lunedì, Agosto 2

Papa Francesco vuole l’anno santo dei detenuti

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La prima notizia viene da Città del Vaticano: l’appuntamento è per il 6 novembre 2016: quel giorno verrà celebrato il ‘Giubileo dei carcerati’. E’ una delle novità’ volute da papa Francesco per il Giubileo straordinario della Misericordia che si aprirà l’8 dicembre prossimo. Sarà la prima volta dei carcerati in piazza San Pietro in occasione di un Giubileo. L’ipotesi è ancora allo studio, ma è forte desiderio del Pontefice di «potere avere una rappresentanza di detenuti in San Pietro per dare loro una parola di speranza». Sarà la volta buona per l’amnistia?
La seconda notizia viene dall’associazione Nessuno tocchi Caino, che assegna ogni anno il Premio ‘Abolizionista dell’anno’ alla personalità che più si è distinta per l’impegno a favore dell’abolizione della pena di morte e dei trattamenti disumani e degradanti. Quest’anno la scelta è andata su papa Francesco: le ragioni di questa decisione risiedono nel fatto che Bergoglio, il cui Pontificato è stato inaugurato dall’abolizione dell’ergastolo e dall’introduzione del reato di tortura nell’ordinamento dello Stato del Vaticano, si è pronunciato in modo forte e chiaro non solo contro la pena di morte, ma anche contro la morte per pena e la pena fino alla morte. “Lo ha fatto”, dice la segretaria di Nessuno tocchi Caino, Elisabetta Zamparutti, “con la ‘lezione magistrale’ di straordinario valore umanistico, politico e giuridico, rivolta ai delegati dell’Associazione Internazionale di Diritto Penale, il 23 ottobre 2014, quando ha definito l’ergastolouna pena di morte nascosta’, che dovrebbe essere abolita insieme alla pena capitale e ha considerato l’isolamento nelle cosiddette ‘prigioni di massima sicurezza’ come una forma di tortura”.
Nessuno tocchi Caino è un’associazione fondata nel 1993. Il nome trae origine da un passo della Genesi: «Il Signore pose su Caino un segno perché non lo colpisse chiunque lo avesse incontrato». “L’abbiamo chiamata così”, spiega Zamparutti, “proprio per affermare il valore, non solo della vita, ma anche della dignità della persona nella sua integralità. Con il conferimento del Premio, Nessuno tocchi Caino riconosce al Santo Padre il valore prodigioso delle sue parole, sulle quali intende impegnarsi per tradurle in iniziative concrete verso il superamento definitivo di punizioni e trattamenti anacronistici, sempre più necessarie e urgenti se si considera il contesto attuale della pena capitale nel mondo di cui le recenti esecuzioni in Indonesia sono l’ultimo aberrante esempio di uno Stato che diventa Caino”.

Queste sono le due buone notizie. Poi ce ne sono di meno buone; come quella che viene da Napoli: ha aspettato che i compagni di cella si addormentassero; poi con la corda che si era fabbricato, si è tolto la vita. Si chiamava Giovanni, è il sedicesimo detenuto che si è ucciso, dall’inizio dell’anno. Era recluso nel carcere napoletano di Poggioreale; era in attesa di giudizio, precedenti per furto d’auto e stupefacenti. “A Napoli, la situazione è decisamente pesante, è una vera emergenza”, dice un agente della polizia penitenziaria.
Non solo Poggioreale. Per esempio: Gioacchino Veneziano, Segretario Generale della UIL-Pentenziaria, ha appena condotto un sopralluogo nel carcere di Trapani. Dice di aver visto tanta muffa, locali insalubri, carenza di personale: “Il quadro è critico, già dall’ingresso: cancelli automatici e portoni non funzionanti, ruggine, le telecamere esterne a circuito chiuso guaste da un pezzo. I locali adibiti a rilascio colloqui e buca pranzi sono ricavati in spazi assolutamente insalubri, poco areati. Giunti nel cortile interno si può facilmente notare come i mezzi dell’Amministrazione non abbiano alcun ricovero e siano lasciati in balia delle intemperie e della salinità. Gli ampi tetti dei magazzini pare siano di Eternit”.
Nel carcere di Trapani sono stipati ben 420 detenuti. Al massimo dovrebbero essere 358. La sezione femminile, dice il sindacato è “uno dei reparti da chiudere immediatamente, e intraprendere urgentissime azioni di ripristino delle condizioni di sicurezza per il personale di Polizia che vi opera”. Ci sono pezzi di soffitto divelti, con l’armatura del cemento completamente arrugginito. Alcune celle inagibili per il distacco di pezzi di intonaco dal soffitto che avrebbero colpito anche delle detenute.

