domenica, Maggio 16

Paraguay: strategie di riposizionamento In attesa di partnership che possano giovare al Paese

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Correva l’anno 2012 quando il presidente eletto Fernando Lugo veniva destituito dal parlamento con l’accusa di mettere a rischio la sicurezza pubblica con l’applicazione del proprio progetto politico ed economico. Era il 23 giugno e il Paraguay si svegliava scoprendosi governato da Federico Franco, uomo designato a risolvere la crisi politica che aveva portato nei giorni antecedenti gli agricoltori a protestare in piazza. Franco uomo di spicco di un ripristino neoliberale nel paese a discapito del progetto socialista di Lugo, figura ecclesiastica figlia della corrente cattolica della Teologia della Liberazione ovvero il congiungimento tra marxismo e fede che ha portato diversi religiosi ad optare per un’applicazione pratica e militante degli ideali di uguaglianza, fratellanza e solidarietà. Molti nella storia sono stati uccisi per questo protagonismo e ancor peggio la loro morte è stata ignorata dal Vaticano che da tale movimento ha preso le distanze sin dagli anni ’70. Un esempio eclatante è quello del sacerdote salvadoregno Óscar Arnulfo Romero y Galdámez ucciso nel 1980 e solo nel 2015 pienamente abbracciato dalla Chiesa Cattolica. Una storia come tante altre in Sud America così come molte sono le esperienze di sacerdoti che abbandonano la tunica per diventare parte attiva di un processo di cambiamento. Lugo fece proprio questo nel 2005 quando lasciò la Chiesa per candidarsi alla presidenza del Paraguay e lo fece con successo conquistando la leadership nel 2008. Ma come detto i disordini interni lo misero al centro del dibattito politico fino alla destituzione del 2012 e alla nomina temporanea di Franco incaricato di riappianare l’instabilità interna. Tuttavia la cronaca attesta come lo scontro sociale non si sia attenuato, ma bensì alimentato a causa del cambio radicale politico che ha riportato il paese ad abbracciare il neoliberismo e quindi a preferire deregolamentazione e privatizzazione alle riforme sociali implementate da Lugo. Un’impostazione politica poi consolidata dall’elezione nel 2013 di Horacio Manuel Cartes Jara quale presidente del paese. Nel contesto regionale Asuncion in quegli anni si collocava quale isola neoliberale in un continente percorso da forti correnti socialiste che da Caracas arrivavano fino a Buenos Aires coinvolgendo Brasile, Uruguay, Bolivia ed i più distanti Ecuador e in ultima battuta Cile e Perù (anche se qui con Bachelet e Humala si vive o si è vissuto – nel caso peruviano – più un socialista nominale che reale). Pertanto in tale contesto il governo Cartes non era che un’eccezione isolata e che pertanto ai margini dei dibattiti di integrazione regionale. La mediterraneità politica del paese latinoamericano tuttavia è cambiata notevolmente nell’ultimo anno con il cambio politico avvenuto nei due paesi più importanti (per dimensioni geografiche ed economiche) del continente. In Argentina con il cambio di fine 2015 e la fine di un ciclo politico importante e segnato dal kirchnerismo, l’elezione di Macri non ha fatto che ampliare la visione neoliberale all’interno del continente. Una propensione poi rafforzata dalla crisi interna vissuta dal Brasile in apertura del 2016 e che ha portato alla destituzione (temporanea) della socialista Rousseff in favore di Temer. Cambiamento importante seppur ancora temporaneo che non fa che trasformare l’eccezione paraguayana in dato di fatto regionale al quale la crisi politica ed economica vissuta dal Venezuela non fa che aggiungere ulteriori prospettive espansionistiche. Un continente che riscrive il proprio indirizzo politico seppur con forti dubbi sulla legittimità dei diversi movimenti politici, economici e giudiziari che ne hanno consentito l’evoluzione, ma che in concreto non fa del Paraguay un paese completamente riabilitato quale protagonista delle dinamiche regionali. Ed è Asuncion oggi centro dell’offensiva neoliberale regionale nei confronti di Caracas e del governo di Nicolas Maduro reo, a detta di Cartes e del suo entourage, di non rispettare i diritti umani e di non essere conforme ai principi democratici unanimemente riconosciuti nel continente. Asuncion punta il dito contro Caracas e lo fa sfruttando tutte le occasioni internazionali. Lo ha fatto in seno all’Osa quando il presidente dell’organismo continentale Almegro, ha impugnato la carta democratica proprio contro il governo di Maduro. Nell’occasione si è optato per un più diplomatico invito al dialogo interno al paese venezuelano con le parti politiche invitate a cercare una soluzione pacifica alla crisi politica ed economica. Ma l’offensiva paraguaiana non si è fermata e ha proseguito la propria crociata all’interno del Mercosur. Qui la situazione è più spinosa dato che il partenariato commerciale tra Argentina, Brasile, Paraguay, Uruguay e Venezuela si trova nel bel mezzo del cambiamento della sua presidenza temporale (ogni 6 mesi a turno i pasi membri si alternano alla presidenza) ed il regolamento prevede che la successione avvenga in ordine alfabetico. Paese uscente è l’Uruguay che lo scorso 29 luglio ha ufficializzato il passaggio di consegne proprio al contestato Venezuela. Ad acuire il dibattito vi è la prospettiva di un confronto tra Mercosur ed Unione Europea previsto per il prossimo ottobre in cui verranno approfonditi i temi dell’accordo commerciale tra le due regioni. Un tema ritenuto fondamentale per la regione latinoamericana viste le ambizioni di riconnessione al circuito internazionale del libero mercato. Europa che storicamente rappresenta un importante mercato nel quale riversare l’export latinoamericano e che a sua volta costituisce un’imprescindibile fonte di flussi di capitali di investimento verso i paesi latinoamericani. Un tema quindi che come detto è a cuore dei paesi del Mercosur e si teme che una gestione da parte del Venezuela di questo processo possa comprometterne l’esito positivo. Straordinario in questo contesto il dinamismo politico ed internazionale del Paraguay che senza mezze misure si oppone alla presidenza venezuelana tanto da attivare un processo mediatico fondato sull’assenza di un presidente dell’organismo per la prima volta dal 1991, anno della sua fondazione, una campagna che appare voler esplicare come il passaggio di consegne tra Uruguay e Venezuela non venga nei fatti riconosciuto, anzi proprio il Paraguay ha indetto una  riunione informale del Mercosur, con eccezione di Venezuela, per discutere a Montevideo sull’attuale situazione del Mecosur. La riunione andata in scena giovedì 4 agosto è valsa per ribadita la non accettazione di Caracas quale polo politico alla guida del Mecosur per i prossimi sei mesi e sono state prese in esame diverse soluzioni da approfondire, alla ricerca di garanzie sul dialogo con l’Unione Europea. Una delle alternative oggi messa sul tavolo è quella di far slittare la presidenza sul prossimo paese in ordine alfabetico, ovvero l’Argentina che non può che ambire a questa soluzione proprio per la volontà di accelerare nell’accordo con Bruxelles. In definitiva però al centro del movimento regionale antichavista c’è Cartes anche perché il Brasile per esplicare con fermezza il proprio peso politico nella regione ha bisogno di certezze che passano dal verdetto finale sull’impeachment di Dilma Rousseff e quindi resta al Paraguay l’opportunità di riposizionarsi da protagonista nello scacchiere geopolitico regionale. Una condizione favorevole, ma tuttavia momentanea (in attesa dell’assestamento interno di Brasile e Argentina) che in prospettiva potrebbe giovare allo stesso paese in termine di partnership regionali.

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