnologie a basso contenuto di carbonio hanno generato delle grosse differenze di posizione in quelle concentrazioni in cui la crescita economica è stata dominante. Così, Stati Uniti e Cina, agendo con approcci bilaterali, in contrapposizione con quelle nazioni che prediligono situazioni di coinvolgimento più globale –per esempio India e Brasile- hanno veicolato le proprie scelte in misura selettiva e talvolta fin troppo calzate a pretese definite.

Il genere umano tratta l’ecumene come una discarica a cielo aperto”. La frase assai intensa è di Giuseppe Cassini, un diplomatico dalla biografia professionale intensa e da una penna parimenti efficace. Da pochi mesi Cassini ha prodotto un testo di estrema efficacia “La 17° Agenzia” in cui affronta con attenzione, tra l’altro, il tema dell’ambiente in America. E così, in attesa di quanto si dirà e deciderà a Parigi a fine mese, abbiamo chiesto ad un osservatore assai acuto alcune riflessioni sull’approccio americano ad un tema così complicato.

 

Ambasciatore Cassini, gli Stati Uniti come trattano l’ambiente?

Tutti gli abitanti della Terra la sfruttano più di quanto la Terra stessa possa sopportare ma lo fanno in modo diseguale, perché un miliardo e mezzo di persone ne consuma quasi le intere risorse. In questo squilibrio così marcato gli americani incidono almeno per il 20% del depauperamento. Basta dare un solo indice. Nel 2013 ogni abitante degli Stati Uniti d’America è stato responsabile dell’emissione di 18 tonnellate di anidride carbonica. Gli europei ne hanno emesso sette tonnellate e gli africani tre tonnellate.

E cosa accadrà a Parigi?

L’amministrazione Obama sta mostrando una grande sensibilità sull’argomento e alla Conferenza delle Parti ci saranno proposte che porteranno il Nuovo Continente in una posizione virtuosa. La volontà di ridurre l’inquinamento delle centrali elettriche è molto interessante perché da soli in America i luoghi di produzione dell’elettricità sono responsabili del 30% della contaminazione ambientale. E’ un passo veramente importante.

Recentemente Barack Obama si è recato in Alaska avendo in agenda prima di tutto i problemi legati all’emergenza dovuta ai cambiamenti climatici.

Sì, il presidente Obama in quel viaggio ha potuto osservare le conseguenze che sono già ben visibili nella regione artica: lo scioglimento dei ghiacciai e l’innalzamento del livello del mare mettono l’accento sulla necessità di maggior impegno, sia in America che a livello internazionale. Ma Obama ha fatto anche di più. La sua amministrazione ha bocciato la costruzione di Keystone XL, l’oleodotto progettato per l’incanalamento del petrolio estratto in Alberta e destinato al golfo del Messico, motivando la decisione con un «non interesse» del suo Paese per l’impianto e sottolineando una frase che potrebbe essere un programma per il futuro: la leadership dell’America è sui cambiamenti climatici. La Casa Bianca ha sostenuto che la pipeline non avrebbe dato un contributo significativo al fabbisogno di greggio e non avrebbe messo al riparo l’Unione dalla dipendenza energetica ma in questo modo si è sancita una transizione verso una visione più sostenibile affermando inoltre che se si vogliono prevenire gli effetti peggiori dei cambiamenti climatici prima che sia troppo tardi, bisogna agire subito. Questa è l’aspettativa per il Summit di Parigi.

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