Da chiudere immediatamente anche la sezione ‘Tirreno’ (sex offender); per il sindacato “è uno dei reparti da chiudere immediatamente. Dire che manca l’aria da respirare è riferirsi ad una verità appena accennata. Mancano le minime e basilari condizioni di salubrità e di igiene. Le docce sono insufficienti a soddisfare i bisogni e presentano evidenti criticità dal punto di vista igienico-sanitario”.

Si può chiudere con una nota ‘dolce’. Una raccolta di ricette scritte in collaborazione con la redazione del settimanale del carcere di Bologna ‘Ne vale la pena’. “Ai fornelli mi sento libero: è lì che penso al mio futuro e ho scoperto cosa significa avere una passione e impegnarsi per qualcosa che ti renda vivo”. Chi parla è Gazmend Kullav, albanese di 43 anni, detenuto alla Dozza di Bologna, autore del libro ‘La dolce evasione’, una raccolta di ricette. Durante i cinque anni di reclusione, grazie ad un corso di cucina, Kullav scopre di saperci fare con gusti e sapori; il fornello da campeggio e il tavolino di mezzo metro in dotazione all’interno della cella diventano il suo ‘laboratorio’ culinario. “Cucinare piatti in questo spazio minimo è stata la mia grande sfida. Grazie alle teglie acquistate nello spaccio settimanale e con gli ingredienti giusti mi sono divertito a ideare piatti nuovi e colorati. Ho iniziato per i miei compagni di stanza, poi quando si è sparsa la voce ho attraverso un sistema di corde e fili sono riuscito a far assaggiare i miei dolci anche ai vicini di cella“. Anche molta fantasia: una piramide di teglie d’alluminio ed ecco realizzato un ‘forno fai da te’; c’è bisogno di un mattarello? Niente di meglio di un manico da scopa segato, grazie al quale si stende la sfoglia fresca; una bottiglia di plastica con dentro una posata di metallo si trasforma in frusta per montare la panna; per tagliare il pan di spagna basta un filo… “Ci sono state giornate in cui ho passato 22 ore dentro a questi 10 metri quadrati”, racconta Kullav. “L’unico modo per sopravvivere è stata la cucina. Il mio forte sono i dolci, molti li ho creati per celebrare determinati momenti della quotidianità dietro le sbarre”. Così è nata la ‘Crostata di crema’, infornata mentre scrive una lettera al figlio; la ‘Torta dell’amicizia’, è dedicata ad un tunisino tornato libero; la ‘Torta dei bei sogni’, serve per cacciare i cattivi pensieri. C’è poi il ‘Dolce del permesso’, creato quando le porte del carcere si sono aperte la prima volta per alcune ore, mentre i ‘Bignè al mascarpone della libertà’ sono un’invenzione creata per l’avvicinarsi del fine pena.
Trenta ricette, spiegate nei dettagli, raccontate con spirito e arguzia: “Per il mio domani”, confida Kullav, “ho le idee chiare e un grande sogno: datemi una cucina e lasciatemi lavorare con la fantasia. Non voglio e non chiedo nient’altro”. (Chi desidera il libro ‘La dolce evasione‘ può scrivere a: infocarcere@centropoggeschi.org).

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