domenica, Settembre 19

Papa in Africa: le aspettative del continente nero

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Il Papa in Africa come ‘messaggero di pace’. Francesco inizia oggi il suo primo viaggio africano per promuovere ‘comprensione’, ‘rispetto’, ‘riconciliazione’ in Kenya, Uganda, Repubblica Centrafricana, una cinque giorni particolarmente rischiosa -come hanno ribadito, nelle ultime ore, i servizi segreti francesi, che quell’area la conoscono bene-, che si concluderà il prossimo 30 novembre.
La tappa più complicata sarà quella nella Repubblica Centrafricana, è qui che ci sono i timori più elevati di attentato, sia contro il Santo Padre, sia in mezzo alla folla di fedeli, in particolare per la celebrazione del 29 novembre a Bangui, dove Francesco anticiperà l’apertura dell’Anno Santo.

Le aspettative che si appuntano su questa visita -per niente facile visto il contesto politico dei tre Paesi- sono molte e moltogravose’.

Il Paese che per primo riceverà Francesco è il Kenya. Ad accoglierlo un Paese sotto attacco del terrorismo di stampo islamico di Al-Shabaab, e un Presidente, Uhuru Kenyatta, in un passato recente accusato -e poi, meno un anno fa, sollevato dall’accusa- di crimini contro l’umanità per aver istigato le violenze etniche nel periodo post elettorale del 2007. La logica imposta dall’Amministrazione Kenyatta di rispondere al terrore con il terrore sta aumentando l’odio della comunità mussulmana verso il Governo centrale e le Forze dell’Ordine, impedendo la necessaria collaborazione della popolazione per individuare le cellule terroristiche e rafforzando la popolarità dell’ideologia estremista islamica e di Al-Shabaab.
Qui i cattolici si attendono una condanna sulle numerose violazioni dei diritti umani e il tribalismo eretto a sistema di gestione politica del Governo keniota del Presidente Kenyatta. Un abile politico che ha saputo evitare la giustizia giocando sul giusto risentimento dei Paesi africani contro la Corte Penale Internazionale, accusata di attuare una giustizia dei bianchi mirata a fini politici.

In Uganda Papa Francesco è atteso da un Presidente, Yoweri Museveni, che guida il Paese da tre decenni e che il prossimo anno, ha annunciato, tornerà candidarsi. Qui ci si attenderebbe da Francesco una condanna del sistema monolitico del regime ugandese che dal 1987 governa incontrastato il Paese imponendo alla popolazione un patto unilaterale: pace e relativo sviluppo in cambio del potere eterno del Presidente Museveni, destinato a passare il potere, per eredità familiare, al suo primogenito, il Generale Muhoozi. Un patto che ha funzionato ma che sta lentamente compromettendo il concetto di democrazia, sostituito dai concetti dell’uomo giusto e forte e del potere eterno. Concetti che hanno già contaminato il vicino Rwanda.

In Uganda Papa Francesco si troverà anche a dover fare i conti con l’emorragia di fedeli a favore della Chiesa protestante e di varie sette evangeliche americane che riguarda non solo l’Uganda. La posizione delle chiese ‘concorrenti è favorita dai rispettivi governi che tendono a privilegiare la Chiesa protestante rispetto a quella cattolica. Una scelta politica lampante in Uganda. La moglie del Presidente, Jannet Museveni, ha favorito le chiese evangeliche americane, diventate delle vere potenze nel Paese. Una scelta politica adottata in reazione al nefasto ruolo che la Chiesa cattolica ha svolto storicamente nella regione: il supporto dell’ideologia di supremazia razziale dell’Hutu Power, quella che portò al genocidio ruandese. Un supporto interpretato come un crimine da Museveni, e come un pericolo al suo gruppo etnico Banyangole, i tutsi ugandesi.

La visita di Papa Francesco in Uganda è un dossier che il Presidente Museveni stava curando dal 2012. Una prima data era stata fissata nel 2013 ma fu cancellata causa la legge approvata contro l’omosessualità che scandalizzò il mondo intero. A legge abrogata (dalla Corte Costituzionale), Museveni riprese le trattative per la visita papale ottenendola, finalmente, e nel momento politico più propizio, a soli due mesi dalle elezioni presidenziali, dove il Presidente ugandese spera di ottenere il quinto mandato. Se la vittoria elettorale sembra già garantita, la visita di Papa Francesco sarà strumentalizzata dal regime per aumentare i voti dei cattolici ugandesi. Una strategia ovvia, visto l’astuzia di Museveni, di fede protestante. Il Vaticano ha ribadito ai media ugandesi in varie occasioni che la visita del Papa non è a carattere politico, ma che, secondo gli osservatori locali, la visita in un momento come quello attuale esprime il mutamento dei rapporti tra Stato e Chiesa che sta avvenendo in Uganda.

Nella Repubblica Centrafricana Papa Francesco troverà una polveriera, un Paese in fiamme, che non riesce  a lasciarsi alle spalle le ferite della guerra civile che da due anni coinvolge vari gruppi in contrapposizione, ma principalmente riguarda la coalizione di ribelli Seleka, a prevalenza musulmana, e le formazioni anti-Balaka, perlopiù cristiane. Qui -e proprio qui Francesco aprirà la prima porta santa del Giubileo della Misericordia – ci si aspetta una viva condanna al genocidio della comunità musulmana nel Paese. Una condanna che non dovrebbe essere rivolta unicamente contro le milizie cristiane Anti Balaka (che ora obbligano i musulmani a convertirsi al cristianesimo per avere salva la vita) ma contro la potenza coloniale che le supporta e non ha mosso un dito durante la feroce pulizia etnica: la Francia. E’ da questo Paese che Francesco sembra voler lanciare il suo appello al continente, insito nel tema di questo viaggio «passiamo all’altra riva», «guardare risolutamente avanti», rinnovare il rapporto con Dio e con i fratelli «per edificare un mondo più giusto e più fraterno», guardando allAnno Giubilare della Misericordia, come «occasione provvidenziale di un autentico perdono, da ricevere e da dare, e di un rinnovamento nell’amore», come ha detto nel videomessaggio alla vigilia della partenza.

 

 

 

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